TRIESTE E LA SUA STORIA


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Trieste di ieri e di oggi

 

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Stemma di Muggia

 

 

Muggia, Muja in dialetto triestino, è un comune della provincia di Trieste con 13.140 abitanti, il comune più a sud della regione Friuli-Venezia Giulia, confinate con la Slovenia.
La popolazione è quasi per la sua totalità di madrelingua italiana. La minoranza slovena è concentrata soprattutto nella zona di Rabuiese-Vignano/Rabujez-Vinjan, Belpoggio/Beloglav e nella frazione di Santa Barbara/Korošci.

 

 

 

 

Le origini di Muggia sono protostoriche (età del ferro, VIII-VI secolo a.C.), con l’insediamento dei castellieri. Dopo la fondazione di Aquileia, nel 181 a.C., il territorio subì la conquista Romana e Muggia divenne colonia, Castrum Muglae, presidio a difesa delle incursioni degli Istri e degli Avari. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, Muggia subì le dominazioni dei Goti, dei Longobardi, dei Bizantini e dei Franchi. Nel 931 i re d'Italia Ugo e Lotario la cedettero al Patriarcato di Aquileia. Nel 1420 passò alla Repubblica di Venezia e progressivamente gli abitanti dei colli circostanti si trasferirono sulla riva del mare, nel "Borgo Lauro", dove tutt'oggi è concentrata la cittadina. Con il dissolversi della Repubblica di Venezia (1797) e il decennio di conquista napoleonica (1805-1814), Muggia passò sotto il dominio asburgico, sviluppando una considerevole industria cantieristica navale, che continuerà la sua attività fino alla seconda metà del XX secolo, quando le nuove strategie produttive la resero poco competitiva. Nell'Ottocento il dialetto muglisano, dialetto di tipo istro-veneto che per lungo tempo convisse con l'attuale muggesano, si estinse. Alla fine della prima guerra mondiale il territorio di Muggia passò al Regno d'Italia. Nel 1923 il comune di Muggia cedette la frazione di Albaro Vescovà e parte della frazione di Valle Oltra al comune di Capodistria. Dopo l'8 settembre 1943 il territorio passò sotto l'amministrazione tedesca diventando parte dell'Adriatisches Küstenland. A seguito del trattato di pace del 1947 e delle definitive rettifiche territoriali previste dal Memorandum di Londra del 1954, Muggia dovette cedere alla Jugoslavia, Barisoni (Barizoni) Bosini (Bosinj) San Colombano (Kolomban) Crevatini (Hrvatini) Elleri (Elerji) Faiti (Fajti) Plavia Monte d'Oro (Plavje) Premanzano (Premančan) Punta Grossa (Debeli Rtič) e nuovamente Albaro Vescovà (Škofije) - più di 10 km² con 3.500 abitanti, quasi la metà del suo territorio. Il 10 novembre 1975 venne firmato il trattato di Osimo che sancì gli accordi riguardo i confini. Oggi la cittadina di Muggia poggia la sua economia sul turismo e sul commercio. Sull’antico colle di Muggia Vecchia, si trova l'antica chiesa dedicata a Maria Assunta, eretta su una precedente del VIII o IX secolo, della quale si conservano alcuni elementi sopravvissuti al rifacimento avvenuto nel secolo XIII: l'ambone, il leggio e due grandi pilastri, a destra ed a sinistra dell'ingresso. Vicino alla chiesa è stato realizzato un Parco archeologico (Castrum Muglae), dove sono venuti alla luce resti di un borgo medievale: una strada con cinta muraria, l'officina di un fabbro e diverse abitazioni private, una di queste conserva resti del piano superiore e della scala d’accesso.

 

 

 

 

Il Duomo di Muggia

 

 

 

 

 

 

La chiesa, dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, edificata sui resti di un precedente edificio di culto, venne consacrata nel 1263 dal Vescovo di Trieste Arlongo dei Visgoni. Nel XIV secolo subì lavori di ingrandimento e verso la metà del XV secolo, la facciata, che presenta la parte superiore trilobata, venne rivestita in lastre di pietra bianca d'Istria.

 

 

 

 

 

 

Nella parte superiore venne collocato un imponente rosone sorretto da sedici raggi in marmo rosso e pietra bianca, in stile gotico, al cui centro si trova l'immagine della Madonna con il Bambino. Lo contornano tre epigrafi: quella di destra menziona il podestà Pietro Dandolo (1466-1467), che seguì il completamento dell'opera, quella di sinistra ricorda il restauro del 1865 e quella sopra l'inizio dei lavori della facciata sotto il Vescovo Nicolò. Nel 1873, venne costruito l'abside per allungare il presbiterio. Nella parte inferiore della facciata, due eleganti e slanciate finestre gotiche spiccano ai lati del portale a cui è sovrapposta una lunetta ad arco con la Santissima Trinità e i Santi Giovanni e Paolo. 

 

 

  

 


L'interno, diviso in tre navate, separate con quattro archi a tutto sesto e copertura a capriate, alla fine del 1930, ha subito sostanziali consolidamenti e restauri, compresa l'asportazione degli altari barocchi laterali. Rimane un frammento dell’affresco del XIV secolo che occupava la navata centrale. Il tesoro del duomo conserva alcuni lavori in argento.

 

 

 

 

Il campanile è in stile veneziano, a base quadrata con cuspide ottagonale.

 

 

 

 

Santa Maria Assunta a Muggia Vecchia

 

Paolo Marini

 

 

Sugli affreschi che decorano le navate della piccola basilica dell'Assunta sul colle di Muggia Vecchia esiste ormai una ben nutrita bibliografia. La pionieristica indagine di Pia Frausin aprì nel 1947 la strada ad una serie di studi che sono serviti a gettare luce - ma forse in maniera non ancora definitiva - sulla datazione e sul complesso retroscena culturale di queste pitture, che continuano ad affascinare come un piccolo ma terribilmente intricato enigma storiografico, nonché per il loro valore artistico, che agli occhi di chi scrive regge e risponde magnificamente con tutta la classe della sua araldicità al reiterato rimprovero di 'provincialismo' che salta fuori ad ogni piè sospinto nell'eventuale confronto con altri documenti della cultura pittorica romanico-bizantina.
Molto è stato scritto e molto è stato chiarito, dunque; quasi sempre ferma restando l'acquisizione di completezza dei frammenti - si perdoni l'ossimoro - che dei vari cicli ci sono pervenuti: a parte il rinvenimento di un larvato strato ornamentale preesistente alla stesura delle figure e delle scene sui pilastri e la parete di sinistra nella navata centrale, sembra che non rimanga altro da scoprire su questi muri dai quali tanta pittura è caduta sparendo per sempre. È vero che, comunque, la nostra cultura ancora tardoromantica sovente ci predispone a un interesse più accorato verso la rovina che verso il monumento intatto: pur premettendo di dovere il siparva licet componere magnis mi sento di affermare che, appunto in virtù del loro stato lacunoso, queste vestigia acquisiscono una qualità suggerente non dissimile da quelle della sepoltura tebana della regina Nefertari. E così, accanto a campiture che hanno superato piuttosto bene la prova del tempus edax (ma qui si tratterebbe di determinare una volta per tutte l'esatta entità risarcente dei restauri più volte effettuati nel corso degli ultimi cent'anni), specie negli episodi mariani e martiriologici della nave principale, permangono, nel mutismo assoluto della calce, brandelli dall'aspetto d'essudato salino, evanescenti lemuri che conservano trepidanti un qualche ricordo di colorazione e conformazione. A che cosa, per esempio, potrebbero riferirsi quel pesce e quel remo che chiazzano l'imposta dell'arcata sul quarto pilastro della navatella a destra? Contentiamoci di rilevare il più che discreto indugio ittiologico qua e là dispiegato nel nostro santuario, dal ricco campionario acquatico del torrente guadato dal san Cristoforo alla misteriosa traversata di quel barchino affollato di testine romaniche, la cui pagaia affonda in profondità ben pescose (sarà quindi forzatura il citare la terminazione pisciforme del pastorale retto dal san Zeno a memoria delle sue origini marinare?).
Eppure, quanto a rinvenimenti, potrebbe non essere stata detta l'ultima parola.
Nel citato saggio della Frausin si trova in nota, infatti, un'indicazione di riporto circa la sussistenza primonovecentesca di una scena raffigurante il Battesimo di Gesù, ubicata genericamente nella navata di destra. Ma l'autrice riferisce di seguito che di tale affresco "ora non è traccia". Rimanendo in questo settore della chiesetta, la studiosa non fa comunque menzione dei resti, in sé decisamente vistosi, di un' immagine - che Giuseppe Cuscito ipotizza possa trattarsi di un Albero della vita - stesa sulla parte interna del pilastro addossato alla controfacciata, piuttosto ben conservata nonostante il drammatico accartocciamento della muratura; ma è da credersi che all'epoca il cantuccio fosse ingombrato da qualche arredo. La porzione s'interrompe a circa due metri d'altezza dal pavimento; più in alto permane una chiazza con tracce colorate e nulla di più. Ecco che però se volgiamo lo sguardo sul muro attiguo (contro il quale è attualmente sistemato il confessionale), verso l'alto, noteremo un'ulteriore chiazza che a dispetto della sua davvero esigua estensione, pare, al confronto, assai più eloquente.

 

 

1.  Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

2. Muggia, basilica dell'Assunta, parte sinistra della controfacciata.


 

Alla tangenza della parete col pilastro di cui sopra emergono i tratti di quello che sembrerebbe proprio un braccio sinistro piegato a "V" e con la mano aperta (fig. 1): il pollice e le altre quattro dita sono nettamente distinguibili, con in più, a mo' di bisettrice dell'angolo formato dalla "V", un elemento verticale che potrebbe essere un bastone. Per il resto si direbbe che la parete taccia del tutto: nient'altro che traspaia alla sua superficie. Superficie tuttavia in gran parte celata da un quadro entro semplice cornice in legno, rappresentante, per quel che la densa penombra di quest'angolo di navata permette d'intuire, l'Assunta con il Bambino e santi nei modi alquanto rudimentali dell'arte provinciale (fig. 2). Ombra fitta, difficoltà per l'indagine muraria ravvicinata. E se in effetti fossero stati per lungo tempo i custodi involontari di un qualche segreto? Se il santuario volesse ricompensarmi per gli assidui pellegrinaggi - sia pur prettamente laici - che da una dozzina d'anni non mi stanco di tributargli, con una emozione che di volta in volta non si affievolisce, ma si sviluppa articolandosi, per così dire, in un'architettura emotiva sempre più salda, a modo suo progressiva acquisizione di fede?

 

3 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.
4 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.


  
Non deciso a rassegnarmi (un po' come David Hemmings in Profondo rosso, sempre si parva licet) m'impongo un supplemento d'indagine e monto sulla seggiola messa accanto al confessionale per por-tarmi il più vicino possibile - la mano saluta dall'alto di almeno tre metri e mezzo - e quindi con la dovuta cautela provo a scostare il vecchio quadro sacro, manovrandolo per l'angolo in basso a destra della cornice; ed ecco la ricompensa: quasi in linea con l'incorniciatura stessa, quel tanto che basta per essere sottratto alla vista, scopro col naso all'insù un altro brandello di muro dipinto, un'area approssimativamente triangolare al cui lato (lo definirei un triangolo equilatero, ma non potendo beneficiare d'una visione frontale potrei sbagliare) attribuisco la lunghezza d'una sessantina di centimetri, ed entro la quale si sviluppa un triplice sistema di linee, alquanto elaborato (fig. 3): fluide quelle nella parte più bassa (fig. 4),

 

 

5 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

 

6 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

 

più brevi e componenti una sorta di schema a marezzatura quelle verso il centro (fig. 5), e convergenti al margine 'polarÈ di una forma tondeggiante che ricorda il disegno d'un globo con tracciati i meridiani quelle più in alto (fig. 6, a sinistra) - alla sinistra delle prime, ancora qualche pennellata a uncino: tutte a contorno di tinte delicate che richiamano all'istante - così come accade per il lacerto della mano sopra descritto - quelle che i visitatori del santuario possono apprezzare nei preziosi affreschi che ben conosciamo; caratteri, questi, di linea e colore che mi paiono inequivocabili, a dispetto della gibbosità che affligge anche questo tratto di parete.
Ma questi due frammenti da soli non potrebbero certo inverare quell'informazione di un secolo fa che sembrava purtroppo irrimediabilmente smentita già ai tempi dell'analisi della Frausin. La mano mozzata e i reticoli di strie semiastratti, non si dimostrano affatto sufficienti per comporre la sia pur remota ossatura grafica di una rappresentazione come quella di cui la studiosa aveva preso nota, compiangendone lo smarrimento. Perlomeno, non ancora ... o dovrei dire invece non esattamente? La Frausin, per la cronaca, citava anche un'antica osservazione di Max Dvorak su "un frammento di rappresentazione dell'ultimo giudizio nella facciata interna, di cui ora non c'è più traccia"
7. Nulla di singolare, a livello iconografico: la scena era di prammatica nelle controfacciate dell'epoca - si pensi soltanto all'esempio preclaro di Santa Maria di Torcello, o, più tardi, a quello giottesco dell'Arena. Ebbene, a rigor di logica l'ubicare il battesimo di Cristo nella navata destra e il succitato brano nella facciata interna non significa, ai fini del nostro problema, violare il principio di non-contraddizione, siccome la facciata interna comprende, ovviamente, i termini di tutte e tre le navate, destra inclusa. I due insiemi s'intersecano in coincidenza della famosa parete: se mai affresco ancora visibile a Muggia Vecchia all'inizio del Novecento deve essere rintracciato, ebbene questo va cercato proprio qui. E, pur essendo gli appigli quasi infinitesimi, non comincia forse a convincere sempre meno la conciliazione di quella mano aperta con la necessità finora intravista di integrarla - anche se con la pura e semplice immaginazione - nella scena cristologica cui dovrebbe appartenere? Come mano del Battista persuade punto o poco, e il braccio risulta per di più panneggiato: san Giovanni non è sempre figurato a braccia nude? Quanto a mano di Gesù non è neppure il caso di discutere in tale contesto: è retorica la domanda sul perché non avrebbe dovuto svestirsi. In tale contesto, attenzione! Dimentichiamo un attimo la composizione standard del Cristo come asse di simmetria nella scena del Giudizio, e proviamo invece a immaginarcela decentrata, magari fino al margine del quadro o dell'affresco; proviamo addirittura ad adattare, a questo punto, il modello medievale del Cristo giudice a quei pochi resti oggetto della scoperta di cui stiamo riferendo. Potrebbe quadrare? Non intendo affatto rinunciare a procedere coi piedi di piombo, ma non posso trattenermi dall'avvertire un fortissimo sospetto di congruenza: ora sì che la disposizione del braccio acquisterebbe un senso in rapporto alla falsariga dell'ipotetico soggetto (e quindi quel 'bastone-bisettricÈ di cui dicevo andrebbe riqualificato come parte dello schienale di un trono), tanto più che quelle 'linee a meridiano' nella zona superiore del lacerto sotto il quadro ritmano una porzione che collima cromaticamente con la manica (un tono mattonoso), assumendo l'aspetto del gomito panneggiato del braccio destro; i meridiani sarebbero perciò le pieghe della tunica (fig. 6). Sulla scia di questo spunto, andiamo avanti: finiremo coll'assegnare a quelle `linee fluidÈ della zona inferiore la funzione d'alludere al ricadere della veste del Redentore tra i suoi piedi, uno dei quali - il destro - parrebbe adesso decisamente ravvisabile in quelle pennellate 'a uncino' (alias il contorno della dita), che suddividono due campiture cromatiche tra cui una dall'intonazione carnicina. I tasselli disponibili per la soluzione del rompicapo finiscono qui, ma resta ancora da dire la cosa più importante: ossia, che su questa parete, e solo su questa parete della chiesa, i resti degli affreschi non costituiscono una pellicola rialzata rispetto la superficie della parete che li conserva, bensì appartengono a un film pittorico ad essa sottostante: in altre parole, i brani in questione sono soltanto quanto oggi emerge da uno strato d'intonaco steso al di sopra d'una superficie dipinta di ampiezza indefinita e che, in teoria, potrebbe anche interessare una vasta parte del muro da cui occhieggiano con la loro fin adesso inudita richiesta di liberazione.

 

7 - Ricostruzione grafica dell'affresco.

 


Se in effetti l'intonaco venisse scrostato, la parete potrebbe restituire nella sua (si spera) intatta nudità proprio quella scena escatologica che per il momento, nella mia idea (fig. 7), sarebbe potenzialmente allusa dal filo d'Arianna di quel paio di lacerti che, pure, sono sempre sfuggiti all'attenzione degli studiosi o, al limite, poichè da più parti si legge di non meglio precisati 'frammenti sparsi' che nella genericità della definizione potrebbero comprendere pure quelli di cui ho parlato, male interpretati nella loro realtà stratigrafica. Per concludere, mi ripropongo di tornare su quanto l'eventuale e fortemente auspicabile risarcimento delle tracce che ho descritte ricomporrà, ci si augura ricongiungendole, in una forma finalmente definibile da un qualsivoglia nome o titolo.