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 TRIESTE E LA SUA STORIA


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Trieste di ieri e di oggi

 

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Trieste Romana

 

 

 

 


A seguito della conquista romana (II secolo a.C.), quella che sarebbe divenuta la città di Tergeste iniziò a sviluppandosi progressivamente, acquisendo una fisionomia urbana che raggiunse la sua massima espansione durante l'impero di Traiano, con una popolazione che, secondo lo storico Pietro Kandler, doveva contare 12.000 abitanti.

I fatti che precedono l'invasione romana del territorio ricordano gli Istri e la loro alleanza con Demetrio di Faro (Lèsina) contro Roma, che condusse ad una prima azione militare da parte dei romani (220 a.C.). Non si hanno notizie se a questa battaglia, nelle file degli Istri, abbiano partecipato anche gli abitanti dell'antica Tergeste.

Nel 183 a.C., Roma iniziò una seconda campagna contro gli Istri, motivata sia dagli interessi geografico-economici, sia dal fatto che essi erano da sempre alleati dei loro nemici e costituivano una costante minaccia alla sicurezza dei territori conquistati. La guerra del 183 venne interrotta per ragioni politiche, ma riprese due anni più tardi quando gli Istri cercarono di ostacolare la costituzione della colonia aquileiense. I tergestini a quel tempo erano governati dal re degli Istri Aipulone o Epulone - regulus Aepulo, ci dice Tito Livio.

Nel 178, il console Manlio Vulsone mosse da Aquileia alla conquista dell'Istria e dei confini orientali, inviando la flotta del duumviro Furio «nel prossimo porto dell'Istria», (quindi, o nell'insenatura di Servola o nel vallone di Zaule).

 

 

E' possibile che l'esercito di  Manlio Vulsone si sia portato nei pressi di Basovizza, dato che nel vicino monte Grociana ci sono i resti di un castelliere istriano. Il Marchesetti propone quale alternativa l'attendamento romano tra Montebello e Cattinara, ove spesso vengono rinvenuti cocci romani e dove minore è la distanza dal mare e dalla flotta navale. La battaglia che ne seguì vide dapprima la seconda legione del pretore Strabone sconfitta e respinta sino al mare. Gli Istri sferrarono il loro attacco la mattina presto, quando era ancora buio, gettando nel panico la massa dei soldati romani che, colti di sorpresa, si mise in fuga. Rimasero nel campo solo 600 uomini, il pretore e gli ufficiali, che vennero travolti e trucidati. Gli Istri, dopo la vittoria, avendo trovato nel campo viveri e vino, si misero a banchettare e a ubriacarsi. Questo consentì ai Romani di riorganizzarsi e di sferrare un micidiale contrattacco dopo qualche ora, gli Istri sopravissuti si ritirarono disperdendosi nei vari villaggi.

Nei territori conquistati vennero lasciati presidii romani d'occupazione e il grosso delle legioni rientrarono a svernare ad Aquileia, in attesa della nuova campagna di primavera.

L'anno seguente (177 a.C.), i consoli Manlio Vulsone e Giunio Bruto, successivamente sostituiti dal console Appio Claudio Pulcro, invasero l'Istria fino a Nesazio, l'attuale località di Altura (in croato Valtura) e di Monticchio (in croato Muntić), nell’Istria meridionale.

 

 

  

 


Gli scavi archeologici, iniziati da Pietro Kandler sul finire del XIX secolo, hanno messo in luce un castelliere con annessa necropoli, precedente a Nesazio, il maggiore centro e capitale degli Istri. Nesazio, assieme a Mutila e Faveria fu una delle ultime sacche di resistenza alla conquista romana e sopportò un lungo assedio prima d’essere espugnata e saccheggiata. Il re Epulone e l’intera sua corte, come buona parte della residua popolazione, si diedero la morte prima dell’entrata delle truppe romane per non cadere in schiavitù. La vicenda è narrata nel “De Bello Histrico” (opera perduta) e ci viene riportata da Ennio nei suoi Annales e da Livio nel Ab Urbe condita.
Nesazio, dopo la conquista, divenne un castrum romano, in seguito, tornata a fiorire, un municipium autonomo, seconda per importanza solo alla vicina città di Pola, che i romani vollero erigere a principale centro della penisola.

 

 

Scavi del 1909 in via S. Caterina, resti architettonici del Tempio della Bona Dea. Foto P. Opiglia. Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

 

 

1913, Piazzetta Riccardo. Scavi presso l'Arco di Riccardo. Foto P. Opiglia. Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

 

 

Un primo recupero della storia e del patrimonio artistico dell'antica Tergeste si può far risalire agli inizi del Trecento.

Trieste si apprestava a divenire libero Comune e sulla facciata della Cattedrale e del campanile di San Giusto, vennero fatte murare, quali elementi decorativi,  iscrizioni e bassorilievi; nell'area circostante trovarono buona collocazione marmi e architetture. Un nuovo atto di valorizzazione si ebbe nel 1688, quando su autorizzazione del Capitano Giovanni Filippo di Coblentzl, il Consiglio dei Patrizi fece disporre in piazza San Pietro (oggi piazza Unità) la base della statua equestre di Lucio Fabio Severo, tre iscrizioni romane e una testa femminile. Oltre a rievocare la storia antica della città, l'iniziativa voleva sensibilizzare e sollecitare la popolazione ad aver cura di questi reperti.

 

 

 

    

Orto Lapidario, anni Venti

 

 

   

Orto Lapidario, terrazzamento sopra il monumento a Winckelmann, anni Venti

 

 

Nel 1831, l'area dove oggi si trova l'Orto Lapidario, in precedenza utilizzata come cimitero, con il trasferimento dello stesso fuori dal centro cittadino, venne destinata dal Comune a sede delle antichità.

 

 

 

 

     

 

Orto Lapidario e monumento a Winckelmann, come si presenta attualmente

 

 

 

Nel 1833 fu collocato al suo interno il cenotafio a Winckelmann e nel 1843 venne inaugurato ufficialmente l'Orto Lapidario. Il direttore, Pietro Kandler predispose il primo nucleo di reperti in esposizione: quattro sarcofaghi, otto bassorilievi, otto teste ritratto, capitelli, cornici e un'ottantina di iscrizioni, provenienti anche da Aquileia e dal Litorale istriano.

 

 

 

 

Frammento (lastra in calcare) rappresentante un tritone che suona una lira. Venne rinvenuto durante i lavori per la ferrovia, assieme ad altri due, tra il 1860 e il 1870, presso Ronchi dei Legionari, tra la chiesa di San Lorenzo e le colline di Selz. Era stato reimpiegato nell'acquedotto. Trieste, Orto Lapidario. Foto g.c.

 

 

 

 

 

 

Della Trieste romana è possibile una ricostruzione storica e geografica grazie ai numerosi resti e reperti archeologici venuti alla luce, dal Colle di San Giusto fino al mare. Le strutture portuali rinvenute lungo via del Teatro Romano e via Cavana, risalenti al I - II° secolo d.C., utilizzate almeno fino al V secolo, ci rivelano che il mare era parecchio più avanzato di quanto lo sia oggi.

La città era suddivisa funzionalmente in tre aree: vicino al porto si svolgevano i commerci, nel primo entroterra la zona residenziale e sul colle di San Giusto il centro politico e religioso.
Le antiche mura romane, risalenti al 30 a.C., persa la funzione difensiva, vennero riutilizzate come strutture di terrazzamento e di contenimento, come dimostrano alcune sovrapposizioni di epoca successiva.

 

 

 

 

 

 

Sul Colle si trovano i " Templi ", dedicati a Giove ed Atena (alcune strutture architettoniche sono nelle fondamenta della Cattedrale) e la " Basilica Paleocristiana ", edificata fra il IV e il V secolo.

 

 

 

 

 

 

Un importante monumento è l" Arco di Riccardo ", risalente alla seconda metà del I secolo a.C., antica porta cittadina o forse ingresso monumentale ad un tempio,  alto m. 7,20 e largo m. 5,30, con una certa sproporzione fra la luce e l'altezza. Mostra il rifacimento di un passaggio nelle antiche mura fatte costruire da Augusto nel 33-32 a.C. L'Arco è ornato da lesene e nel sottarco da un motivo vegetale. Se la tradizione ne ricondurrebbe il nome al leggendario passaggio in città di Carlo Magno o di Riccardo Cuor di Leone, le più recenti ipotesi degli storici lo farebbero una corruzione del nome del “cardo” (strada romana) o dal medioevale termine “ricario” (magistratura medievale).

 

 

Durante gli scavi del 1909-1912 per le fondamenta del Palazzo Greinitz (documentati dalle foto di Pietro Opiglia) in via Santa Caterina, venne alla luce un edificio, con funzione di culto, composto da un recinto quadrilatero al cui interno si ergeva un piccolo tempio con pronao a quattro colonne: il " Tempio della Bona Dea " (divinità romana, nume salutare e di fecondità), risalente ai primi anni dell'Impero e in uso fino al IV secolo dopo Cristo.

 

Nell'estate del 1913, durante la demolizione di alcune case nella piazzetta di Riccardo, atte alla liberazione dell'Arco, emerse un ampio complesso di costruzioni disposte su più livelli, tra le quali lo Sticotti individuò, in base a testimonianze epigrafiche e in relazione con il preesistente Arco di Riccardo (monumento di impianto augusteo), un tempio dedicato alla Dea Cibele o Mater Magna, risalente al primo quarto del I sec. d.C..

 

Dagli scavi di via Bramante, iniziati nel 1907, emersero una serie di monete del I secolo d.C. e un complesso romano lungo la via per l'Istria, costituito da un insieme di stabili adibiti ad usi artigianali, tra cui forse una bottega di fabbro, una panetteria con un piccolo forno, un pozzo, una latrina con canale di scarico e una serie di tombe a inumazione di epoca tarda, sovrapposte ai resti degli edifici.

 

Alla base della scalinata della chiesa di Santa Maria Maggiore, ci sono i resti di un torrione della cinta difensiva, eretta tra fine IV e inizio V secolo d.C., dove sono presenti anche materiali di recupero appartenenti a monumenti funerari e forse del Teatro Romano. Nella zona di Crosada, durante gli scavi per il "progetto Urban" e i più recenti scavi per il Park San Giusto, sono venuti alla luce resti archeologici risalenti alla fine del I° secolo a.C., quali strutture murarie, sistemi di terrazzamento e di scorrimento delle acque con un sistema di drenaggio articolato attraverso anfore capovolte, assieme a resti di edifici altomedievali e trecenteschi collegati da pastini. Alla base della via dei Capitelli, è stata riportata alla luce la parte inferiore di una porta monumentale costituita da quattro pilastri in pietra d’Aurisina, decorati con motivi vegetali e colonne scanalate agli angoli.

 

 

  

 

 

Sempre in via dei Capitelli, all’interno dell’edificio al numero civico 8 è visibile un frantoio per olive, realizzato nel V secolo utilizzando un monumento funerario più antico (I secolo d.C). Nella stessa area, in via Crosada, importanti scavi hanno portato alla luce parte del sistema di terrazzamento utilizzato per le abitazioni soprastanti (divise in zone rustiche destinate alle attività domestiche e quelle residenziali, caratterizzate da raffinati mosaici e affreschi).  L’area, attualmente protetta, sarà oggetto di futura valorizzazione.

 

Negli anni Sessanta, in via Madonna del Mare al numero civico 11, sono stati ritrovati i resti di una Basilica paleocristiana con due pavimenti musivi sovrapposti, uno databile alla fine del IV, inizi V secolo e il secondo al VI secolo, con iscrizioni inserite nel pavimento dove viene nominata per la prima volta la Sancta Ecclesia Tergestina e alcuni nomi di donatori, anche di origine greca e orientale. Nel presbiterio, sopraelevato rispetto all’aula, si riconosce un loculo per le reliquie, posto probabilmente sotto la lastra dell’altare.

 

 

 

  

 

  

 

  

 Basilica paleocristiana della Madonna del Mare. Foto E. Marcovich

 

 

La Basilica paleocristiana della Madonna del Mare

La zona oltre le mura romane e poi medievali verso il mare (attuale Borgo Giuseppino) fu zona cimiteriale su cui successivamente sorsero tante chiese, di cui rimane la sola chiesa della Beata Vergine del Soccorso detta pure S. Antonio Vecchio, le altre essendo state fatte abbattere dai decreti di Giuseppe II nel 1785 e successivi anni.
In epoca antica era percorsa da una strada commerciale che seguendo la riva del mare (di allora) serviva il porto romano. A monte di essa era presente una grande Basilica paleocristiana che probabilmente era nata come basilica martiriale per ospitare le reliquie forse dello stesso san Giusto, il cui corpo, come dal racconto della Passio del santo, fu ritrovato sulla riva del mare proprio su quella spiaggia. La via continuava verso la necropoli fra tombe ed edifici funerari.
La chiesa di cui nel 1825 Domenico Rossetti vide i mosaici dell'abside, fu riscoperta e portata alla luce nel 1963. 
Si trova sotto l'edificio che ospita il Carducci ed è visitabile una mattina alla settimana: il mercoledì dalle 10 alle 12.

La Basilica, con impianto cruciforme con transetto, abside e presbiterio sopraelevati, conobbe due fasi principali corrispondenti a due pavimenti gettati a pochi centimetri l'uno dall'altro, alcuni pezzi sono stati staccati ed esposti nell'atrio. Il primo più antico databile ai decenni iniziali del V secolo, è composto da un mosaico bianconero suddiviso in tre corsie decorato a motivi geometrici con le epigrafi degli offerenti, di cui rimangono quattro che riportano le dimensioni del tessellato offerto; il successivo mosaico policromo è più recente, forse degli inizi del VI secolo, decorato al centro con il motivo dell'"onda marina" e ai lati da cerchi ottagoni e rombi coi nomi degli offerenti. Interessanti i nomi dei Defensores ecclesiae funzionari laici a cui era affidata la tutela legale delle chiese di Aquileia e Tergeste in controversie civili e amministrative.
Nell'abside c'erano i subsidia, i sedili per il clero: davanti all'abside c'è il presbiterio leggermente sopraelevato, dove ancor oggi si vedono due sarcofagi interrati ed un pozzo per reliquie.
Tracce di incendio sul mosaico policromo potrebbero riferirsi ad un incendio forse catastrofico; fra il VI e il IX secolo non ci sono più notizie della chiesa, che ricompare nel 1150 con l'intitolazione a santa Maria del Mare. (testo di Elisabetta Marcovich sulla base di documenti della Soprintendenza) 

 

 

 

 

Il Teatro Romano durante i lavori che lo riportarono alla luce

 

 

  

 

 

 

Il " Teatro ", risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell'antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l'inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni - secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All'epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell'antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

 

 

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all'istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L'auditorium, l'area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall'architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all'aperto.


Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua "Storia di Trieste":

"Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori."
 

 

 


 

 

Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  "I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose."

 

 

  

 

    

 

Scavi di via Donota, 1984

 

  

Scavi di via Donota - Rota, 1986

 

 

 

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

 

 

 

  

Via del Seminario durante gli scavi del 1986

 

 

   

 

  

Via del Seminario, novembre 2016

 

 

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni '80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine.

 

Nel passato sono stati rinvenuti a Barcola, Grignano e altre località della costa resti di ville, erette nel I e II secolo d.C. La riviera di Barcola, in particolare, attrasse l'attenzione dei romani sia per la posizione incantevole sia perché nell'ampia insenatura, a riparo dai venti, il mare è più quieto consentendo l'attracco delle navi. La chiamarono Vallicula poiché si estendeva in un avvallamento, poi il nome si contrasse in Valcula.

Nell'autunno del 1887, a Barcola, all'altezza del porticciolo del Cedas, durante gli scavi per costruire il muro di cinta della fabbrica di ghiaccio, vennero alla luce dei mosaici che fecero supporre fossero i resti di un complesso romano risalente al I-II sec. a.C.

Il conservatore del Civico Museo di Antichità, Prof. Alberto Puschi, venne incaricato di eseguire dei saggi nel fondo, di proprietà di Enrico de Ritter-Zahony. La prima campagna di scavi, ebbe luogo dall'aprile del 1888 al 4 maggio 1889, grazie a contributi pubblici e privati. Alessandro Cesare mise a disposizione lo stabilimento balneare Excelsior, per un primo deposito dei reperti, il Lloyd fornì il legname necessario per i lavori, la ditta Naschitz la tela che sarebbe servita per la copertura dei mosaici. Molti furono coloro che offrirono il proprio lavoro gratuitamente.

Vennero alla luce i resti di una grande villa romana che si estendeva su una superficie di oltre quattromila metri quadrati, con un fronte a mare di 140 metri. L’edificio, disposto su più terrazze, era composto da numerosi ambienti residenziali e di servizio: un peristilio, impianti termali, un’esedra, una palestra, un giardino e un ninfeo. La grandezza del complesso, la ricchezza delle decorazioni e dei mosaici, indica che la villa apparteneva a personaggi di alto rango. La scoperta indusse a proseguire le ricerche negli anni successivi (1888-1889; 1890-1891) individuando una notevole documentazione epigrafica. Vennero rinvenute diverse monete le quali furono d'aiuto per la datazione del sito. Si suppose che il complesso doveva risultare dalla fusione di due ville costruite in tempi successivi: quella a monte, con mosaici di pregevole fattura, risalente al primo secolo, la seconda villa, più vasta della prima, a emiciclo panoramico, forse adibita a residenza estiva, del secondo o terzo secolo.

 

 

 

  

 

 

 

 

Scavi di via Battaglia, 1981 - tomba romana a cassetta con scheletro di giovane

 

 

Scavi di via Battaglia, 1982

 

 

Scavi di via Battaglia, 1984

 

 

  

Scavi di via Battaglia, 1984

 

 

 

Costanzo II (337-361) centennionale in rame

 

 

 

Durante gli interventi eseguiti nel 1982 in via Donota, vennero rinvenute due monete romane in bronzo: Costanzo II e Costanzo II per Costanzo Gallo (351-354 d.C.), entrambe riconducibili per la tipologia di sepolture, in casse e anfore, all’ultima utilizzazione del sepolcreto, databili entro il IV sec. dopo Cristo.

 

 

 

 

Salita di Zugnano, Acquedotto romano, Foto Benussi 1979

 

 

Scavi successivi hanno portato alla luce mura romane in via Cereria, all'incrocio con via San Michele.

 

 

Scavi di via Cereria, incrocio via San Michele, lungo il fianco della chiesa Anglicana. Foto Benussi 1989

 

 

 

 

 

Ritornando alla villa di Barcola, durante gli scavi effettuati tra il 1888 e il 1889, venne rinvenuta una statua marmorea, rovesciata a terra e spezzata in più parti, che probabilmente era collocata nel complesso della palestra. Il ritrovamento valse al complesso il nome di “Villa della Statua”.

 

 

 

  

Statua marmorea di Villa della Statua. Foto E. Marcovich

 

 

La scultura in marmo greco, di ottimo livello qualitativo, alta 1,24 m. è stata realizzata in varie parti tenute assieme con dei perni di ferro le cui tracce sono ancora visibili. Sul retro della gamba destra si conserva una porzione del sostegno originale.

Replica del Diadoumenos di Policleto, scultore greco del V sec. a.C., il soggetto (in greco Diadúmenos, cioè "che si cinge la fronte con la benda della vittoria"), rappresenta un giovane atleta appoggiato sulla gamba destra, la sinistra flessa e portata in avanti, soggetto piuttosto in voga nel mondo greco e romano per le numerose repliche giunte fino ai giorni nostri.

 

In età romana l’occupazione del territorio si attua attraverso il moltiplicarsi di ville, urbano-rustiche, che utilizzano le risorse locali e avviano delle attività economiche. Possiamo dedurre che la presenza romana fosse collocata in prevalenza lungo la costa, in relazione con i commerci, resi sempre più intensi dalla continua espansione di Aquileia. Nella zona costiera, fino a Sistiana, specialmente nei siti dove si trovavano approdi per le navi, sono stati rinvenuti numerosi resti romani, appartenenti anche a ville rustiche, probabilmente in relazione con l'attività estrattiva della pietra. Nel territorio carsico, più ci si allontana dal mare, più i resti di vasellame (anfore e vasi di uso domestico) si fanno scarsi e sono riconducibili ad attività agricole e pastorali. Nel caso di ville affacciate o vicine al mare, le indagini archeologiche hanno portato alla luce piccoli porticcioli annessi, i quali consentivano i trasporti marittimi. Tale sistema, estensibile almeno fino a Sistiana e in molte località costiere dell’Istria, rivela la presenza di una organizzazione produttiva e ricchi traffici.

Il paesaggio tra Sistiana e Trieste, in quel tempo, non doveva essere molto diverso da quello attuale: ville basse dissimulate tra la vegetazione, con piccoli approdi sul mare. Cassiodoro, in una sua epistola del 537, accennando ai frequenti e ricchi palazzi fabbricati sulla nostra riviera, la dice non inferiore per bellezza all'incantevole paradiso di Baja, dove gli imperatori e i patrizi Romani si ritiravano a godere la vita degli Dei; e concludeva  "l'Istria era ornamento dell'impero d'Italia". Con alle spalle la fiorente industria di estrazione litica di Aurisina, il materiale atto alla costruzione di queste ville non mancava (dalla fine del I secolo avanti Cristo, le cave di Aurisina fornivano copioso materiale da costruzione e decoro per Aquileia. Le pietre estratte venivano calate per mezzo di giganteschi scivoli, costituiti da lastre di piombo, lungo il ciglione carsico e giungevano a destinazione via mare).

Marziale racconta che intorno al Timavo si producevano grandi quantitativi di lana grezza, e quindi dovevano esserci consistenti allevamenti ovini, con produzione anche di derivati del latte, quale il formaggio, ipotesi confermata dal rinvenimento dei caratteristici contenitori in coccio. I vari processi di lavorazione (tosatura, lavaggio, cardatura - mungitura, cagliata e formatura), si svolgevano presumibilmente nelle ville.

Plinio ci riporta notizie della produzione di un uvaggio, il Pucino, che si ritiene essere stato vinificato nella zona tra Duino e il Villaggio del Pescatore. La maggior parte di queste ville, urbane o rustiche che fossero, presentano un tipico schema ad U, con una vasta area centrale scoperta che fungeva da centro di collegamento dell’edificio. I terrazzi inferiori, disposti su corridoi porticati, rivelano ornati di mosaici, e si affacciavano su un’area interna scoperta. In molte di queste ville si è rinvenuta la presenza di ambienti riscaldati, talora di piccole dimensioni. Sotto il pavimento, in opus spicatum (mattoni rettangolari disposti di taglio a spina di pesce), circolava dell’aria calda; era lo stesso principio usato nel Calidarium delle terme.

Il porto romano era situato in zona Campo Marzio, con una serie di scali di più modeste dimensioni lungo il litorale: sotto San Vito, a Grignano, a Santa Croce, ecc..

Due acquedotti alimentavano la città, quello di Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.

 

In un primo tempo si pensava che la Tergeste romana fosse sorta sul colle di San Giusto, in un'area che offrisse riparo dal vento, ma nel 2013, grazie a un radar ottico chiamato lidar (light detection and ranging), montato su un aeroplano, e a un georadar per lo studio del paesaggio, sono emersi dei nuovi insediamenti situati tra Montedoro e la baia di Muggia, porto naturale. La scoperta, che ha portato alla luce un accampamento romano con due castrum minori risalenti al 180 a.C., si deve all'archeologo Federico Bernardini dell'Istituto Internazionale di Fisica Teoretica Abdus Salam di Trieste e del Museo Storico della Fisica e Centro di Studi e Ricerche Enrico Fermi a Roma. Annunciata sulla rivista dell'Accademia di Scienze degli Stati Uniti (Pnas), il ritrovamento avrebbe quindi portato alla luce la "prima" Tergeste romana.

 

 

Giorgio Catania

(Ultimo aggiornamento gennaio 2017)

 

 

Bibliografia:

E. Generini, Trieste Antica e Moderna, Trieste 1884;

A. Puschi, La necropoli preromana di Nesazio, in Atti della Società istriana di archeologia e storia patria, XXII, 1905;

A. Tamaro, Storia di Trieste, I, Roma 1924;

G. Gartner, La basilica di S. Giusto, Trieste 1928;

Sergio Tavano - Giuseppe Bergamini, Storia dell'Arte nel Friuli-Venezia Giulia. Reana del Rojale (Udine), 1991;

Maurizio Buora, Le fibule in Friuli tra Tène e romanizzazione, in Quaderni Friulani di Archeologia II/, 1992;

Terre di Mare, Atti del Convegno Internazionale di Studi Trieste, 8-10 novembre 2007, a cura di Rita Auriemma e Snježana Karinja;

F. Fontana, La villa romana di Barcola. A proposito delle villae maritimae della Regio X, Roma 1993;

L’Architettura privata ad Aquileia in età romana, Padova, 2011;

Terre di mare, Giulia Mian, L’atleta della villa di Barcola, 2012.

 

 

 

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