TRIESTE E LA SUA STORIA


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Santuario di Santa Maria Maggiore

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa di Santa Maria Maggiore, chiamata popolarmente dei Gesuiti per ricordarne l‘origine, si trova nella città vecchia di Trieste, in via del Collegio, visibile e facilmente raggiungibile dall’ampia gradinata che parte da via del Teatro Romano. Tra le maggiori chiese di Trieste, il santuario rappresenta il più importante edificio del periodo barocco triestino. La sua costruzione si deve ai padri gesuiti Giuseppe Mezler (tedesco boemo) e Gregorio Salateo (goriziano), che giunti a Trieste nel 1619, ottenendo ospitalità presso Annibale Bottoni, capo della Confraternita dei Nobili, si adoperarono per stabilirvi l’Ordine della Compagnia di Gesù.[1]  Il Bottoni, grazie alla sua influenza cittadina, si impegnò per fargli concedere l'uso della chiesa di S. Silvestro, e l’Ordine ottenne anche l'esenzione del dazio, privilegio che mantenne fino al concludersi del 1633, quando vi rinunciò a seguito di una protesta cittadina. Con il favore del governo imperiale e grazie ad alcune generose oblazioni, nel 1620 si prese in considerazione l’apertura di un Collegio scolastico, rivolto alla formazione della gioventù.[2]

Un antico documento perduto, risalente al 1624, avrebbe riferito di una donazione di 53 mila fiorini da parte del principe Giovanni Uldarico da Eggenberg, duca di Crumlau, destinata alla costruzione del Collegio e di un nuovo luogo di culto. Fu il grande edificio alla sinistra della chiesa ad ospitare il Collegio, dove si tenevano sei classi: infima grammatica con parvisti e principalisti, media suprema grammatica con grammatisti e sintassisti, umanità con poeti e retori. Più tardi vennero introdotti gli insegnamenti di matematica elementare, con trigonometria piana e sferica, e di nautica, con qualche rudimento di geografia.[3]

Trieste allora contava poche migliaia di abitanti, ma essendo la città in rapida espansione si ritenne opportuna la costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine Maria, costruzione che iniziò simbolicamente con la posa della prima pietra, solennemente posta dal vescovo Rinaldo Scarlicchio il 10 ottobre 1627. Dai pochi documenti esistenti non è stato possibile risalire con certezza agli autori della progettazione: viene citato quale prafectus fabricae (soprintendente, capocantiere), il gesuita modenese Giacomo Briani (1589-1649)[4], ma non sappiamo se furono suoi anche i progetti.
Nonostante i lavori di costruzione si fossero protratti per decenni, quando venne consacrata dal vescovo Giacomo Ferdinando Gorizutti, l’11 ottobre 1682, la chiesa era ancora incompleta: la cupola e il tetto erano di legno, alcuni altari provvisori — mancavano la facciata e le decorazioni scultoree. Il mese successivo la consacrazione, precisamente il 20 novembre, un incendio causato da un torchio d’olio nel vicino Collegio dei Gesuiti, ne distrusse la cupola e parte del tetto.

 

 

 

 

 

La Cupola verrà ricostruita soltanto nel 1817, e completamente diversa rispetto al progetto originario — sui pennacchi degli archi, il pittore Giuseppe Bernardino Bison[5] vi dipingerà a tempera la raffigurazione dei quattro Evangelisti.

 

 

 

Prima dello sventramento della Cittavecchia e la costruzione nel 1956 della nuova scalinata di accesso, la chiesa si trovava all’interno di un nucleo urbano densamente abitato. Sgombrata dalle case che le stavano di fronte, avrebbe mostrato la sua imponente facciata.

 

 

 

 

La facciata
Costruita dopo il 1690, seppur senza certezze, la facciata viene attribuita al padre gesuita Andrea Pozzo (1642-1709)
[6], pittore e architetto, a cui è ascrivibile anche il progetto del duomo di Lubiana.

 

 

 

 

 

 

Sopra la porta centrale spicca un fregio a forma di sole con le lettere MRA (Maria Regina degli Angeli) anticipate da una Omega e seguite da un cuore, contornato da due fasci di paraste triplici: sopra la porta, nella grata a mezzaluna in ferro battuto, sulla sinistra si vede un piccolo martello gesuitico, in alto al centro la IHS, simbolo di Cristo, con Croce, entro sole raggiante.

 

 

 

 

 


La facciata è tripartita da gruppi di lesene sormontate da capitelli di ordine ionico che sostengono un pesante cornicione che segna la linea di ripartizione orizzontale. Gli spazi compresi fra pilastri isolati e l’alto zoccolo, concedono ampio respiro alla vista dell’osservatore. Nella parte alta, si trovano pilastrini affiancati da finestrelle di forma circolare. Corona la facciata un timpano rientrante nella parte superiore. Sebbene il sagrato risulti di dimensioni contenute, ben si armonizza con l'edificio.

 

 

 

 

L’interno della Chiesa

L’interno della chiesa, che presenta una pianta a croce latina, è diviso in tre navate da due file di pilastri binari d’ordine composito a sostegno delle volte a botte.

 

 

 

 

La dilatazione del vano centrale e la compressione del transetto, con il minor sviluppo delle navate laterali, tipico dell’architettura gesuitica, danno l’idea di chiesa a navata unica. Una strategia liturgica, dove la convergenza dei fedeli in preghiera verso l’altare maggiore segue il modello della basilica di S. Pietro, già in uso nelle basiliche paleocristiane. La cupola ottagonale emisferica, posta all’incrocio della navata centrale e del transetto, come già accennato, venne realizzata nel 1816-1817 da Giovanni Righetti, modificandone il progetto iniziale.

 

 

 

 

Navata sinistra

 

 

 

 

 

Fonte battesimale

Nella prima campata si trova la Cappella del fonte battesimale, in marmo policromo, del XVIII-XIX secolo, su cui svetta la statuetta di Giovanni Battista. 

 

 

 

 

La vasca poggia su di un basamento poligonale ed è decorata da tre cherubini a tutto tondo.

 

 

 

 

Il tabernacolo presenta tre portelle in ottone con raffigurazioni dell’Agnello mistico.

 

 

 

 

La volta del soffitto, a crociera, è affrescata con scene del Nuovo Testamento (Gesù e S. Giovannino, S. Giovanni Battista, Battesimo di Gesù, Cristo in preghiera), eseguite nella prima metà del XIX secolo.

 

 

 

 

Altare dell’Angelo custode

Nella seconda campata s’incontra l’Altare dell’Angelo Custode (o dell’arcangelo Raffaele). Eretto verso il 1715, venne donato alla chiesa dalla famiglia triestina de Calò. Derivato da modelli veneti e dal barocchetto austriaco, presenta colonne di marmo mischio e due statue: San Giovanni Nepomuceno e Sant’Antonio con il Bambino Gesù, forse di scuola veneta. La pala d’altare, riconducile ai modi di Palma il Giovane,  rappresenta l’Angelo e Tobiolo.

 

 

 

 

In una nicchia vicina all’altare dell’Angelo Custode è stata realizzata nel 1926 la grotta della Madonna di Lourdes.

 

Due lapidi bronzee ricordano i caduti della seconda guerra mondiale.

 

 

 

 

 

Altare dedicato a Sant’Ignazio di Loyola

Nel transetto sinistro si trova l’altare dedicato a Sant’Ignazio di Loyola (m. 11 x 5,85 ca.), fatto erigere dalla famiglia Conti nel 1689. L’altare è decorato da specchiature di marmo mischio e doppie colonne, tra le quali sono inserite due statue di Angeli (arte veneta del XVII-XVIII secolo). Sopra la pala un angelo regge un globo dorato con monogramma IHS. Più in alto la simbolica figura della Fede entro festoni (attribuita ad Alvise Tagliapietra), circondata da putti e angeli. Sopra a tutto svetta un angelo che sorregge un velo con la scritta: Omnia ad maiorem Dei gloriam. La pala con l’Apparizione di Cristo a Sant’Ignazio è attribuita alla scuola di Giovanni Barbieri detto il Guercino (1591-1666) o forse a un pittore di area emiliana della seconda metà del XVII secolo.

 

 

 

 

 

Pulpito

Il pulpito venne costruito nel 1742. Si articola in specchiature concave e convesse decorate al centro da un motivo stemmato a volute di marmo bianco. Sono sorrette da una pigna a volute.

Il baldacchino è a forma poligonale curvilinea a linee spezzate in legno, sopra di esso sei volute sostengono la figura di un Angelo con monogramma IHS. Nel cielo azzurro del baldacchino la Colomba dello Spirito Santo con raggiera dorata.

 

 

 

 

Sagrestia

Nell’ampia sagrestia si trovano tre grandi armadi in legno di noce, risalenti al 1720 circa, due di questi presentano vari intarsi raffiguranti motivi geometrici, busti di santi gesuiti, vasi stilizzati e la Crocifissione fra San Giovanni e la Vergine Maria.

 

 

Cappella Feriale

Da un ingresso posto all’interno della Sagrestia si accede alla Cappella Feriale, realizzata nel 1983. Sulla parete di sinistra spiccano quattro vetrate policrome, realizzate dalla ditta Polli, che rappresentano i quattro momenti del Vangelo in cui è citata la presenza della Vergine Maria.

 

 

Interno della chiesa in un'incisione del 1850

 

 

 

 

 

Cappella del Crocefisso

A sinistra dell’altare maggiore si trova l’altare dedicato al Crocefisso. Costruito fra il 1692 e il 1720 in marmo mischio, presenta colonne lisce e tortili in marmo nero. Sulla parte superiore dell’altare statue di Angeli, di cui quello al centro reca la Sacra Sindone, mentre al sommo lo stemma del donatore, vescovo Giovanni Francesco Müller. La cassa a sarcofago presenta uno zoccolo decorato.

 

 

 

Particolare del Crocefisso d'avorio (inizi del XVII secolo), dono del vescovo Müller. (Opera perduta)

 

 

Al centro dell’altare è posta una nicchia con un crocefisso che sostituisce l’originale in avorio, dono del vescovo Müller, trafugato dalla chiesa nel 1983. Sopra la nicchia è posto un cartiglio con la scritta “Altare privilegiato della buona morte”.

 

 

 

La portella del tabernacolo raffigura Cristo Crocefisso tra la Vergine e San Giovanni. Dietro al tabernacolo vi è un bassorilievo con le Anime del Purgatorio.

 

 

 

La decorazione del soffitto a crociera risale al 1840-1850; sulle quattro vele sono dipinti angioletti recanti i simboli della Passione.

 

 

 

Sul lato sinistro della cappella vi è la tela di Cristo nel sepolcro[7], opera del 1894 di Carlo Wostry.

 

 

 

 

 

Altare maggiore

L’altare maggiore, posto in mezzo all’arcone nel 1838, è dedicato all’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.

 

 

 

 

Realizzato fra il 1672 e il 1715-17, presenta il tabernacolo con volute sormontato dal ciborio sulla cui cupoletta poggia una statuetta di Cristo risorto.

 

 

 

 

Ai lati del ciborio quattro statue di Santi gesuiti (S. Ignazio di Loyola, S. Francesco Saverio, S. Luigi Gonzaga e S. Francesco Borgia), e due Angeli in preghiera, probabile opera di scultura veneta fra XVII e XVIII secolo. L’attuale abside (che sostituisce la precedente rettangolare affrescata dal gesuita Antonio Werles nel 1753), presenta un grande affresco a tempera del 1840 con l’Apoteosi dell’Immacolata del pittore Sebastiano Santi (1789-1866).

 

 

 

Navata destra

 

 

 

 

 

Cappella della Madonna della Salute

La cappella a destra dell’altare maggiore è dedicata alla Madonna della Salute. L’altare, dono nel 1693 del vescovo Giovanni Francesco Müller, presenta il sarcofago e le colonne lisce e tortili in marmo nero, trabeazione a fronte spezzata, statue di angeli e fastigio con lo stemma del vescovo Müller.

 

 

Bassorilievo raffigurante l'Annunciazione

 

 

 

 

Il quadro della Vergine, dono nel 1841 di Domenico Rossetti, è attribuito a Giovanni Battista Salvi (1605-1685) detto il Sassoferrato o riconducibile alla sua scuola. La ricorrenza della Madonna della Salute trova la sua origine nell’epidemia di colera del 1849 e all’intercessione della Vergine. Il 21 novembre 1849, dopo una messa di ringraziamento presieduta dal vescovo Bartolomeo Legat, si tenne un’imponente processione. Questa riconoscenza si rinnova ogni anno il 21 novembre.

 

 

 

Sulla parete destra una Madonna con Bambino di scuola veneta di fine XIV, metà XV secolo, proveniente dalla cappella dei conti de Totto di Capodistria (Koper).

 

 

 

 

 

 

 

 

Cappella della Madonna dei Fiori
Sotto il muraglione del Collegio gesuitico, all’ingresso del palazzo dell’INAIL
[8], in via del Teatro Romano, dal 1957 è stata collocata per volere del vescovo Antonio Santin, la statua miracolosa della Madonna dei Fiori, all’origine della festa del 21 novembre.

 

 

 

 

 

All’interno della Cappella ci sono anche due quadri del triestino Dino Predonzani, a memoria del ritrovamento del busto e della prima processione del 1849.

 

 

 

 

Le porte del cancelletto in bronzo con le figure di San Giusto e San Sergio sono opera dello scultore Marcello Mascherini.

 

 

 

 

 

Altare dedicato a San Francesco Saverio
Nel transetto destro è collocato l’altare di San Francesco Saverio. Fatto erigere nel 1665-1670 per volere dalla contessa Beatrice Dornberg in ricordo del marito Nicolò Petazzi, si presenta con una struttura simile a quella dell’altare di Sant’Ignazio di Loyola: con doppie colonne sormontate da un frontone.

 

 

 

 

Sulla mensa si trova un’urna reliquario in legno dorato (dell’Ottocento), contenente le spoglie del beato francescano Monaldo da Capodistria, morto nel 1278, proveniente dalla chiesa di Sant’Anna di Capodistria. Davanti all’altare vi è una cripta per la sepoltura dei defunti coperta da una grande lastra di marmo nero. Sopra l’altare è collocata la pala raffigurante la Gloria di San Francesco Saverio, attribuita ad un allievo di Luca Giordano (1632-1705) o a pittore di scuola veneta di fine Seicento.

Ai lati dell’altare sono collocate, su marmo nero, due memorie lapidarie con iscrizioni a ricordo dei donatori.

 

 

 

Altare della Madonna delle Grazie
L’altare dedicato alla Madonna delle Grazie venne eretto nel 1853 su disegno di Giuseppe Sforzi, dono del barone Pasquale Revoltella, in memoria della madre Domenica. Realizzato in marmo grigio a riquadrature in marmo rosso, presenta una nicchia semicircolare al cui centro è posta la statua della Beata Vergine col Bambino, opera dello scultore pordenonese Pietro Bearzi.

 

 

 

 

Altare dei Santi Martiri triestini
L’altare, costruito fra il 1697 e il 1719, donato dalla nobile famiglia triestina degli Argento, presenta l’antipendio con specchiature a bassorilievi, colonne che reggono un frontone spezzato con statue di Angeli, e le statue di Sant’Antonio e San Giuseppe col Bambino, di area veneta. La pala d’altare con
 Gloria dei santi Martiri raffigura i santi Giusto, Sergio, Servolo, Lazzaro, Apollinare, Eufemia, Tecla e Giustina.

 

 

 

 

La Via Crucis
Alle pareti delle navate le XIV tappe della Via Crucis, dipinte dal triestino Carlo Wostry (1865-1943).

 

 

I sotterranei di Santa Maria Maggiore in un disegno di C. Rieger del 1884

 

 

I Sotterranei
Sotto la Chiesa di Santa Maria Maggiore si trovano dei misteriosi sotterranei che fin dal 1883, quando “Il Piccolo” del 16 dicembre gli dedicò un articolo, furono oggetto di grande interesse. Antonio Tribel ne scrisse nel 1885 e “Il Piccolo” li ripropose in vari articoli nel 1927 e nel 1930.  I sotterranei sono attualmente visitabili in tutta sicurezza grazie alle esplorazioni effettuate, dal 1983 al 1997, dalla Sezione di Speleologia Urbana della SAS. Sono stati suddivisi in: la Cripta del Petazzi; la Torre del Silenzio; il Pozzo delle Anime; la Galleria del Gatto; la Camera di drenaggio del Collegio dei Gesuiti.

 

 

 

 

L’Organo
Sopra l’entrata principale, nel coro, nel 1808 venne installato l’organo del veneziano Gaetano Callido, con interventi successivi di Pietro Antonio Bassi. Ulteriori migliorie vennero apportate all’organo dal parroco don Giuseppe Millanich. Nel 1918 le canne di stagno dell’organo furono requisite dalle autorità militari rendendolo inservibile: venne ricostruito nel 1926 dalla ditta Zanin di Udine.

 

 

(g.c.)

 

 

BIBLIOGRAFIA :

KANDLER, Per innalzamento di altare e statua in onore della Beata Vergine Madre delle Grazie nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Trieste 1853;
E. GENERINI,
 Trieste antica e moderna. Trieste 1884;

A. MORASSI, G.B. Bison e il suo soggiorno a Trieste, in «Archeografo Triestino», ser. III, XVI (1930-31);

M. WALCHER CASOTTI, S. Maria Maggiore di Trieste. Trieste, 1956;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste, 1992;
A. BATTISTI (a cura), "Andrea Pozzo", Atti del Convegno (Trento 1992), Milano-Trento 1996;

V. DE FEO – V. MARTINELLI (a cura di), Andrea Pozzo, Electa Mondadori, 1998;

S. STURM, L'Architettura dei Carmelitani Scalzi in età barocca. Roma, 2012

 

 

SITOGRAFIA:
http://www.santuariosantamariamaggiore.it/

 

 

 

Note:

[1] L'Ordine della Compagnia di Gesù (in latino Societas Iesu), i cui membri sono detti gesuiti, venne fondato da Ignazio di Loyola, a Parigi, nel 1534 con l'intento di predicare in Terra Santa (progetto abbandonato nel 1537). L'ordine fu soppresso da papa Clemente XIV nel 1773 (sopravvisse nei territori cattolici della Russia); fu ricostituito da papa Pio VII nel 1814. I gesuiti osservano il voto di obbedienza al papa e sono particolarmente impegnati nel campo dell'educazione.

[2] Ferdinando II d’Asburgo aveva sollecitato il Consiglio ad accoglierli a Trieste già nel 1610, ma il parere contrario del vescovo Orsino de Bertis, avverso all’ordine dei gesuiti, contribuì al rifiuto. Il progetto gesuitico si attuerà nove anni più tardi, con la venuta a Trieste dei due Gesuiti espulsi dalla Boemia. Le forti protezioni di cui godevano imposero alla commissione del Consiglio di dargli sostegno, affidando loro il diritto d'insegnamento con privilegi che gravarono sull'erario civico e che contribuì a inimicarsi buona parte della popolazione, tanto che nel 1633 ci fu un tumulto popolare che li costrinse a rinunciare all’esenzione doganale.

[3] La stessa scuola non godette di grandi simpatie, avendo anche abolito l'insegnamento dell'italiano a favore del latino. Il Consiglio chiese all'imperatore Giuseppe I l'introduzione in città dell'ordine dei Domenicani, da contrapporre ai Gesuiti, e nel 1628 ci fu un’istanza al Capitano e ai rettori, affinchè venisse riaperta la scuola comunale. Nonostante l’opposizione dei Gesuiti, con arbitrato di delegati cesarei, il Comune fu autorizzato a stipendiare un precettore pubblico, ma limitatamente allo scrivere, il leggere e il far di conti. L’incarico di insegnare l’italiano venne affidato nel 1630 a Michele Fattorelli da Verona. Nel 1774, per la scarsezza di allievi, questa scuola verrà trasferita a Fiume, mentre riprenderanno dal 1781, per volere del conte Zinzendorf (Governatore di Trieste) le lezioni di nautica, e nel 1785 verrà costituita la Scuola nautica per merito del nuovo Governatore conte Pompeo Brigido.)

[4] L'architetto Giacomo Briano o Briano, progettò nel 1637 la chiesa gesuitica di S. Vito Fiume (Rijeka), a pianta centrale con ambulacro anulare.
[5] Nato a Palmanova e formatosi all'Accademia di Venezia, Bison lavorò inizialmente come pittore di teatro alle dipendenze di Antonio Mauro e successivamente collaborò con l'architetto Giannantonio Selva. All'inizio dell'Ottocento si trasferì a Trieste forse per coadiuvare il Selva nel concorso per il Teatro Nuovo. A Trieste Bison decora a fresco molti palazzi cittadini, realizza paesaggi e nature morte - ottenne anche commissioni prestigiose, ricordiamo la decorazione del palazzo della Borsa, di palazzo Segrè Sartorio e del palazzo Carciotti. Dopo una permanenza quasi trentennale a Trieste (1805-1831), si trasferì a Milano, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1844.

[6] Andrea Pozzo, anche Del Pozzo, Dal Pozzo e Pozzi (Trento, 1642 – Vienna, 1709), architetto, pittore e decoratore. La sua prima formazione artistica, di pittura e architettura, sembra essere avvenuta a Venezia. Nel 1665 diventa membro laico della Compagnia di Gesù (presso la chiesa di S. Fedele di Milano) - vi raggiunse il grado di coadiutore. A Milano perfezionerà la sua formazione artistica, lavorando come aiuto del Richini.

Fu attivo in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, a Roma dal 1681 dove esegue opere notevoli affrescando la volta e l'abside della chiesa di Sant'Ignazio, avvalendosi dell'aiuto del nipote Carlo Gaudenzio Mignocchi. In Liguria è attivo a Genova, nella chiesa di S. Ambrogio, a Novi Ligure esegue una Immacolata e S. Francesco Borgia, nella Collegiata. Nel 1675, a Torino esegue le decorazioni della chiesa gesuita dei Ss. Martiri. Nel 1681 venne chiamato a Roma per completare gli affreschi del corridoio della Casa Professa, non ultimati dal Borgognone. A Roma Andrea Pozzo rimase quasi un ventennio, fino al 1702, approfondendo gli studi di prospettiva e pittorica. Nel 1700 progettò la cattedrale di Lubiana dedicata a San Nicola.
Tra il 1693 e il 1698 scrisse Perspectiva pictorum et architectorum, in due volumi. Dedicato a Leopoldo I d'Austria e corredato da 220 tavole incise dal Franceschini, fu uno dei primi manuali sulla prospettiva per architetti ed uscì in molte edizioni, tradotte dal latino e italiano in numerose lingue.

[7] Carlo Wostry eseguì il dipinto ispirandosi alla Pietà di Franz von Stuck. Di ascendenza mistico-simbolista monacense, il Cristo disteso con il capo leggermente inclinato verso destra è avvolto in un bagliore mistico di luce divina, che rischiara l'oscurità del sepolcro.

[8] Dove nel passato sorgeva la Cappella Conti.


 

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