TRIESTE E LA SUA STORIA


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TRIESTE

 

 

 

Trieste, (Trst in sloveno), (Triest in tedesco), è un comune italiano, capoluogo della Regione Friuli-Venezia Giulia, e più in particolare della Venezia Giulia.

Coordinate geografiche 45°38′10″ Nord  - 13°48′15″ Est
Altitudine 2 m sul livello del mare
Superficie 84,50 km²
Abitanti: 204.420 al 31-12-2015 (andamento demografico in diminuzione)
Comuni confinanti: Duino-Aurisina (Devin Nabrežina), Erpelle-Cosina (SLO), Monrupino (Repentabor), Muggia, San Dorligo della Valle (Dolina), Sesana (SLO), Sgonico (Zgonik)
Cod. postale 34121-34151 (aboliti 34012, 34014, 34017)
Prefisso 040
Targa TS
Nome abitanti: triestini
Patrono: san Giusto (si festeggia il 3 novembre)

 

 

Comune di Trieste, numeri telefonici di utilità

 

 

 

 

Lo stemma duecentesco della Città di Trieste, approvato con Decreto del Capo del Governo del 3 luglio 1930, nel "Libro Araldico" degli enti morali riporta la seguente blasonatura: "Scudo francese antico di color rosso con un'alabarda argento (alabarda, o lancia di San Sergio) sovrastato da corona muraria. « Di rosso all'alabarda di San Sergio d'argento ».

 

 

 

Bandiera della città di Trieste

Si presenta con l'alabarda di san Sergio in campo rosso.

 

 

  

Gonfalone della città di Trieste: Drappo rosso caricato dall'alabarda di San Sergio con la iscrizione centrata in oro “Città di Trieste”.

 

Sia lo stemma che gonfalone sono oggetto di speciale concessione; il gonfalone presenta la lancia libera in campo rosso ed è decorato con una medaglia d'oro al valor militare, concessa il 9 novembre 1956, per il patriottismo dimostrato dalla città durante gli eventi bellici.

La leggenda vuole che lo stemma di Trieste abbia origine dal martirio di San Sergio (miracolo di San Sergio), ove l'alabarda cadde dal cielo sulla piazza maggiore di Trieste, lo stesso giorno in cui il santo venne martirizzato, nel 336.L'alabarda conservata nel tesoro della cattedrale di San Giusto, ritenuta inattaccabile dalla ruggine, definito come spiedo alla furlana, era in uso nella zona come arma nel XIV secolo; non è stato possibile definirne né l'epoca, né la provenienza.

Un uso dell'alabarda quale stemma cittadino si può ipotizzare a partire dalla nascita del Libero Comune, i cui primi documenti sono del 1139. Le prime testimonianze certe dell'uso della lancia di San Sergio risalgono al XIII secolo, quando lo stemma compare sul rovescio di alcune monete coniate fra il 1237 ed il 1253, dopo che il comune ebbe la facoltà di battere moneta dal vescovo Volrico De Portis. Sui sigilli più antichi Trieste recava le mura merlate di una città, con tre torri e tre porte sulla facciata (raffigurazione della città), con l'alabarda su un'asta ed intorno la legenda in versi: "sistilanum publica castilir mare certos dat michi fines"; la legenda segnava i confini del territorio comunale. Lo stemma risulta presente in due capilettera degli Statuti Comunali del 1350: nel primo è raffigurato San Sergio impugnante la lancia e imbracciante uno scudo triangolare su cui è presente il simbolo cittadino, mentre nel secondo è riportato un banditore con l'alabarda dipinta sul mantello di colore rosso. L'arma viene anche menzionata nel testo essendo presente nella bolla in ferro che i capitani della guardia notturna alle mura si trasmettevano tra di loro durante il servizio. Il blasone formato dalla lancia bianca in campo triangolare rosso rimarrà in uso fino alla metà del XV secolo.

 

Trieste info turistiche:

 

La Storia in sintesi

Il nome Tergeste è di origine preromana, con base preindoeuropea: terg = mercato, ed il suffisso –este, tipico dei toponimi venetici. In alternativa, si ritrova proposta l'origine latina del nome "tergestum" (riportata dal geografo di età augustea Strabone), legata al fatto che i legionari romani dovettero combattere tre battagle per avere ragione delle popolazioni indigene ("Ter-gestum bellum", dal latino "ter" = tre volte e "gerere bellum" = far guerra, cui il participio passato da "gestum bellum").

Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entrò in contatto con un'altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale. 


Con le conquiste militari dell'Illiria da parte dei Romani, i cui episodi più salienti furono la guerra contro la pirateria degli Istri del 221 a.C., la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. e la guerra istrica del 178-177 a.C., ebbe inizio un processo di romanizzazione ed assimilazione delle popolazioni preesistenti. La “Venetia et Histria”, di cui Aquileia divenne la capitale. Dall'anno della sua fondazione, Aquileia si era sviluppata rapidamente ed aveva assunto sempre più il ruolo di città fortezza: vennero costruiti templi, fontane, obelischi, acquedotti, un circo, un anfiteatro e persino un palazzo imperiale.  I canali fluviali garantivano il carico scarico delle mercanzie e degli approvvigionamenti via mare; contava quasi 200.000 abitanti. Tergeste fu colonizzata alla metà del I secolo a.C. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed è probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto. I Tergestini sono menzionati nel De bello Gallico di Giulio Cesare, a proposito di una precedente invasione forse di Giapidi: "Chiamò T. Labieno e mandò la legione quindicesima (che aveva svernato con lui) nella Gallia Cisalpina, a tutela delle colonie dei cittadini romani, per evitare che incorressero, per incursioni di barbari, in qualche danno simile a quello che nell'estate precedente era toccato ai Tergestini che, inaspettatamente, avevano subito irruzioni e rapine. (CAES. Gall. 8.24). Tergestum fu citata poi da Strabone, geografo attivo in età augustea, che la definì come phrourion (avamposto militare) con funzioni di difesa e di snodo commerciale.

Tergeste si sviluppò e prosperò in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti più importanti dell'alto Adriatico sulla via Popilia-Annia. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro.

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, la città passò sotto il controllo dell'impero bizantino fino al 788, quando venne occupata dai franchi. Nel 1098 risultava già diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum. Nel XII secolo divenne un Libero Comune e dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d'Austria conservando però una notevole autonomia fino al XVII secolo.
Nel 1719 divenne porto franco ed in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell'Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si sviluppò diventando, nel 1867, capoluogo della regione del Litorale Adriatico dell'impero (l'"Adriatisches Küstenland"). Nonostante il suo stato privilegiato di unico porto commerciale della Cisleithania e primo porto dell'Austria-Ungheria, Trieste conservò sempre in primo piano, nei secoli, i legami culturali con l'Italia; infatti, anche se la lingua ufficiale della burocrazia era il tedesco, l'italiano era la lingua del commercio e della cultura. Nel XVIII secolo il dialetto triestino (dialetto di tipo veneto) sostituì il tergestino, l'antico dialetto locale di tipo retoromanzo. Il triestino, parlato anche da scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l'idioma più usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all'italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.
Trieste fu, con Trento, oggetto e al tempo stesso centro di irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava ad un'annessione della città all'Italia. Ad alimentare l'irredentismo triestino erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialità ed aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all'interno dell'Impero austro-ungarico. Quest'ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo (verbali del consiglio dei ministri imperiali asburgici del 1866, dopo la perdita di Venezia, per ridurre dove possibile l'influenza dell'elemento italiano, in favore di quello germanico o slavo quando questi fossero presenti) che viveva sia in città che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che iniziò ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia).
L'imperatore Francesco Giuseppe ordinò infatti una politica di "germanizzazione" e "slavizzazione" che andava contro gli Italiani che vivevano nel suo impero. Il sovrano ordinò: "si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione [Germanisierung oder Slawisierung] di detti territori [...], con energia e senza scrupolo alcuno": così recitava il verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il termine "Litorale" era impiegato nell'amministrazione asburgica per indicare la Venezia Giulia, quindi anche Trieste. Fra le molte misure di germanizzazione e slavizzazione promosse dal governo e dall'amministrazione asburgica vi furono delle espulsioni di massa imposte dal governatore triestino, principe Hohenlohe, che provocarono la fuoriuscita forzata di circa 35.000 italiani da Trieste fra il 1903 ed il 1913. Nel 1913, dopo un altro decreto del principe Hohenlohe che prevedeva espulsioni d'Italiani, i nazionalisti slavi suoi sostenitori tennero un pubblico comizio contro l’Italia, per poi svolgere una manifestazione al grido di “Viva Hohenlohe! Abbasso l’Italia! Gli Italiani al mare!”, tentando poi di assalire lo stesso Consolato italiano.
Si ebbero inoltre altre iniziative repressive o discriminatorie nei confronti degli italiani, fra cui anche episodi di violenza e vittime. A Trieste tra il 10 e il 12 luglio 1868, si ebbero violenze sugli Italiani da parte di soldati asburgici arruolati fra gli sloveni locali, che provocarono diversi morti e un gran numero di feriti fra gli italiani. Una delle vittime, Rodolfo Parisi, fu massacrato con 26 colpi di baionetta. L'impero cercò inoltre di diffondere il più possibile scuole tedesche (esistevano scuole medie tedesche anche a Trieste, come in molte altre località limitrofe) od in alternativa slovene e croate, tagliando i fondi alle scuole italiane od anche proibendone la costruzione, proprio per cancellare la cultura italiana, così come avveniva negli stessi anni in Dalmazia. Gli stessi libri di testo furono sottoposti a rigide forme di censura, con esiti paradossali, come l'imposizione di studiare la letteratura italiana su testi tradotti dal tedesco o la proibizione di studiare la stessa storia di Trieste, perché ritenuta "troppo italiana". L'autonomia triestina venne ad essere drasticamente ridotta dal "centralismo viennese" che "aveva attentato" sin dal 1861 "ai resti della vita autonomistica, specialmente a Trieste". Infatti, era volontà del governo austriaco di "indebolire i poteri e la forza politica ed economica del comune di Trieste controllato dai nazionali-liberali Italiani, ritenendolo giustamente il cuore del liberalismo nazionale in Austria e delle tendenze irredentiste". Questo prevedeva anche la recisione degli "stretti rapporti politici, culturali e sociali fra i liberali triestini e l'Italia". Poiché all'interno della comunità ebraica triestina erano diffuse idee irredentiste e filotaliane, le autorità imperiali cercarono anche di diffondere l'antisemitismo in funzione antirredentista ed antitaliana.
In realtà agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il discusso censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell'intera popolazione triestina. Ciò spiega come l'irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realtà sociale di Trieste (e di Gorizia) subì, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.


Nel 1918 il Regio esercito entrò a Trieste acclamato dalla maggioranza della popolazione, che era di sentimenti italiani. La sicura imminente annessione della città e della Venezia Giulia all'Italia, fu però accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. A tale proposito furono emblematici, il giorno 13 aprile 1920, i disordini scoppiati a Trieste in seguito di un attentato contro l'esercito italiano di stanza a Spalato, che aveva causato due vittime fra i militari. Durante i disordini, contraddistinti da un marcato carattere anti-slavo, un gruppo di squadristi triestini presidiò l'Hotel Balkan, ove aveva sede il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni e delle altre nazionalità slave locali, che fu dato alle fiamme. «Il rogo...mostra con le fiamme, che ben si possono scorgere da diversi punti della città, la forza del fascismo in attesa».
Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste passò definitivamente all'Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell'ex Contea di Gorizia e Gradisca, dell'Istria e della Carniola.
Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficoltà per Trieste. L'economia della città fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l'attività portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale; quasi la totalità della comunità germanofona lasciò infatti la città dopo l'annessione all'Italia; con l'avvento del fascismo l'uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunità slovena. Moltissimi sloveni così emigrarono nel vicino Regno di Jugoslavia.Un fenomeno analogo si era avuto, poco prima, ma in senso inverso, con la fuga dei dalmati italiani dalle loro ataviche terre, dinnanzi alle persecuzione attuate dai serbocroati, una volta che la Dalmazia era stata annessa al regno di Jugoslavia. Dalla fine degli anni venti, cominciò l'attività sovversiva dell'organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino.
Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della città crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all'immigrazione da altre zone dell'Italia. La prima metà degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell'ordine di circa l'1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici più rilevanti vanno ricordati il palazzo dell'Università e il Faro della vittoria. Con l'introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938, la vita culturale ed economica della città subì un ulteriore degrado dovuto all'esclusione della comunità ebraica dalla vita pubblica.
Nel periodo che va dall'armistizio (8 settembre 1943) all'immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante e suscitano tuttora accesi dibattiti. Nel settembre del 1943 la Germania nazista occupò senza alcuna resistenza la città che venne a costituire, insieme a tutta la Venezia Giulia una zona di operazioni di guerra, l'OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Egli tollerò in città la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un'esigua forza di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l'insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Si riservò però la nomina del podestà, nella persona di Cesare Pagnini, e del prefetto della provincia di Trieste, Bruno Coceani, entrambi ben accetti ai fascisti locali, alle autorità della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani. Durante l'occupazione nazista la Risiera di San Sabba - oggi Monumento Nazionale e museo - venne destinata a campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e per detenuti politici, partigiani italiani e slavi. La presenza del forno crematorio nella Risiera testimonia che non fu utilizzata solo come luogo di smistamento e di detenzione di prigionieri, ma anche come campo di sterminio. Si tratta dell'unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano. In seguito, nei primi anni cinquanta la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranità jugoslava.
L'insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu contraddistinta da uno svolgimento anomalo. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l'eccezione dei comunisti, proclamò l'insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani jugoslavi con l'appoggio del PCI attaccarono dall'altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull'altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l'arrivo del generale Freyberg. Le brigate partigiane jugoslave di Tito erano già giunte a Trieste il 1º maggio e i suoi dirigenti convocarono in breve tempo un'assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani. Questa assemblea proclamò la liberazione di Trieste, così presentando i partigiani di Tito come i veri liberatori della città agli occhi degli alleati spingendo i partigiani non comunisti del CLN a rientrare nella clandestinità.
Gli jugoslavi esposero sui palazzi la bandiera jugoslava, il Tricolore italiano con la stella rossa al centro e le bandiere rosse con la falce e martello. Le brigate jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo-americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo, mandate invece a operare altrove, benché molti triestini (italiani e sloveni) vi fossero compresi. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in città), riconobbero che la liberazione era stata compiuta dai partigiani di Tito e in cambio chiesero e ottennero la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l'Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli angloamericani stavano preparando il passo ad un'invasione dell'Austria e quindi della Germania). L'esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominò un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall'autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Komanda Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli e prelevarono dalle proprie case numerosi cittadini, sospettati di nutrire scarse simpatie nei confronti della ideologia che guidava le brigate jugoslave. Fra questi non vi furono solo fascisti o collaborazionisti, ma anche combattenti della Guerra di Liberazione. Un memorandum statunitense dell'8 maggio recitava:
« A Trieste gli Jugoslavi stanno usando tutte le familiari tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre proprietà di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantità. »
L'otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore italiano con la stella rossa al centro. La città visse momenti difficili, di gran timore, con le persone dibattute tra idee profondamente diverse: l'annessione alla Jugoslavia o il ritorno all'Italia. In questo clima si verificarono confische, requisizioni e arresti sommari. Vi furono anche casi di vendette personali, in una popolazione esasperata dagli eventi bellici e dalle contrapposizioni del periodo fascista. Invano i triestini sollecitarono l'intervento degli Alleati. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull'occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Josip Broz Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l'accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della Città e del suo hinterland.
Le rivendicazioni jugoslave e italiane nonché l'importanza del porto di Trieste per gli Alleati furono la spinta nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, alla istituzione del "Territorio libero di Trieste" (TLT). Per l'impossibilità di nominare un Governatore scelto in accordo tra angloamericani e sovietici, il TLT rimase diviso in due zone d'occupazione militare: la Zona A amministrata dagli Angloamericani e la Zona B amministrata dagli jugoslavi.
Tale situazione si protrasse fino al 1954 quando il problema venne risolto confermando la spartizione del territorio libero di Trieste secondo le due zone già assegnate: anzi, furono incorporati alla Jugoslavia alcuni villaggi della zona A (Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, Elleri, Plavie, Ancarano e Valle Oltra) appartenenti al comune di Muggia, che vide in tal modo dimezzato il proprio territorio. La frontiera fra la zona assegnata all'amministrazione italiana e quella occupata dalla Jugoslavia venne così a passare sui rilievi che sovrastavano la periferia meridionale della cittadina istriana.
Tale situazione provvisoria fu resa definitiva nel 1975, col Trattato di Osimo stipulato tra l'Italia e la Jugoslavia, nel quale si dichiarava il definitivo ritorno della città all'Italia. Nel 1962 Trieste divenne capoluogo della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Nel 2004, assieme ad altri Paesi, la Slovenia entra a far parte dell'Unione Europea e solo 3 anni più tardi la vicina Repubblica aderisce ai trattati di Schengen, facendo perdere quindi a Trieste la sua decennale posizione di città di confine.

 

 

Geografia
La città è situata nell'estremo nord-est italiano, vicino al confine con la Slovenia, nella parte più settentrionale dell'Alto Adriatico e si affaccia sull'omonimo golfo. Il territorio cittadino è occupato prevalentemente da un pendio collinare che diventa montagna anche nelle zone limitrofe all'abitato; si trova ai piedi di un'imponente scarpata che dall'altopiano del Carso scende bruscamente verso il mare. Il monte Carso, a ridosso della città, raggiunge la quota di 458 metri sul livello del mare. Il comune di Trieste è diviso in varie zone climatiche a seconda della distanza dal mare o dell'altitudine. Al di sotto delle arterie stradali cittadine scorrono corsi d'acqua che provengono dall'altopiano. Liberi un tempo di scorrere all'aperto, da quando la città si è sviluppata, a partire dalla seconda metà del 1700, vennero incanalati in apposite condutture ed ancora oggi percorrono i sotterranei delle odierne via Carducci (precedentemente via del Torrente, appunto), via Battisti (ex Corsia Stadion), viale venti Settembre (ex viale dell'Acquedotto), via delle Sette fontane o piazza tra i Rivi. A sud della città scorre il Rio Ospo che segna il confine geografico con l'Istria. Inoltre l'attuale zona cittadina compresa tra la stazione ferroviaria, il mare, "via Carducci" e Piazza della Borsa, il Borgo Teresiano, venne edificata nel XVIII secolo dopo l'interramento delle precedenti saline per ordine dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria.

 

 

Monumenti e luoghi d'interesse:


Piazza Unità d'Italia
Palazzo del Municipio
Canal Grande
Cattedrale di San Giusto
Tempio serbo-ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione
 

Palazzi: x
Palazzo delle Poste (1890-1894)
Palazzo Leo (1745)
Palazzo del Municipio (1875)
Ospedale militare (1863)
Palazzo Modello (1870)
Palazzo Carciotti (1798)
Palazzo Marenzi (1650)
Palazzo Vivante
Palazzo del Tergesteo (1840-1842)
Palazzo del Lloyd (1880-1883)
Palazzo del Governo (1904)
Stazione Marittima (1930)
Arsenale del Lloyd (1853)
Palazzo Aedes
Palazzo Gopcevich
Palazzo Bartoli
 
Castelli:
Castello di Miramare (1856-1860)
Castello di San Giusto (dal 1368 al 1630)
 
Siti archeologici:
Basilica Forense (II secolo d.C.)
Castelliere - Cattinara
Acquedotto romano - Val Rosandra
Foro romano - San Giusto
Resti templi romani ad Atena e a Giove - San Giusto
Teatro romano (I secolo a.C.)
Torre difensiva mura romane (adiacenze scalinata S. M. Maggiore)
Resti abitazioni romane (comprensorio Cittavecchia)
Arco di Riccardo (33 a.C.)
Antiquarium di via Donota
Antiquarium di Borgo San Sergio
Basilica Paleocristiana
Tor Cucherna
 

Androne di Trieste:
Aldraga (androna)
Barriera Vecchia (androna)
Campo Marzio (androna)
Cavana (androna di)
Cherso (androna)
Colombo Cristoforo (androna)
Coppa (androna dei)
Corte (androna della)
D'Este Almerico (androna)
Ferriera (androna)
Fontanella (androna)
Fornace (androna della)
Grigioni (androna dei)
Naldini fra' Paolo (androna)
Olio (androna dell')
Olmo (androna dell')
Orti (androna degli)
Pane (androna del)
Pergola (androna della)
Pozzo (androna del)
Rena (androna di)
Riparata (androna)
Romagna (androna di)
Cilino (androna)
Eufemia (androna)
Fortunato (androna)
Lorenzo (androna)
Saverio (androna)
Sebastiano (androna)
Silvestro (androna)
Tecla (androna)
Sporcavilla (androna)
Torchio (androna del)
Torre (androna della)
 

Larghi di Trieste:
Aiaccio (largo)
Augustani (largo degli)
Barriera Vecchia (largo della)
Battaglia Raffaello (largo)
Bertolini (largo)
Canal Giulio Ascanio (largo)
Città di Santos (largo)
Corsica (largo)
Giardino (largo)
Granatieri (largo dei)
Hohenlohe (largo)
Irneri Ugo (largo)
Martiri della Risiera (largo)
Mioni Ugo (largo)
Niccolini Giambattista (largo)
Osoppo (largo)
Panfili Odorico (largo)
Papa Giovanni XXIII (largo)
Pestalozzi (largo del)
Petazzi (largo)
Piave (largo)
Pitteri Riccardo (largo)
Politi Odorico (largo)
Promontorio (largo del)
Riborgo (largo di)
Roiano (largo a)
Tommaso (largo)
Santorio Santorio (largo)
Sonnino Sidney Giorgio (largo)
Sottomonte (largo)
 

Piazze di Trieste:
Piazza Barbacan
Piazza Benco (già Santa Caterina)
Piazza Cavana
Piazza Cucherna (già del Ss Crocefisso)
Piazza Dalmazia (già della Caserma; del Lavatoio)
Piazza dei Cordaroli
Piazza del Teatro Verdi (già Maria Teresa)
Piazza della Borsa
Piazza della Libertà (già del Macello Vecchio; della Stazione)
Piazza della Repubblica (già Gadolla)
Piazza della Valle
Piazza della Zonta
Piazza delle Pignate
Piazza delle Scuole israelitiche
Piazza di Riccardo
Piazza di San Giacomo
Piazza Donota
Piazza Foraggi (già la Nuova)
Piazza Garibaldi (già della Barriera Vecchia; Stranga)
Piazza Goldoni (già della Legna; San Lazzaro)
Piazza Hortis (già Luetzen; Lipsia; degli Studi)
Piazza Oberdan
Piazza Piccola (detta anche parva)
Piazza Ponterosso
Piazza Rigutti
Piazza San Francesco
Piazza San Giovanni
Piazza Sant'Antonio Nuovo
Piazza Scorcola
Piazza Tommaseo (già dei Negozianti)
Piazza Trauner
Piazza Unità d'Italia (già Piazza San Pietro; Piazza Grande)
Piazza Vecchia (del Rosario)
Piazza Venezia (già Giuseppina; Ganza; Grumula)
Piazza Vittorio Veneto (già della Dogana; delle Poste)
Piazza Volontari Giuliani
Piazzetta San Lorenzo
Piazzetta Santa Lucia
Largo Pamfili (già della Chiesa Evangelica; dei Carradori)
Largo Papa Giovanni (già dei Ss Martiri)
Foro Ulpiano (già del Fieno)
 

Quartieri e frazioni di Trieste:

Barcola
Basovizza
Contovello
Grignano
Gropada
Miramare
Opicina
Padriciano
Prosecco
Santa Croce
Trebiciano
 

Rioni di Trieste:

Barriera Nuova
Borgo Giuseppino
Borgo San Sergio
Borgo Teresiano
Cattinara
Chiadino
Chiarbola
Città Vecchia
Gretta
Roiano
Rozzol Melara
San Vito
Servola
Valmaura
 

Viali di Trieste:
Acquedotto (viale dell')
Cacciatore (viale al)
Campi Elisi (viale dei)
D'Annunzio Gabriele (viale)
Gessi Romolo (viale)
Gustincich (viale)
Ippodromo (viale dell')
Miramare (viale)
Puccini Giacomo (viale)
Ragazzi del 98 ?(viale)
Regina Elena (viale)
Regina Margherita (viale)
Rimembranza (viale della)
Sanzio Raffaello (viale)
Sonnino Sidney Giorgio (viale)
Tartini Giuseppe (viale)
Terza Armata (viale della)
XX settembre (viale)
 

Vie di Trieste

Piazze di Trieste

Rioni di Trieste

 

 

I Rioni di Trieste:


Rioni Storici:
Banne
Barcola
Barriera Nuova
Barriera Vecchia
Basovizza
Borgo Franceschino
Borgo Giuseppino
Borgo San Sergio
Borgo Teresiano
Cattinara
Chiadino
Chiarbola
Città vecchia
Città nuova
Cologna
Contovello
Duino Aurisina
Guardiella
Gretta
Gropada
Longera
Muggia
Padriciano
Prosecco
Roiano
Rozzol
San Giacomo
San Giovanni
San Vito
Santa Croce
Santa Maria Maddalena
Scorcola
Servola
Trebiciano
Valmaura
Villa Opicina
Zaule


Rioni - Nuove Circoscrizioni:
Altipiano Ovest
Altipiano Est
Roiano – Gretta – Barcola – Cologna - Scorcola
Città Nuova - Barriera Nuova - San Vito - Città Vecchia
Barriera Vecchia - S. Giacomo
S. Giovanni – Chiadino - Rozzol
Servola – Chiarbola – Valmaura - Borgo S. Sergio


Luoghi di culto:
Cattedrale di San Giusto (1304)
Chiesa serbo-ortodossa della Santissima Trinità e di San Spiridione (1869)
Chiesa Beata Vergine del Soccorso (1200)
Chiesa Beata Vergine del Rosario (1631)
Chiesa di San Nicolò dei Greci (1787)
Tempio ebraico - Sinagoga (1912)
Chiesa di Santa Maria Maggiore (1682)
Chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo (1842)
Chiesa di Sant'Apollinare (1857), con gli affreschi di Pompeo Randi
Chiesa evangelica luterana di Confessione Augustana 1870
Basilica di San Silvestro, luogo di culto delle comunità elvetica e valdese (XI secolo)
Chiesa evangelica Metodista
Chiesa anglicana di Cristo (1829)
 
Altri luoghi d'interesse:
Piazza Unità d'Italia
Piazza della Borsa
Canal Grande
Lanterna (1833)
Faro della Vittoria (1927)
Caffè San Marco, locale storico ritrovo di molti celebri intellettuali europei.
Gallerie antiaeree Kleine Berlin
Trenovia di Opicina (Tram de Opcina) storica tranvia inaugurata nel 1902.
Parco della Rimembranza sul colle di San Giusto
Cimitero austro-ungarico
Borgo Teresiano
 

Monumenti e giardini:
Alice (vedetta)

Asburgo Ferdinando Massimiliano d' (monumento)
Barcola (giardino di)
Caduti (monumento ai)
Capitano (giardino del)
Continenti (fontana dei)
Dedizione di Trieste all'Austria (monumento)
Fabio Severo (monumento equestre)
Garibaldi (monumento a)
Giardino del Capitano
Giardino Pubblico
Giovanin de Ponterosso (fontana del)
Leopoldo I (statua)
Miramar (parco di)
Nettuno (fontana al)
Opicina (obelisco di)
Opicina (vedetta di)
Ortensia (vedetta)
Pezze (fontana delle)
Rossi (monumento)

San Floriano (statua di)
San Giovanni Nepomuceno (statua di)
San Niceforo (fontana)
San Sergio (statua di)
Tartini Giuseppe (monumento a)
Tommasini Muzio de (giardino pubblico)
Traiana (colonna)
Tritoni (fontana dei)
Verdi Giuseppe (monumento a)
Winckelmann Giovanni Gioacchino (cenotafio a)
Zinzendorf (stele di)
Zonta (fontana della)

 

 

Evoluzione demografica

Fra la metà del XVIII e gli inizi del XX secolo Trieste conobbe un'epoca caratterizzata da un notevole sviluppo economico accompagnato da una crescita demografica molto sostenuta, che permise alla città di passare da alcune migliaia di residenti del periodo 1730-1740 ai quasi 230.000 del 1910. Con la fine della prima guerra mondiale e il congiungimento di Trieste all'Italia, il capoluogo giuliano assisté a un progressivo ristagno della propria popolazione a causa delle mutate condizioni geopolitiche in cui si era venuto a trovare alla fine della Grande guerra. Da principale emporio marittimo dell'Impero austro-ungarico e fra i massimi del Mediterraneo, la città e il suo porto iniziarono a declinare, passando ad occupare una posizione sempre più periferica nell'allora Regno d'Italia.
All'indomani della seconda guerra mondiale in città si verificò un altro mutamento delle dinamiche demografiche che l'avevano caratterizzata fino ad allora: l'esodo di molti italiani dalle terre dell'Istria ebbe infatti come meta Trieste, che conobbe ancora una volta un'impennata della popolazione residente, oltre a profonde trasformazioni della propria composizione etnica e del tessuto sociale urbano. In quegli stessi anni, e in particolare a partire dal 1954, con la fine del TLT, oltre 20.000 triestini, spinti da motivazioni di natura economica e sociale, ma anche di indole politica, scelsero l'emigrazione, dirigendosi principalmente in Australia, Canada e Sudamerica. Durante gli anni cinquanta e sessanta gli abitanti si mantennero costantemente al di sopra delle 270.000 unità raggiungendo un massimo di 283.000 nel 1968.
Da quel momento la città ha assistito a una progressiva diminuzione della propria popolazione. Le condizioni geo-politiche nuovamente mutate, la mancanza di un entroterra ampio che le desse respiro e la chiusura di molte attività economiche (come i cantieri navali San Marco e le birrerie Dreher) hanno costretto ampi strati di popolazione a trasferirsi altrove alla ricerca di lavoro. Ne è conseguito un decremento della natalità e un progressivo invecchiamento della popolazione residente con cali demografici che per lungo tempo hanno raggiunto e superato le 2000 unità all'anno.
Nell'ultimo decennio il decremento demografico è stato meno marcato che in precedenza, stabilizzando la popolazione triestina intorno ai 210.000 abitanti. Tale fenomeno è dovuto ad una ripresa della natalità e ad un nuovo e lento processo di immigrazione in massima parte proveniente dall'Europa orientale. La particolarità del territorio provinciale, che conta circa 240.000 abitanti ed è il più piccolo d'Italia, è nei fatti una sorta di conurbazione e un discreto movimento di popolazione è avvenuto negli ultimi anni dal Comune capoluogo verso i Comuni limitrofi.
Nonostante la ripresa demografica cui abbiamo fatto cenno, la città assieme a Genova, Bologna e Venezia, continua ad essere in testa alle classifiche italiane per anzianità della popolazione.

 


Etnie e minoranze straniere

Trieste è un crocevia di culture e religioni, conseguenza sia della sua posizione geografica di "frontiera" sia delle vicissitudini storiche che ne hanno fatto un punto di incontro di molti popoli; infatti quasi ogni etnia e ogni movimento religioso ha un proprio luogo di culto. Nella città di Trieste attualmente sono presenti accanto alla popolazione italiana, numerosi gruppi etnici minoritari storici tra cui sloveni, croati, serbi, greci e tedeschi e gruppi di recente insediamento tra i quali arabi, rumeni, albanesi, cinesi, africani e sudamericani.
Nel vasto territorio comunale di Trieste, il cui contado si spinge fino al confine con la Slovenia, si incontrano altresì località dell'altopiano carsico con consistenti comunità di lingua e cultura slovena. Il gruppo linguistico sloveno viene tutelato da apposite normative e contributi della Repubblica Italiana permettendogli di disporre di una propria rete scolastica, di proprie organizzazioni culturali e sportive e di propri movimenti politici. La comunità slovena era stimata, nel 1971, in circa il 5,7% della popolazione del comune.
Fino alla prima guerra mondiale la comunità di lingua tedesca superava il 5% della popolazione del comune, poi si ridusse drasticamente. La comunità slovena, presente nella città fin dal Medioevo, raggiungeva il 25% della popolazione del comune (secondo il discusso censimento austriaco del 1910). Durante il ventennio fascista molti sloveni abbandonarono la città a causa di una legislazione linguistica particolarmente iniqua nei loro confronti e di una politica di italianizzazione forzosa.
Prima della seconda guerra mondiale e della conseguente occupazione nazista, inoltre, esisteva anche una florida comunità ebraica (nel 1931 i residenti di religione ebraica erano 4.671, di cui 3.234 aventi la cittadinanza italiana). Questa si è progressivamente ridotta e attualmente conta circa 700 membri.

Al 31 dicembre 2010 la popolazione di nazionalità estera residente a Trieste era costituita da 18.257 persone (8.9 per cento delle popolazione)

 

 

Università

Trieste era sede, fin dal 1877, di una reputata Scuola Superiore di Commercio. Nel 1924 la città si dotò di un'Università, che nei decenni successivi acquistò un notevole prestigio e che ospita da tempo numerose organizzazioni scientifiche internazionali e il principale parco scientifico italiano. Trieste infatti è nota come Città della scienza e accoglie una comunità scientifica ed universitaria molto conosciuta e rinomata all'estero che richiama ogni anno migliaia di studenti da tutto il mondo e di tutte le culture. Da notare in campo scientifico sono il sincrotrone ELETTRA all'Area Science Park, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) ed il Centro Internazionale di Fisica Teorica.
 


Musei di Trieste e Provincia
 

Musei

Trieste accoglie 32 musei fra i quali troviamo il "Museo Revoltella - Galleria d'arte moderna", i "Civici musei di storia ed arte", una rete ("museo multiplo") di undici istituzioni museali triestine (Museo di storia ed arte e orto lapidario", Museo del Castello e Armeria", Lapidario tergestino, Museo d'arte orientale, Museo teatrale "Carlo Schmidl", Museo di guerra per la pace "Diego de Henriquez" Museo della Risiera di San Sabba, Museo di storia patria, Museo Morpurgo de Nilma, Museo Sartorio, Museo del Risorgimento e Sacrario Oberdan e Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa (in collaborazione con le Poste italiane) e i "Civici musei scientifici", costituiti da quattro istituzioni (Museo civico di storia naturale, Acquario marino, Museo del mare e Orto botanico). Altri tre musei fanno parte del "Servizio bibliotecario urbano" (Museo Sveviano, Museo petrarchesco piccolomineo e Museo Joyce Museum), a cui si aggiungono due biblioteche (Biblioteca civica "Attilio Hortis" e Biblioteca comunale del popolo "Pier Antonio Quarantotti Gambini", l'Archivio diplomatico e l'Archivio storico).


 

Lo Stadio Nereo Rocco, inaugurato nel 1992, ospita infine una serie di opere d'arte contemporanea, vincitrici di un apposito concorso (Nike, di Paolo Borghi primo classificato, ed opere di Nino Perizi, Marino Cassetti e Franco Chersicola, Livio Schiozzi, Claudio Sivini, Carlo Ciussi, Luciano Del Zotto, Gianni Borta, Enzo Mari e Francesco Scarpabolla. Per il "Polo natatorio" Davide Rivalta ha scolpito l'Ippopotamo in equilibrio sulla sfera.

 

 

Musei artistici:
Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna, fondato nel 1872 con lascito testamentario di Pasquale Revoltella (1795-1869) e ospitato inizialmente nel Palazzo Revoltella (1852-1858, architetto Friedrich Hitzig), fu ampliato nel 1907 con l'acquisto dell'attiguo palazzo Brunner (ristrutturato nel 1968 su progetto di Carlo Scarpa, con interventi fino al 1991). Conserva una pinacoteca con ampia raccolta di opere delle principali correnti pittoriche ottocentesche, in seguito ingrandita con opere novecentesche, nella sede di palazzo Brunner, mentre il palazzo Revoltella è stato allestito con gli arredi originali e la collezione raccolta dal donatore.
Civico Museo di storia ed arte e orto lapidario, nato nel 1843 come orto lapidario attorno al cenotafio di Johann Joachim Winckelmann, mentre il Museo di antichità presso la Biblioteca civica, conservava i materiali di minori dimensioni. Le due sedi furono riunificate nel 1925 sul colle di San Giusto. Raccoglie oggetti archeologici prevalentemente di origine locale.
Civico Museo d'arte orientale, inaugurato nel 2001 nel settecentesco "Palazzetto Leo", donato alla città dalla famiglia. Raccoglie materiali riguardanti oggetti provenienti dall'Estremo Oriente.
Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl, inaugurato nel 1924 dall'editore musicale Carlo Schmidl (1859-1943), fu inizialmente ospitato nello storico "Teatro Verdi". Nel 1991 fu spostato a Palazzo Morpurgo e quindi nella sede di Palazzo Gopcevic (1850, architetto Giovanni Andrea Berlam). Documenta la vita teatrale e musicale della città a partire dal XVIII secolo.
 


Musei storici:

Civico Museo del Castello e Armeria, dedicato alla storia del Castello di San Giusto e ospitato nei locali dello stesso castello, acquisito dal comune nel 1932 e restaurato nel 1936 l'armeria raccoglie armi tra il XII e il XIX secolo.
Civico Museo di storia patria, nato come sezione del Museo di storia ed arte, fu ospitato dal 1925 nella palazzina Basevi. Doveva raccogliere i materiali della vita pubblica e privata della città, ma se ne distaccarono nel 1934 i materiali risorgimentali e nel dopoguerra, in seguito ai danni subiti dalla palazzina e lo spostamento alla sede attuale, la collezione di dipinti fu distaccata presso il Museo Sartorio.
Civico Museo del Risorgimento e Sacrario Oberdan, raccoglie cimeli rinascimentali cittadini, precedentemente parte della raccolta del Museo di storia patria, ospitati in un edificio costruito nel 1934 dall'architetto Umberto Nordio sul luogo della scomparsa caserma nella quale era stato giustiziato Guglielmo Oberdan.
Civico Museo della Risiera di San Sabba, conserva, in alcune sale del monumento, ristrutturato nel 1965 (architetto Romano Boico), una raccolta di cimeli provenienti dai campi di sterminio tedeschi e oggetti sottratti dai nazisti agli ebrei triestini.
Civico Museo di guerra per la pace "Diego de Henriquez", istituito nel 1997, raccoglie cimeli di storia militare riuniti dal collezionista Diego de Henriquez.
Lapidario Tergestino, ospitato in uno dei bastioni del Castello, custodisce reperti provenienti dagli edifici della Trieste romana e precedentemente custoditi nell'Orto lapidario.
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa, nato dalla collaborazione del Comune con le Poste italiane e ospitato nel palazzo delle Poste del 1894, raccoglie cimeli postali della regione e delle zone limitrofe.
Museo Etnografico di Servola, sorto nel 1975, per iniziativa di don Dušan Jakomin, con lo scopo di raccogliere, conservare, esporre e mettere a disposizione di studiosi e di quanti siano interessati, documenti e oggetti legati alla storia, alla cultura e al costume del rione di Servola.
 


Musei scientifici

Civico Museo di storia naturale, inaugurato nel 1846 da un'associazione privata (la "Società di amici della scienza naturale") come "Gabinetto zoologico-zootomico", venne donato alla città nel 1852 e si trasferì nella sede attuale con il nome di "Civico museo Ferdinando Massimiliano". Comprende una sezione botanica, una sezione zoologica, una sezione paleontologica e una mineralogica e svolge attività didattica e di ricerca.
Civico Acquario Marino, inaugurato nel 1933 ed ospitato nell'ex "Peschiera Centrale", edificata nel 1913 in stile liberty dall'architetto Giorgio Polli. Ospita esemplari della fauna marina adriatica in un sistema di vasche con acqua prelevata direttamente dal mare.
Civico Museo del mare, inaugurato nel 1904 come "Museo della pesca" dalla "Società di pesca e piscicultura marina". A questo si aggiunsero materiali provenienti dall'Istituto nautico "Tomaso di Savoia Duca di Genova" di Trieste, con la trasformazione in "Esposizione marina permanente", affidato alla "Società adriatica di scienze naturali". Nel 1968 divenne il museo attuale con la nuova sede allestita dall'architetto Umberto Nordio. Ospita i materiali sulla storia della marineria triestina.
Orto Botanico, fondato nel 1842 dal "Gremio farmaceutico", a cui seguì nel 1861 un giardino per le specie spontanee dell'ambiente carsico. Nel 1903 ricevette il nome attuale.

 


Musei letterari
Museo Joyce Museum, nato nel 2004 dalla collaborazione tra Comune e Università, come centro di documentazione e studio di James Joyce in Italia.
Museo sveviano, ospitato a palazzo Biserini presso la Biblioteca civica, centro di documentazione e di studio su Italo Svevo (pseudonimo dell'industriale triestino Ettore Schmitz).
Museo petrarchesco piccolomineo, aperto nel 2003 per l'esposizione delle opere di Francesco Petrarca ed Enea Silvio Piccolomini conservate nella Biblioteca Hortis.

 


Dimore storiche
Civico museo Sartorio, ospitato in una villa settecentesca, ristrutturata nell'Ottocento e appartenente alla famiglia Sartorio. Conserva alcuni ambienti con arredi originali e diverse collezioni donate alla città, il Trittico di Santa Chiara, opera di Paolo e Marco Veneziano del 1328 e disegni di Giambattista Tiepolo.
Civico Museo Morpurgo de Nilma, ospitato nell'appartamento ottocentesco dei banchieri Morpurgo, con gli arredi originali, donato dalla famiglia al Comune nel 1943.

 


Altri Musei
Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata
Museo della Bora
Museo della comunità ebraica
Museo della Fondazione Giuseppe Scaramangà di Altomonte
Galleria Nazionale d'Arte Antica
Museo Nazionale dell'Antartide
Museo ferroviario
Museo etnografico di Servola
Museo speleologico "Speleovivarium"
Museo della Farmacia "Picciola"
Museo Commerciale
Science Centre Immaginario Scientifico (Grignano)
Antiquarium di Borgo San Sergio
Donazione Sambo

 


Principali teatri di Trieste:

Teatro Rossetti Stabile di Trieste
Teatro Comunale Giuseppe Verdi
Teatro Silvio Pellico
Teatro Orazio Bobbio (ex Contrada)
Teatro dei Fabbri
Teatro Miela Reina
Teatro la Barcaccia
Teatro Slovensko Gledalisce

 


Letteratura
L'ambiente culturale mitteleuropeo e la particolare storia di Trieste hanno favorito fin dall'Ottocento l'affermazione di scrittori triestini e l'arrivo di importanti autori stranieri che nella Città vissero a lungo. L'elenco di sotto comprende i più importanti scrittori nativi di Trieste e altri scrittori celebri che vissero e scrissero le loro maggiori opere nel capoluogo giuliano.
 


Scrittori di lingua italiana:
Francesco Burdin
Carolus Cergoly
Mauro Covacich
Diego De Castro
Piero Dorfles
Marcello Labor
Giuseppe O. Longo
Claudio Magris
Bruno Maier
Stelio Mattioni
Elody Oblath
Pier Antonio Quarantotti Gambini
Renzo Rosso
Pino Roveredo
Paolo Rumiz
Umberto Saba
Bruno Giordano Sanzin
Scipio Slataper
Giani Stuparich
Italo Svevo
Susanna Tamaro
Fulvio Tomizza
Bruno Vasari
Franco Vegliani
Giorgio Voghera
Guido Voghera
 


Scrittori dialettali:
Lino Carpinteri
Mariano Faraguna
Virgilio Giotti (premiato nel 1957 dall'Accademia dei Lincei)


Scrittori di lingua tedesca:
Theodor Däubler
Julius Kugy
Robert Hamerling
Veit Heinichen
Rainer Maria Rilke
Günter Schatzdorfer
 
Scrittori di lingua inglese:
Richard Francis Burton (nel XIX secolo, in epoca asburgica, visse i suoi ultimi 18 anni di vita a Trieste)
James Joyce
Jan Morris (lasciò Trieste nel 1954, subito dopo la ricongiunzione della città all'Italia)
 
Scrittori di lingua slovena:
Vladimir Bartol
Dušan Jelinčič
France Bevk
Miroslav Košuta
Jovan Vesel Koseski
Marko Kravos
Boris Pahor
Alojz Rebula
Igor Škamperle
 
Scrittori di lingua francese:
Vitomir Ahtik
Françoise Bergère
Stendhal, consule di Francia a Trieste in 1831
Charles Nodier (1780 – 1844)
Paul Morand (1888-1976)
Catherine Néal Phleng
Marie Bonaparte, castello di Duino

 

Stadio Nereo Rocco

Dedicato al famoso allenatore giuliano, lo stadio Nereo Rocco sorge nel quartiere di Valmaura, alla periferia sud della città, vicino al vecchio stadio Giuseppe Grezar. Ospita la sede della stessa società nonché degli uffici provinciali del CONI e il dipartimento di medicina sportiva; in talune occasioni è stato teatro di importanti concerti musicali, tra cui Vasco Rossi e Zucchero.La necessità di sostituire il vecchio stadio, dedicato a Giuseppe Grezar, inaugurato come "Littorio" negli anni trenta, portò alla costruzione di un nuovo impianto nel sito del vecchio macello comunale, alle spalle dello stadio precedente. Il progetto venne affidato allo studio di tre architetti triestini: Dario Tognon e Luciano e Carlo Celli. Lo stadio venne inaugurato il 18 ottobre 1992 con una partita di Serie C1 Triestina/Vis Pesaro.

 

 

 

 

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Approfondimenti:

 

 

 

Il Territorio

 

L'ambiente naturale di quella che sarebbe divenuta la città di Trieste comprende due unità geografiche distinte: l'altopiano carsico, costituito prevalentemente da calcari, e il golfo, formato da colline arenacee e pianure alluvionali. Il Carso, noto anche come Altopiano Carsico, si estende dai piedi delle Alpi Giulie al mare Adriatico, (in provincia di Gorizia e di Trieste), e attraverso la Slovenia occidentale e l'Istria settentrionale, prosegue fino al massiccio delle Alpi Bebie (Velebit) all'estremo nord-ovest della Croazia. Caratteristica delle rocce calcaree è la loro solubilità all'acido carbonico contenuto nella pioggia, che con il trascorrere del tempo le modella in varie forme (fenomeno del carsismo). Il Carso è ricco di migliaia di grotte di varie dimensioni, che da sempre hanno offerto naturale riparo ad uomini e animali, delle quali le più note sono la Grotta Gigante, le grotte di San Canziano e quelle di Postumia. Il calcare è una roccia sedimentaria creatasi sul fondo marino dall'accumulo di organismi quali piante, molluschi, coralli, crostacei...

 

La formazione del Carso dovrebbe risalire all'incirca alla fine dell'era Mesozoica, al Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa), quando in seguito alle spinte orogenetiche, le masse rocciose subirono la deformazione tettonica e cominciarono ad emergere le Alpi Carniche, le Giulie e le Dinariche. Il Carso, ancora sotto la superficie del mare, inizò a piegarsi, facendo affiorare delle scogliere dalle cui pieghe cadevano nel mare i detriti, che sedimentandosi diedero origine alle arenarie e alle marne.


Con il trascorrere del tempo (milioni di anni) il Carso accentuò il suo corrugamento, emergendo dal mare. Lo strato di arenaria, per effetto della frantumazione, andò a formare pieghe disordinate, doline e colline; la dorsale carsica, dalla soglia di Basovizza fino a Duino, venne percorsa da un grosso corso d'acqua, il Paleotimavo, il quale scorrendo creò le dorsali collinose.
Per effetto della solubilità del carbonato di calcio sotto l'azione degli agenti atmosferici, ebbero inizio quei processi di modellamento che conferirono al territorio un aspetto molto suggestivo.

 

 

I Marmi del Carso

Le cave di Aurisina presentano una notevole varietà di materiali che hanno tutti la stessa definzione: "brecciola calcarea" di origine organogena, formatisi proprio nel Cretacico superiore. E' durante questo periodo che iniziò il rapido sviluppo delle Angiosperme. Le ammoniti svilupparono forme a spirale svolta o a guscio quasi completamente diritto (eteromorfe) e nei mari poco profondi si diversificarono le rudiste, un particolare gruppo di lamellibranchi nei quali una valva assumeva forma conica rovesciata, fissata al substrato, mentre l'altra formava una sorta di opercolo. 
La fine del Cretacico superiore è caratterizzata da un'importante estinzione di massa, avvenuta 65 milioni di anni fa, famosa perché associata all'estinzione dei dinosauri.

 

 

Repen Classico chiaro. Estrazione: San Pelagio, Monrupino, Rupingrande

 

Aurisina Fiorita o Aurisina Brecciata. Estrazione: Aurisina

 


Dal punto di vista chimico, la base di tutti i marmi di Aurisina è il carbonato di calcio, mentre il carbonato di magnesio ed il residuo insolubile, quando ci sono, si trovano soltanto in traccia. Dal punto di vista dell'aspetto, i vari tipi di pietra di Aurisina si distinguono per la pezzatura delle inclusioni di fossili che sono più o meno sminuzzati; solo l'"Aurisina fiorita" si differenzia dalle altre, per il fatto che i fossili sono di notevoli dimensioni.
Già all'epoca romana, dalla fine del I secolo avanti Cristo, le cave di pietra di Aurisina fornivano materiale da costruzione e decoro per Aquileia. Le pietre estratte venivano calate per mezzo di giganteschi scivoli, costituiti da lastre di piombo, lungo il ciglione carsico, e giungevano a destinazione via mare. 
Ireneo della Croce scrive: “ […] non lungi dalle cave si vedono ancor oggi i vestigi di due strade, addimandate comunemente “Piombino”, perchè tutta coperte da lastre di piombo grosse, oltre due palmi dalla sommità del monte, sino alla riva del mare, servivano per trasportare le colonne ed altre machine levate dalle suddette cave e caricarle nelle navi”.

 

 

Clima

Il Carso presenta un clima temperato-marittimo, con afflusso di aria continentale proveniente dalla catena delle Alpi Giulie o attraverso la sella di Prevallo, che può produrre escursioni tra i valori minimi e massimi, nelle giornate estive, fino a 20°C. Nelle doline e sulle colline, si evidenziano dei topoclimi con caratteristiche subalpine, nei pendii che digradano al mare il clima è temperato marino.

La città di Trieste secondo la classificazione di Köppen rientra nel tipo mediterraneo con un clima piuttosto mite d'inverno e caldo, raramente torrido, d'estate. Per la vicinanza dei rilievi, brevi piogge possono presentarsi durante tutto l'anno, mentre durante i mesi estivi le precipitazioni sono rare e prevalentemente a carattere temporalesco. La temperatura media rilevata nel corso dell'anno è di 25°C nel mese più caldo (luglio) e attorno ai 6°C nel mese più freddo (gennaio) che raramente, almeno sulla costa, scende al di sotto dello zero. Scarse sono anche, le giornate con neve, nebbia o grandine, fatta eccezione per l'altipiano carsico che tende ad innevarsi con maggiore facilità. Il clima generalmente mite di Trieste muta in presenza del suo caratteristico vento, la "Bora", che soffia per brevissimi periodi anche d'estate, e le cui raffiche nel periodo invernale aumentano notevolmente la percezione di freddo. In determinati periodi le raffiche della Bora possono essere gelide, facendo precipitare le temperature anche di parecchi gradi sotto lo zero. Particolarmente fredde e ventose sono state le annate: 1929; 1956; 1976; 1985; 1991; 1996; 2003; 2006; 2008.

 

 

Flora

La flora carsica, risultato di alterne vicende climatiche verificatesi nel corso dell'era quaternaria, iniziata oltre 2 milioni di anni fa e conclusosi circa 12.000 anni fa, attraversando alcuni periodi glaciali, è molto ricca e varia di specie  (oltre 1500).

Possiamo suddividerla in tre gruppi:

la flora Illirica, con il frassino, la roverella e il carpino;

la flora Medioeuropea, con la quercia, l'acero, l'olmo e il carpino betulla;

la flora Mediterranea coi il pino greco, la ginestra, il leccio, l'olivo selvatico, la salvia e l'euforbia.  

 

 


Tra le piante presenti sul territorio, le principali sono:

Abbracciabosco, Abete bianco, Abete rosso, Abrotano di campo, Abrotano nostrano, Acacia, Acanto da siepe, Accatengi, Achillea nobile, Achillea sidente, Adianto, Adianto nero, Adianto nero, Adonide, Adonide fior d'Adone, Agave, Aglio ursino, Agno casto, Agrifoglio, Agrimonia, Ailanto, Ailanto del Giappone, Aino, Albatro, Albera bianca, Alchechengi, Alchimilla, Alisma, Alliaria, Alliaria comune, Alloro, Alno, Alno nero, Altea comune, Amarella Ammi, Anagallide, Ancusa, Anemolo bianco, Anemolo dei boschi, Anemone bianca, Anemone dei boschi, Anemone epatica, Anemone fegatella, Anemone gialla, Anemone montana, Anemone pulsatilla, Anemone stella, Aneto puzzolente, Angelica, Angelica selvatica, Antana, Aquifoglio, Arbuto, Aristolochia rotonda, Aro, Artemisia di campo, Artemisia litorale, Artemisia maschio, Asarabaccara, Asaro, Asfodelo bianco, Asfodelo montano, Asfodillo, Asparago, Asparago comune, Asperula, Asperula odorata, Asplenio adianto-nero, Asplenio tricomane, Assenzio, Assenzio comune, Assenzio delle siepi, Assenziolo, Assenzio maggiore, Assenzio marino, Assenzio romano, Assenzio selvatico, Assenzio vero, Avellana, Avellano Avena, Avena altissima, Avena comune, Avorniello, Avorniello, Avorniello d'Alpe, Avorno, Azarolo selvatico, Baccaro comune, Ballote, Barancio, Barba di capra, Barba di Giove, Bardana minore, Becco d'oca, Belladonna, Bellichina, Berberi, Berberio, Berretta da prete, Betulla, Betulla verrucosa  Biada, Biancospino comune, Biancospino selvatico, Bidollo, Bismalva, Bocca di lupo, Borragine comune, Borrana, Bosso comune, Bossolo, Brentoli, Brionia, Brionia comune, Brughiera, Brugo, Buglossa, Buglossa azzurra, Bugola, Bugola silvana, Caglio odoroso, Calaminta, Calcatreppola ametistina, Calendula, Calenzola, Callandria, Calta, Calta palustre, Camepizio, Camomilla fetida, Camomilla mezzana, Canapa acquatica, Canapaccio, Canapa d'acqua, Canapicchio, Capelvenere, Capelvenere di Montpellier, Capo bianco, Caprifico, Caprifoglio, Caprifoglio peloso, Carciofo grasso, Cardo da panni, Cardo dei lanaioli, Cardo di Venere, Cardo scardaccione, Carpinella, Carpino, Carpino bianco, Carpino comune, Carpino nero, Carpino orientale, Castagno, Castagno comune, Castagno d'India, Castalda, Cataria, Cavallini, Cecchia, Cedracca, Cedracca comune, Cedronella, Centinodia bistorta, Centocchio dei campi, Cerasiola, Ceraso, Cerfoglio, Cerfoglio comune, Cetracca, Chichingero, Ciclamino, Ciclamino delle Alpi, Cicuta, Cicuta aglina, Cicuta minore, Ciliegia di volpe, Ciliegio, Ciliegio selvatico, Cima dei pastori, Cimiciotta comune, Cimiciotto, Ciondolino, Cipolla, Cipressini grandi, Cipresso, Cipresso comune, Citiso alpino, Citiso laburno, Citraggine, Citronella, Cocomero, Coda cavallina, Colchico, Colchico autunnale, Comino nostrale, Concordia, Consolida, Corbezzolo, Cordiali, Corgnolo, Corniolo, Coronilla cangiante, Coronilla ginestrina, Correggiola bistorta, Cotogno, Cotula fetida, Crespino, Crespino comune, Damigella, Delcio, Dente canino, Diaconella, Dittamo, Edera spinosa, Edera terrestre, Efemero, Egopodio, Elabro nero, Elce, Elcio, Elleboro verde, Ellera terragnola, Equiseto, Equiseto comune, Equiseto dei campi, Erba aglina, Erba alliaria, Erba amara, Erba angelica, Erba astrologa, Erba bellica, Erba biscia, Erba bozzolina, Erba codeina, Erba da calli, Erba d'Adamo, Erba da piaghe, Erba della volpe, Erba di S Lorenzo, Erba dorata, Erba fontanina, Erba gatta, Erba giardina, Erba ginestrina, Erba limona, Erba limona comune, Erba limono, Erba lupa, Erba medica selvatica, Erba novella, Erba perla azzurra, Erba porraia, Erba quattrina, Erba regina, Erba renella, Erba rossa ventaglina, Erba ruggine, Erba rugginina, Erba sacra, Erba stella, Erba trinità, Erba vescicaria, Erica, Erica carnicina, Erica minore, Eringio ametistino, Eufrasia, Eufrasia stretta, Eupatoria, Eupatorio, Faggio, Faggio comune, Falsa borragine, Falsa gramigna, Falsa melissa, Falsa salsapariglia, Falso capelvenere, Fanciullacce, Farferugine, Farnia, Fegatella, Felce maschio, Fescera  Fico, Fico comune, Filicicchia, Filo di Venere, Finocchio bastardo, Fiordaliso stoppione, Fiordi stecco, Fiore del freddo, Fiorrancio, Fior stella, Framboa, Frangola comune, Frassinella, Frassino, Frassino da manna, Frumento rampicante, Fumaria bulbosa, Fumaria ditaruola, Fumosterno bulboso, Fusaggine, Fusaria, Fusaria appennina, Fusarina, Fusaro, Gaggia, Garofano di Spagna, Gattaia comune, Gattice, Gelso, Gelso comune, Gelso nero, Gelsomino, Gelsomino bianco, Gelsomino comune, Geranio dei boschi, Geranio malvaccino, Geranio rosso, Geranio sanguigno, Gettaione, Giardina silvestre, Gichero, Gigaro chiaro, Gigaro scuro, Giglio caprino, Giglio crestato, Giglio delle convalli, Giglione, Ginco, Ginepro,Ginepro comune, Ginkgo, Giracapo, Gittaione, Gittaione comune, Goccia di sangue, Gramaccia, Gramiccia, Gramigna comune, Grecchia, Grisettina selvatica, Guardacasa, Iberide rosea, Ippocastano, Ischia, Ischio, Isopo, Issopo, Iva artritica, Iva comune, Iva ginevrina, Jacea maggiore, Laborno, Laburno, Laburno alpino, Lagano, Lampone, Lantana, Larice, Larice comune, Lauro, Lazzeruolo selvatico, Leccio, Legabosco, Lentaggine, Lezza, Ligabosco, Ligustro, Limonello, Linajola, Linajola comune, Linaria, Lingua di bue, Lingua rada, Lunaria selvatica, Lupata, Madreselva, Madreselva pelosa, Maggiociondolo, Maggiociondolo di mon, Maggiopendolo, Malva, Malvaccini, Malvarosa, Malva selvatica, Malva silvestre, Malvone Malvone, Manina rosea, Margherita, Margheritina, Marrobio fetido, Marrobio nero, Marrobio selvatico, Marrubio fetido, Marruca bianca, Mazzettone, Mela cotogna, Melanio, Melissa, Melissa vera, Melo, Melo cotogno, Melograno, Melo selvatico, Menta bastarda, Menta dei gatti, Mentastro, Mentuccia, Mentuccia maggiore, Mestolaccia, Mezereo, Miglia sole maggiore, Millefoglio nobile, Mirto, Mirto comune, Morandola, More di pruno, More di spino, Moro, Moro bianco, Moro nero, Mortella, Mostola, Mughetto, Narciso, Narciso stellare, Nepetella, Nespolo, Nespolo volgare, Nigella, Nocciolo, Noce comune, Olivella, Olivello, Olivo, Olmaria, Olmaria comune, Olmo, Olmo comune, Olmo di montagna, Olmo minore, Olmo montano, Ontano, Ontano comune, Ontano nero, Orchide a foglie larghe, Orchide garofanata, Orchide macchiata, Orchide maschia, Orchide minore, Orchide palmata, Origano, Orniello, Orno, Ortica pelosa, Osmarino, Paglietta, Paleo, Paleo odoroso, Pallone di maggio, Pan di cuculo, Pan di serpe, Panporcino, Pasquetta, Peccio, Pepe falso, Pero, Pero comune, Pero cotogno, Pezzo, Piantaggine acquatica, Piantaggine d'acqua, Piede d'asino, Piè vitellino, Pino ad ombrello, Pinocchio, Pino da pinoli, Pino di Scozia, Pino domestico, Pino rosso, Pino selvatico, Pino silvestre, Pioppo, Pioppo albaro, Pioppo bianco, Pioppo nero, Pioppo tremulo, Pitta, Podagraria, Poligono bistorta, Politrico, Pomo granato, Pomola del diavolo, Porraccio, Porraccio bianco, Porretta, Porro, Pratolina, Primavera, Primaverina, Prugnolo, Prugnolo selvatico, Prugnolo spinoso, Prugno selvatico, Pruno agazzino, Pulsatilla, Pulsatilla montana, Quercia comune, Quercia leccio, Quercia rovere, Radice Vergine, Ranno, Ranno catartico, Ranuncolo bianco, Ranuncolo muschiato, Regina dei prati, Renella, Ribes, Ribes comune, Ribes rosso, Rindomolo, Rizomolo, Rizzimolo, Robinia, Robbia selvatica, Rosa canina, Rosa cinese, Rosa di macchia, Rosa di maggio, Rosa mistica, Rosa rossa, Rosa selvatica, Rosa serpeggiante, Rosmarino, Rosone, Rossetto, Rovere, Rovo, Rovo cervone, Rovo di macchia, Rovo ideo, Ruta selvatica, Sagina cannaiola Salep, Salice, Salice bianco, Salice comune, Salice da vimini, Salice di Babilonia, Salice piangente, Salice rosso, Salisburia, Salsa paesana, Salsapariglia, Salsapariglia nostrana, Salsa siciliana, Salvia, Salvia medicinale, Sambuchella, Sambuco, Sambuco acquatico, Sambuco comune, Sambuco rosso, Sambuco nero, Sangue di Cristo, Sanguigna, Sanguinaria, Sanguinella, Sanguinello, Santonica, Santoreggia, Santoreggia montana, Scapigliate, Scardaccione selvatico, Scarsapepe selvatico, Scopa piccola, Scopetti, Scopina, Sedano, Sedano comune, Semprevivo, Semprevivo dei muri, Semprevivo dei tetti, Semprevivo, Semprevivo maggiore, Sena falsa, Sena nostrale, Senna dei poveri, Sigillo della Madonna, Smarino, Sorbo, Sorbo degli uccellatori, Sorbo domestico, Sorbolo, Sorbo selvatico, Sorcelli, Sorrestella, Spaccapietre, Sparangio, Spina acida, Spina barbara, Spino bianco, Spino cervino, Spino cervino minore, Spino comune, Spino nero, Stellina odorosa, Stracciabrache, Stracciacappe, Strazzapolli, Strozza lupo, Strozza preti, Suorvo, Susino di macchia, Susino selvatico, Tamaro, Tasso, Tasso comune, Tiglio, Tiglio d'estate, Tiglio maremmano, Tiglio nostrale, Tiglio riccio, Tiglio selvatico, Timo falso, Timo maggiore, Tlaspi a mazzetto, Tremolina, Tremolo, Tribolo, Tricomane, Trifoglio della rena, Tuja americana, Tuja occidentale, Tuja orientale, Ulmaria, Usmarino, Uva di S Giovanni, Uva spina, Uva spinella, Uva tamina, Valeriana, Valeriana comune, Valeriana officinale, Vecciarini, Vedovina di teste bianche, Vegro, Veratro nero, Verga sanguigna, Vescicaria, Vetrice rossa, Viburno, Viburno lantana, Vimini, Viorna, Visnaga maggiore, Vite bianca, Vite del diavolo, Vite del serpente, Vite nera, Vite selvatica, Vitice, Viticella, Vivorna, Vulneraria, Vulneraria comune, Zabbara, Zafferano bastardo, Zafferano falso, Zafferano selvatico, Zammara, Zucca marina, Zucca matta, Zucca selvatica.

 

 

 

 

La Preistoria

Con "Preistoria", termine coniato negli anni trenta dell'Ottocento da Paul Tournal, fondatore della Commission Archeologique e del museo di Narbonne, si intende convenzionalmente quel grande periodo che, dalla prima comparsa dell'uomo sulla Terra, precede la storia documentata. Un intervallo temporale, secondo una visione abbastanza condivisa, che va da circa due milioni e mezzo di anni fa sino al 4.000 a.C. circa, periodo in cui avvenne l'invenzione della scrittura. 
Le prime testimonianze giunte a noi, intese quali manufatti e graffiti, sono state datate all'incirca intorno al 30.000 a.C. (secondo altre fonti la datazione dei reperti deve essere anticipata di molto).

Tradizionalmente, alla preistoria  viene ascritta l'età della pietra, ovvero quella fase dell'evoluzione umana non riferibile tanto ad un periodo temporale specifico, quanto evolutivo, in cui si iniziarono a costruire e usare utensili ricavati da legno, pietre, corno, ossa, conchiglie, mentre alla successiva protostoria è attribuita la nascita della lavorazione dei metalli, da cui prendono il nome le successive età del bronzo e del ferro.
L'età della pietra, in funzione delle tecniche di lavorazione dei materiali e all'uso degli utensili, viene suddivisa in tre periodi: Paleolitico, Mesolitico e Neolitico.

Il Paleolitico si estende all'incirca da 2.500.000 di anni fa fino al 10.000 a.C.; il Mesolitico dal 10.000 al 6.000 a.C.; il Neolitico dal 6.000 al 4.000 a.C.

Il termine Paleolitico (dal greco παλαιός palaios, "antico", e λίθος lithos, "pietra", ossia età "della pietra antica"), venne coniato dallo studioso John Lubbock nel 1865. Durante il Paleolitico avvennero una serie di glaciazioni, che prendono i nomi dai loro scopritori: glaciazione di Günz, glaciazione di Mindel, glaciazione di Riss e glaciazione di Würm. Durante queste epoche, i ghiacci si erano estesi su gran parte dell'Europa settentrionale e centrale, fin quasi sulle coste del Mediterraneo, provocando l'abbassamento del livello del mare di oltre 100 metri. Alla fine dell'ultima glaciazione, (da 15.000 a 10.000 anni fa), con il conseguente aumento delle temperature, i ghiacciai ripresero a sciogliersi alzando il livello dei mari. Successivamente all'ultima glaciazione, di  Würm, si diffonde in Europa l'odierno Homo sapiens sapiens. Gruppi umani, prevalentemente nomadi o a permanenza periodica, con un'economia di raccolta, caccia e successivamente di pesca, le cui abitazioni erano inizialmente ripari naturali (anfratti e grotte), poi capanne costruite con arbusti e pelli di animali, si diffondono nel bacino mediterraneo.

Nell’Europa occidentale pascolavano grandi branchi di renne, in quella orientale mammut e cavalli selvatici. Le condizioni climatiche e ambientali dell’Italia erano parecchio diverse da quelle attuali: grandi distese di boschi rendevano il clima fresco e umido, i ghiacciai alpini erano molto più estesi e la nostra regione era ricoperta da una fitta vegetazione alpina. Le terre emerse collegavano l’Italia alla penisola balcanica, quasi fino all’altezza della Puglia. 
Durante l'età paleolitica, l'uomo inizia ad utilizzare utensili in pietra - sono di questo periodo le pitture rupestri ritrovate in grotte, soprattutto nella Francia centrale e nella Spagna settentrionale, realizza sculture sbozzate in piccole pietre, rappresentazioni del mondo visibile, forme create con l'intento di riprodurre la realtà in cui esso viveva o per lasciare traccia della sua esistenza.

Durante il Mesolitico compaiono progressivamente forme artistiche di maggior rilievo, come disegni o incisioni di animali (bisonti, cavalli), in cui viene impiegato il rosso, il nero, il marrone, reperti delle grotte di Lascaux in Francia e delle grotte di Altamira in Spagna.

Nel periodo detto Neolitico fa la sua comparsa la ceramica, localizzata prima nel Mediterraneo orientale, per poi svilupparsi verso l'Africa settentrionale, la Grecia, l'Italia, la penisola balcanica, la Francia meridionale e la Spagna.

La Preistoria nel territorio di Trieste

 

 

 

Reperti fossili

Del territorio dove ora sorge Trieste e il suo entroterra, della Venezia Giulia, si sa solo quello che ci raccontano i reperti fossili, ora conservati nei vari musei.

Il Museo di Storia Naturale di Trieste, oltre allo scheletro fossile dell'Ursus Spelaeus che viveva nelle grotte del Carso fino a qualche decina di migliaia di anni fa, (quasi 300 esemplari sono stati rinvenuti nella grotta Pocala di Aurisina), ospita anche il dinosauro Antonio, ritrovato al Villaggio del Pescatore, zona "Baia degli Uscocchi", nei pressi dell'ex cava (sito paleontologico visitabile, gestito dalla cooperativa Gemina). A fianco della cava si trova una stradina che conduce al luogo del ritrovamento.

Scoperto nel 1994, Antonio è il più grande e completo dinosauro ritrovato in Italia, appartenente agli "adrosauroidi", rettili vegetariani che vivevano in branco e che alla fine del Cretaceo popolarono diverse regioni della Terra, comprese le Americhe. La loro caratteristica principale era la forma del muso, appiattito e con un becco simile a quello di un cavallo o di un'anatra. Si tratta dello scheletro fossile meglio conservato mai ritrovato in Italia (completo al 95%): misura 4 metri di lunghezza e un metro e trenta di altezza,  mano a tre dita, arti posteriori robusti adatti alla corsa. Databile a 70 milioni di anni fa, è attualmente il reperto animale più antico vissuto in queste zone.

Il Castello di San Giusto, dal 15 marzo al 3 giugno 2001, ha ospitato la mostra "I dinosauri nella regione adriatica", ottenendo un grande afflusso di visitatori. La mostra proponeva vari reperti del Villaggio del Pescatore: il già citato "Antonio", "Bruno" (un nuovo esemplare), le zampe anteriori di un adrosauro, parti di un dinosauro carnivoro, ossa di dinosauri di grandi dimensioni, tre coccodrilli; provenienti da Valle in Croazia: una vertebra di sauropode, un dente ed un artiglio di un piccolo dinosauro carnivoro, alcuni denti di coccodrillo; un grande blocco di roccia fossilifera e due denti di dinosauro da Kozina in Slovenia.

 


A quattordici anni di distanza, nel marzo 2015, una mostra di dimensioni inferiori è stata allestita alle Scuderie del Castello di Miramare: "Attenzione Dinosauri: Lavori in corso". Organizzata dalla ditta triestina Zoic, in collaborazione con la Cooperativa Gemina, è stato presentato il  minuzioso lavoro di restauro, preparazione ed assemblaggio delle ossa che viene svolto prima dell'esposizione definitiva in un Museo.

 

Nello stesso giacimento di Antonio sono stati ritrovati fossili di dinosauri della stessa specie, un osso di dinosauro carnivoro, coccodrilli, resti di rettili volanti, pesci, gamberi, vegetali. Questo assieme di reperti configura l'habitat locale del periodo come una pianura costiera paludosa, conseguente a vaste terre emerse, con una ricca vegetazione dovuta ad un clima tropicale o sub-tropicale. Le rocce carsiche conservano tracce di numerosi eventi biologici e geologici, risalenti da 45 milioni di anni fa fino a 100 milioni di anni fa, con forme di vita, soprattutto molluschi e microfaune i quali confermano una formazione avvenuta in un ambiente marino tropicale.

 

 

Antichi abitanti della Venezia Giulia

Delle origini e della vita degli antichi abitanti della Venezia Giulia, sappiamo molto poco: la valle dell’Isonzo fu abitata fin dal Paleolitico Medio (100.000 - 40.000 anni fa) con tracce umane anche nelle caverne della valle del Vipacco. I reperti archeologici di maggior rilievo risalgono all’epoca del Neolitico (8.000-3.000 anni fa) e a quelli dell’età del bronzo (circa 3.000-2.000 a.C.), quando, finita l’ultima grande glaciazione il clima si fece più mite e i vari gruppi umani abbandonarono la vita nomade per vivere nei primi villaggi, dedicandosi all’allevamento di animali e alla coltivazione della terra.

In Europa, compaiono i "dolmen", due grandi pietre verticali sulle quali viene appoggiata una orizzontalmente, e i "menhir", monoliti eretti singolarmente o in gruppi, con dimensioni che possono variare considerevolmente (fino a raggiungere i 30 metri di altezza), opere legate a culti primitivi. In Italia settentrionale si diffusero i villaggi su palafitte, in Sardegna, a partire dal terzo millennio a.C. sorgono i "nuraghi", costruzioni tronco-coniche a base circolare realizzate con pietre sovrapposte nelle pareti e a cerchi concentrici nelle volte a forma di cupola. Nelle zone di nostro interesse, che costituivano un punto di passaggio tra le aree montane del Carso, del Collio e la pianura veneto-friulana, si insediarono diversi popoli: Galli Carni, Protoilliri e Istri. Non mancano nemmeno tracce della cultura veneta, che da Este giunse fino a queste zone. Menzionati già da Erodoto, occuparono le nostre regioni tra il secondo e il primo millennio a.C; dediti al commercio, la loro civiltà raggiunse il massimo splendore tra il 500 e il 400 a.C., quando iniziarono le invasioni di alcune tribù di Celti, quelle dei Galli Carni. Testimonianze della civiltà dei Veneti si sono ritrovate nell’alta valle dell’Isonzo, a S. Lucia di Tolmino (ottomila tombe e i resti di un insediamento di capanne), a Caporetto e sull’altura di Santa Caterina sopra Nova Gorica, tutte collocate dagli studiosi all'età del ferro. Sempre secondo gli storici sembra che a quel tempo i Veneti confinassero al Timavo con gli Istri. Venivano eretti tumuli di pietra e i defunti trovavano collocazione in tombe, come quelle scoperte a Tolmino, ma anche sul monte Calvario e a San Pietro. Dopo il V secolo a.C., sorsero consistenti nuclei abitativi dai quali avranno poi origine alcune delle città attuali, primo tra tutti quello di Aquileia, in un’area dove erano presenti Veneti, Illiri e Celti.

I Galli Carni, popolazione celtica di origine danubiana, scesero tra il V e il IV secolo a.C. e dopo aver affrontato cruenti scontri con i Veneti e gli Istri, si insediarono nell’Isontino, nel Friuli e nel Veneto. Secondo Tito Livio e Plinio il Vecchio, avrebbero edificato una città fortificata non distante da Aquileia, poi  distrutta dai romani.

Degli Istri, popolazione indoeuropea di indole bellicosa, è documentata  la presenza sul Carso già nel X secolo a.C. Combatterono per la prima volta contro Roma nel 229 a.C. e successivamente, sconfitti nella zona del Timavo, si rifugiarono a Nesazio, una città non lontana dall’odierna Pola. Presa d'assedio nel 177, secondo quanto tramandato da Livio, la città cadde dopo che i Romani ne distrussero l’acquedotto. Nonostante la distruzione e sottomissione di varie città, gli Istri mantennero la loro indipendenza ancora per qualche anno, fino al 27 a.C., quando tutti i territori dall’Istria al Danubio furono trasformati in provincia romana e vennero romanizzati. 
 

 

 

Castelliere in Istria

 

 

 

I Castellieri

Ad opera degli Istri, tra il XV e il III secolo a.C., nella zona del Carso e dell'Istria, fanno la loro comparsa i primi "castellieri". Si tratta di piccoli insediamenti, edificati in posizioni elevate e caratterizzati da una o più cinte di rocce sedimentarie di varie misure, spesso realizzate a secco o saldate con terra e  sterpaglia. Talora i castellieri venivano maggiormente fortificati con staccionate in legno, per migliorare la difesa del villaggio dove vivevano comunità dedite all’agricoltura, all’allevamento, alla caccia e alla pesca. Essi possono variare molto di dimensione, a partire dai 200 metri, fino a raggiungere il chilometro di circonferenza.

Il castelliere preistorico divenne l'"oppido" romano (insediamenti cittadini fortificati)e sovente, con il trascorrere del tempo, su di esso vennero innalzate fortificazioni medievali, chiese, villaggi o città. Si trovano traccia di castellieri in tutta la Venezia Giulia e Friuli; nella sola Istria ve ne sono almeno 500.
Ritenuti per secoli fortilizi romani, nel XIX secolo, ad opera  dello storico e scrittore Carlo De Franceschi  (Moncalvo di Pisino 1809 - 1893), i castellieri vennero restituiti quali sedi degli abitanti preistorici dell'Istria; allo stesso De Franceschi spetta anche il merito di aver identificato la posizione di Nesazio, capitale degli Istri.

Nel 1903, l'archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale aveva già fatto uno studio nel 1883 sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un gran numero. Il Marchesetti fu direttore per oltre quarant'anni del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne nominato anche direttore dell’Orto botanico, che successivamente annesso al Museo di storia naturale, assunse grande prestigio scientifico. 
Nel corso di una serie di campagne di scavo e di ricognizione, svolte tra il 1883 e il 1892, nell’Isontino e in Istria, il Marchesetti rinvenne significativi reperti, ancora oggi conservati nei civici musei triestini; le sue scoperte vennero pubblicate nel "Bollettino della società Adriatica di Scienze naturali".

Sebbene i resti dei villaggi  e delle necropoli annesse a queste fortificazioni siano quasi totalmente scomparsi, nei più antichi sono state ritrovate ceramiche e utensili in pietra levigata, ossa di cervo, tra i rari oggetti metallici delle fibule di tipo la Certosa, risalenti al VI-V secolo a.C., scoperte nei castellieri di Trieste e del Carso. La ceramica è caratterizzata da un'impasto nero opaco, con varie tipologie di anse, base decorata a solchi circolari concentrici disposti attorno ad una rientranza concoidale. I manufatti di selce sono perlopiù martelli e accette di pietra verde, pietre da fionda, qualche macina.

Dopo l'esplorazione scientifica, avviata nel 1925, sui castellieri di Monte Ursino e di Fontana del Conte, si giunse alla conclusione che il vallo non deriva sempre e soltanto dal crollo della cinta muraria, ma che può essere una tecnica più complessa di costruzione muraria, realizzata allo scopo di ottenere un livello orizzontale stabile. Venne stabilita anche l'esistenza di due tipi di castellieri: il tipo a muraglioni, comune nell'Istria meridionale e nelle isole del Carnaro, e il tipo a terrapieno, utilizzato nell'altipiano della Piuca, dove i più antichi appartengono all'età del bronzo e i più recenti a quella del ferro. 
Oltre a difesa di un nucleo abitativo, i castellieri potevano essere utilizzati quale ricovero di animali, o in presenza di altari di pietra, destinati al culto votivo.

Per le loro caratteristiche, i castellieri sono stati riutilizzati, sia al tempo degli antichi romani, sia durante il Medioevo, alcune teorie fanno risalire Trieste e Pola ad antichi castellieri.

Citiamo alcune delle località dove sono presenti dei castellieri: Cattinara, Conconello, Contovello, Duino Aurisina "Castelliere Carlo De Marchesetti", Elleri, Ermada, Gradez, Kluc', Monrupino, Monte Castiglione, Monte Carso, Monte Coste, Monte d'Oro, Monte Grisa, Monte Grociana, Monte San Leonardo, Monte San Michele, Monte San Primo, Monte Spaccato, Montebello, Nivize, Prosecco, Rupingrande, Rupinpiccolo, San Giusto, San Leonardo, San Lorenzo, San Michele della Rosandra, Sales, San Polo a Monfalcone, San Servolo, Santa Croce, Slivia, San Vito, Sant'Elia, Slivia, Zolla...
 


 

Origini della città di Trieste

Incerte e controverse rimangono le origini di Trieste. Dopo il X secolo a.C. è documentata sul Carso la presenza dei primi nuclei di indoeuropei, gli Istri, e di alcuni castellieri da essi  edificati. Ma con ogni probabilità gli Istri non furono i primi abitanti della antica Trieste.

 

Il geografo greco Marciano ricorda che gli antichi abitanti della città avrebbero creduto, come molte delle città greche e italiche più antiche, che essa avesse preso il nome da un eroe o semidio, eponimo fondatore "Tergesto", un Argonauta che l'avrebbe fondata in riva al mare. 
Plinio, raccontando i miti di Giasone e Medea, narra come gli Argonauti, dopo aver conquistato il Toson d'Oro, avrebbero risalito il corso del Danubio e i suoi affluenti fino ai piedi delle Alpi Giulie, dove, caricando le navi sulle spalle, discesero a valle fino a raggiungere le spiagge del mar Adriatico (non procul Tergeste), non lontano da Trieste.

Erodoto racconta, come fosse già risaputo ai suoi tempi, che i Greci della Fòcide, già nel IX o nell'VIII secolo a.C., avrebbero risalito l'Adriatico avviando un intenso commercio tra le nostre terre e le colonie greche dell'Italia meridionale, dato supportato dai ritrovamenti di vasi greci arcaici (VI-V secolo), presenti nelle necropoli preistoriche della Regione Giulia. Virgilio narra la storia di Antenore, principe veneto, che con la sua gente, dopo la caduta di Troia, fuggi dai Greci risalendo l'Adriatico fino ad arrivare alle foci del Timavo, che divenne fiume sacro dei Veneti, presso le cui risorgive essi costruirono un tempio dedicato a Nettuno. Strabone menziona la costruzione di un tempio alle sorgenti del Timavo,  dedicato non a Nettuno ma a Diomede, il re trace domatore di cavalli. 
 

" Tracce di un castelliere e oggetti di selce, di ceramica, d'osso e di corno, attribuiti allo strato «protovèneto», furono trovati sul colle di Montebello, ai limiti di Rozzòl. Rovine di castellieri furono vedute presso Cattinara, a Contovello, a Conconello, sul monte Spaccato e sul monte Grisa, lungo tutto il ciglione della Vena, nel circondario di Trieste. Il suo territorio fu dunque abitato in maniera relativamente intensa. Ma la collina che dà sul porto, dove oggi è la nostra città? " (Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Vol. I)

 

 

Strabone fa risalire la fondazione di Tergeste al popolo celtico dei Carni.

 

 

"I più antichi abitanti di questi ultimi scoscendimenti delle Alpi Giulie dei quali ci sia pervenuta memoria erano Celti o Galli e propriamente di quel popolo ch'ebbe nome di Carni. Da Strabone si apprende che nella sua origine Trieste si chiamasse Pago Carnico. Dei fasti di questo popolo tace la storia, nè avanzarono monumenti in testimonianza del loro grado di civiltà. In epoca non bene precisabile, ma presumibilmente circa 700 anni innanzi l' E.V., un popolo Trace cacciato a quanto sembra dalle sue sedi alle foci dell' Istro, risalì il Danubio e la Sava, si ripiegò sulle Alpi presso Lubiana e venne a stabilirsi sulle rive dell'Adriatico. Egli respinse e sottomise gli abitanti Celti del paese e gittò lungo la costa, le fondamenta di parecchie città, tra le quali Trieste". (Ettore Generini, Trieste Antica e Moderna, Trieste 1884)

 

 

Ma la fondazione del primo nucleo della romana Tergeste potrebbe anche risalire ai Veneti o Paleoveneti, come testimoniato dalle radici del nome "Terg" ed "Este".

 

" Se Trieste non fu già castelliere «protovèneto», si dovrebbe considerare di fondazione veneta. L'argomento più probante sarebbe nel suo stesso nome di Tergeste, che è il più antico. Vale a dire nel suffisso -este, che si trova in Ateste e in Segeste, due sedi di Veneti protoitalici, delle quali la prima appare essere stata il massimo centro della civiltà diffusa allora nella Venezia Giulia, anche intorno a Trieste, e detta appunto atestina o veneta ". (Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Vol. I)

 

 

Purtroppo le fonti in proposito sono molto scarse e frammentate e scritti attendibili non sono giunti sino a noi. Per la sua posizione geografica piuttosto isolata, Trieste, rispetto al mondo classico dei Greci, era probabilmente poco conosciuta e questo spiegherebbe il motivo per cui le notizie su di essa sono molto vaghe.

Altre considerazioni su Carni e Càtali (popolazione celtica), i quali avrebbero occupato il territorio dell'attuale Friuli Venezia Giulia già nel X secolo a.C.: dai racconti della conquista romana, gli eserciti romani non trovarono al Timavo altre popolazioni se non gli Istri.

Per quanto riguarda il mito di Antenore, che l'Iliade lo menziona come saggio troiano adoperatosi per invano per scongiurare la guerra con gli Achei. Dal matrimonio con Teano Antenone ebbe numerosi figli maschi che presero parte alla difesa di Troia. Dopo la distruzione di Troia, Antenone con la moglie e i figli superstiti raggiunse le coste del nord Italia, fondando poi Antenorea, denominata in seguito Padova.

Questo spiegherebbe le opinioni degli studiosi i quali ritengono che i primi abitanti di Trieste fossero veneti. Il mito dimostrerebbe comunque che nella fondazione della città vi è stato l'apporto di una corrente egeo-anatolica, quale appunto poteva essere quella veneta. Quanto alla fondazione della città da parte di un eroe di nome Tergesto o Tregesto, di origine greca, il mito si limiterebbe alla contemporaneità della sua nascita con le altre città balcaniche, ad opera di quei primi gruppi di indoeuropei, che a partire dal XIV secolo a.C. si diffusero in tutta quest'area.
 

 

 

 


Trieste romana

A seguito della conquista romana (II secolo a.C.), l'antica Tergeste iniziò a sviluppandosi progressivamente acquisendo una fisionomia urbana che raggiunse la sua massima espansione durante l'impero di Traiano, con una popolazione che, secondo lo storico P. Kandler, doveva aggirarsi attorno ai 12.000 abitanti.

I fatti che precedono l'invasione romana del territorio ricordano gli Istri e la loro alleanza con Demetrio di Faro (Lèsina) contro Roma, che condusse ad una prima azione militare da parte dei romani (220 a.C.). Non si hanno notizie se a questa battaglia, nelle file degli Istri, abbiano partecipato anche gli abitanti dell'antica Tergeste. 
Nel 183 a.C., Roma iniziò una guerra contro gli Istri, giustificata sia dagli interessi geografico-economici, sia dal fatto che essi erano da sempre alleati dei loro nemici e costituivano una costante minaccia alla sicurezza dei territori conquistati. La guerra del 183 fu interrotta per ragioni politiche, ma le ostilità ripresero due anni più tardi quando gli Istri cercarono di ostacolare la costituzione della colonia aquileiense. I tergestini allora erano governati dal re degli Istri Aipulone o Epulone — regulus Aepulo, ci dice Tito Livio.

 

Nel 178, il console Manlio Vulsone mosse, da Aquileia, alla conquista dell'Istria e dei confini orientali, inviando la flotta del duumviro Furio «nel prossimo porto dell'Istria», (quindi, o nell'insenatura di Servola o nel vallone di Zaule). E' possibile che l'esercito di  Manlio Vulsone si sia portato nei pressi di Basovizza, dato che nel vicino monte Grociana ci sono i resti di un forte castelliere istriano. Il Marchesetti propone invece l'attendamento romano tra Montebello e Cattinara, ove spesso vengono rinvenuti cocci romani e dove minore è la distanza dal mare e dalla flotta navale. La battaglia che ne seguì vide dapprima la seconda legione del pretore Strabone sconfitta e rigettata sino al mare. Gli Istri sferrarono il loro attacco la mattina presto, quando era ancora buio, gettando nel panico la massa dei soldati romani che, colti di sorpresa, si mise in fuga. Rimasero nel campo solo 600 uomini, il pretore e gli ufficiali, che vennero travolti e trucidati. Gli Istri, dopo la vittoria, avendo trovato nel campo viveri e vino, si misero a banchettare e a ubriacarsi. Questo consentì ai Romani di riorganizzarsi e di sferrare un micidiale contrattacco dopo qualche ora; gli Istri sopravissuti si ritirarono disperdendosi nei vari villaggi.

Nei territori conquistati vennero lasciati presidii d'occupazione e le legioni rientrarono a svernare ad Aquileia, in attesa della nuova campagna di primavera.
L'anno seguente (177 a.C.), i consoli Manlio Vulsone e Giunio Bruto, successivamente sostituiti dal console Appio Claudio Pulcro, portarono le truppe nell'Istria fino a Nesazio, l'attuale località di Altura (in croato Valtura) e di Monticchio (in croato Muntić), nell’Istria meridionale.

 

 

 


Gli scavi archeologici, iniziati da Pietro Candler sul finire del XIX secolo, hanno messo in luce un castelliere con annessa necropoli, precedente a Nesazio, il maggiore centro e capitale degli Istri. Nesazio, assieme a Mutila e Faveria fu una delle ultime sacche di resistenza alla conquista romana e sopportò un lungo assedio prima d’essere espugnata e saccheggiata. 
Il re Epulone e l’intera sua corte, come buona parte della residua popolazione, si diedero la morte prima dell’entrata delle truppe romane per non cadere in schiavitù.

 

 

 

La vicenda è narrata nel “De Bello Histrico” (opera perduta) e ci viene riportata da Ennio nei suoi Annales e da Livio nel Ab Urbe condita.
Nesazio, dopo la conquista, divenne un castrum romano. In seguito, tornata a fiorire, un municipium autonomo, seconda per importanza solo alla vicina città di Pola, che i romani vollero erigere a principale centro della penisola.

Nel 27 a.C. Cesare Ottaviano Augusto, primo imperatore, suddivide la penisola in 11 regioni fra le quali appare la “Decima Regio Venetiae et Histriae”. Trieste diviene così territorio romano recante l’appellativo di Julia dal nome della famiglia di Ottaviano (Julii). Nel 77 d.C., nella sua "Nauralis Historia", Plinio il Vecchio nomina un Tergestinus sinus.

 

Bassorilievo rinvenuto nel 1814 durante gli scavi eseguiti nel suolo del campanile di S. Giusto, ora nella collezione dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste. Incisione di Pietro Nobile, 1814.

 

 

 

Della Trieste di allora non si ha memoria se non dai resti che dal colle di san Giusto scendono verso il mare: sul Colle si trovano i Templi dedicati a Giove e Atena (alcune strutture architettoniche sono nelle fondamenta della Cattedrale); il Teatro, risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) con una capienza di circa 6.000 spettatori; la "Basilica paleocristiana", edificata fra il IV e il V secolo; l'"Arco di Riccardo", antica porta cittadina risalente al 32 a.C. (successiva alla "Porta di Ercole" di Pola, del 42 a.C.), alta m. 7,20 e larga m. 5,30, con una evidente sproporzione fra la luce e l'altezza; i reperti venuti alla luce durante gli scavi nella zona di Crosada per il “progetto Urban”; i più recenti scavi per il Park San Giusto da cui sono emersi resti archeologici risalenti alla fine del I° secolo a.C., quali strutture murarie, sistemi di terrazzamento e di scorrimento delle acque con un sistema di drenaggio articolato attraverso anfore capovolte, assieme a resti di edifici altomedievali e trecenteschi collegati da pastini.

Nel passato sono stati rinvenuti resti di ville, erette nel I e II secolo d.C., a Barcola, Grignano e altre località della costa. Il porto romano era situato in zona Campo Marzio, con una serie di scali di più modeste dimensioni lungo il litorale: sotto San Vito, a Grignano, a Santa Croce, ecc.. Due acquedotti alimentavano la città, quello di Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.

 

 


Ricostruzione del castrum, individuato da Guido Zanettini (dal sito National Geografic)

 

 

In un primo tempo si pensava che la Tergeste romana fosse sorta sul colle di San Giusto, in un'area che offrisse riparo dal vento, ma nel 2013, grazie a un radar ottico chiamato lidar (light detection and ranging), montato su un aeroplano, e a un georadar per lo studio del paesaggio, sono emersi dei nuovi insediamenti situati tra Montedoro e la baia di Muggia, porto naturale. La scoperta, che ha portato alla luce un accampamento romano con due castrum minori,  risalenti al 180 a.C., si deve all'archeologo Federico Bernardini, dell'Istituto Internazionale di Fisica Teoretica Abdus Salam di Trieste e del Museo Storico della Fisica e Centro di Studi e Ricerche Enrico Fermi a Roma. Annunciata sulla rivista dell'Accademia di Scienze degli Stati Uniti (Pnas), il ritrovamento avrebbe quindi portato alla luce la "prima" Tergeste romana. 


Trieste Romana - Approfondimenti

 

Trieste nel V secolo

Nel 489, Teodorico, re degli Ostrogoti  inflisse una pesante sconfitta ad Odoacre, re degli Eruli, in una battaglia sull'Isonzo, dopo che questi aveva deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano.

 

Trieste nel VI secolo
La città nel 539 venne aggregata all’Impero d’Oriente insieme al Veneto e all’Istria.

Durante le invasioni barbariche il territorio venne sottoposto a continue stragi, alle quali si assommarono carestie ed epidemie, in particolare la peste.

Nel 568, Alboino, alla testa di  circa centomila Longobardi, scende in Italia attraverso la valle del Vipacco e occupa il Friuli, saccheggia e distrugge Trieste, uccidendo la maggior parte degli abitanti. 

Nel 570 viene nominato il primo vescovo "Geminiano".

La ricostruzione della città inizia nel 571.
 

Trieste nel VII secolo

Per tutto il secolo si susseguono incursioni da parte degli slavi, che si erano insediati nei dintorni di Trieste a partire dall'anno 593.

 

Trieste nel VIII secolo
Nel 780 la chiesa di Capodistria e Umago è data in comanda a Trieste.
Nel 788 Carlo Magno unisce il Carso, il Friuli e l’Istria in un’unica Marca confinaria del Sacro romano impero denominata Austriae Italiae.

 

 

Trieste dal IX al XIII secolo

Giulio Bernardi

 

All'inizio del IX secolo, allorché fu costituita la marca del Friuli, l'Istria le venne aggregata.

Trieste invece, già nel 948 venne a trovarsi in condizioni particolari e diverse. I re d'Italia avevano direttamente attribuito feudi e privilegi ai vescovi triestini. Secondo Kandler, Lotario e Lodovico avrebbero donato loro una baronia. Da Berengario nel 911 e da Ugo nel 929 ebbero, fuori dell'agro triestino, altre baronie minori, che non li sottraevano però all'imperio del governatore regio. Ma nel 948 (Pavia, 8 agosto) Lotario II concesse al vescovo di Trieste l'alto governo facendolo dipendere direttamente dalla corona.

Il re dona, concede, largisce ed offre alla chiesa di San Giusto «omnes res iuris nostri Regni atque districtus et publicam querimoniam et quidquid publice parti nostre rei pertinere videtur, tam infra eandem Tergestinam civitatem coniacentes, quam quod extra circuitum circa et undique versus tribus miliariis portentis. Nec non et murum ipsius civitatis totumque circuitum cum turribus portis et porterulis...» Continua accordando al vescovo tutte le rendite e i balzelli di spettanza regia, vietando a qualunque persona grande o piccola del suo regno l'esazione della « curatura» d'ogni « vectigal» o «publica functio», ed esentando i triestini dall'osservanza delle sentenze d'altre autorità: «nec custodiant placitum auctoritate alicuius principis». Tutto ciò « tamquam ante nos aut ante nostri comitis presentiam palatii». 
Quale sia stata la forza usata dai triestini per ottenere prima degli altri una situazione privilegiata non ci è oggi dato di sapere. L'occasione sembra essere stata quella di una nuova invasione di Magiari lungo la via di Postumia, che si riversò sui Carsi e in Italia. Berengario, supremo consigliere di re Lotario, li arrestò con una forte somma di denaro, raccolto dalle Chiese.
Dentro le antiche mura romane, i triestini, mentre il nembo passava sul Carso, cooperarono a raccogliere la somma del riscatto richiesta da Berengario. Il diploma dell' 8 agosto 948 seguì forse per riconoscimento e gratitudine. Certamente, nel promuoverne la stesura, fu decisiva l'anima della città, espressa in vivissima attenzione all'immediatezza dei rapporti con l'autorità centrale, che sembra peculiare a Trieste in tutte le epoche. Comincia così «de iure» nel 948 quella particolarità di sviluppi che contrassegnerà Trieste di fronte alle città istriane attraverso il medio evo e l'età moderna e creerà nella città una coscienza particolaristica insopprimibile.
Col progredire del X secolo s'indebolisce generalmente l'assetto dato dai Carolingi all'Italia, e venendo meno il potere dei conti s'accresce a mano a mano quello dei vescovi, intorno ai quali si stringono le cittadinanze abbandonate a se stesse: vescovo e cittadini sollecitano dai re il diritto di rinforzare mura e torri in propria difesa. In seguito i conti si riaffermano in qualche misura, non sono però come gli antichi e solo in parte ne riprendono le mansioni; i vescovi stessi invece, se non di diritto, divengono di fatto conti nelle loro città. Enrico II Imperatore sistema giuridicamente questo stato di fatto, volgendo ai propri fini l'attività dei vescovi-conti, ai quali delega o cede parte delle cure del governo. In Istria fioriscono nuove signorie vescovili e i vescovi, divenuti ricchi e potenti baroni, infeudano decime e immobili a famiglie di cittadini e a castellani, costituendo curie di vassalli, delle quali serbano memoria gli statuti cittadini e i documenti. D'accordo con le cittadinanze, i vescovi-conti si sforzano di far coincidere i confini della diocesi-signoria con quelli dell'antico municipio. Non pare peraltro che tra il Vescovo e la «civitas» triestina si sia instaurato già in quell'epoca un rapporto di tipo feudale, come ad esempio, secondo Tamaro, era tra il Patriarca e Muggia.
Dalle monete del Duecento, appare invece chiaro che un rapporto di dipendenza feudale ormai intercorreva tra il patriarca di Aquileia e il vescovo di Trieste. La storia non lo nega: Enrico IV infatti conferì nel 1081 al patriarca aquileiese Enrico (e li riconfermò nel 1082) i diritti che aveva come Re d'Italia (rex si dice egli stesso nel diploma) sui vescovati di Trieste e Parenzo.  Sul vescovado di Trieste, che gli appare in condizioni miserabili, richiama la particolare protezione del Patriarca. Il vescovo triestino quindi, alla fine del secolo XI, da vassallo imperiale, dipendente dal patriarca di Grado, divenne vassallo del patriarca di Aquileia.
Il passaggio fu confermato dalla transazione intervenuta nel 1180 fra i patriarchi di Grado e di Aquileia per le giurisdizioni metropolitiche.
Nel corso del Duecento il vescovo di Trieste riconobbe ripetutamente di avere in feudo dal patriarca di Aquileia il dominio della città di Trieste. Così in un protocollo del 1289, stilato dal notaio Gubertino da Novate, comunicato dall'abate D.G. Bianchi a Kandler, che lo inserì nel Codice Diplomatico Istriano.
Il dominio feudale del vescovo si estende su: «in primis Civitatem Tergesti cum muris, cintis, portis, vectigalibus, cum Muta, Moneta, Regalia, intus et extra circumquaque tribus miliaribus portentis. Item habet Umagum Siparum Castrum Vermes, et totam insulam Patiani usque ad Fontanam Georgicam. Item habet Castrum Calisendi cum omnibus pertinentiis suis, quod Castrum, quedam Comitissa nomine Azika contulit Ecclesiae Tergestinae».
Che Trieste non fosse compresa tra le città istriane infeudate al Patriarca nel 1209 ad Augusta potrebbe anche significare che la permanenza dell'antico vincolo feudale non aveva bisogno di riconferme.

 

La città.
Non miserabili appaiono le condizioni della città nel racconto di Al Idrisi («Libro di Re Ruggero», circa metà del dodicesimo secolo).  Il grande viaggiatore e geografo arabo descrive Trieste come «città prospera, di grande diametro, suddivisa in rioni, popolata di mercanti e artigiani, città ben difesa, sull'ultimo lato del territorio di Venezia: è l'ultimo paese dei Veneziani nel golfo omonimo, e i pirati del territorio di Aquileia vi tengono una flotta militare pronta alle invasioni».
Il numero di abitanti nel XIII secolo è stimato da Montanelli in un numero approssimativo di 4.800.

Il dato va confrontato, per essere significativo, con quelli di altre città: Aquileia, Udine (6.000), Lubiana, Padova (15.000), Treviso, Verona (40.000) mentre solo Venezia contava più di 100.000 abitanti.

 

Inizi del Comune.
Torniamo al diploma di Lotario del 948. Esso segna una data importantissima nella storia, purtroppo lacunosa e oscura, della «civitas» triestina dell'alto medioevo. In pericolo d'esser travolti dal feudalesimo montante che li avrebbe aggregati a potenti principi d'oltralpe, i triestini si strinsero al loro vescovo, da loro stessi eletto e salutarono certo con gioia il privilegio che sottraeva la custodia delle mura, l'esazione delle imposte e dei dazi, l'amministrazione civile e la giudiziaria ad altro signore.
La vecchia classe degli «honorati», detti poi «boni homines et idonei» continua ad esercitare modeste funzioni amministrative, in posizione subalterna, ad esprimere dal suo seno i giudici di prima istanza nel civile, conservando e tramandando tenace il ricordo dell'antico municipio e della sua curia, le consuetudini, il sentimento di solidarietà economica e sociale. L'autorità vescovile non dava loro fastidio, finché il presule era eletto per lo più tra di loro o quantomeno con il loro concorso, ed essi avevano gran parte nel Capitolo e nella curia dei vassalli episcopali, finché, insomma, gli interessi e le persone del pastore, del clero e della classe dominante furono quasi i medesimi.
Ma pare che già Ricolfo (1007-1017) provenisse direttamente dalla chiesa di Eichstaett in Baviera e fosse investito dall'Imperatore. Così i suoi successori Adalgero (1031-1072) e Eriberto (1080-1082). Certo nei secoli XI e XII sempre più i vescovi assunsero il carattere di vassalli diretti dell'Impero. Ne conseguiva la partecipazione a campagne militari e politiche lontane che, stremando in gigantesche competizioni le loro energie e i redditi della diocesi, senza soddisfazione alcuna della città, interessavano solo pochi membri della «curia vassallorum». Ciò avviene in sintonia con la storia del patriarcato di Aquileia, il cui soglio pervenne in mano a famiglie tedesche, legate alla grande politica imperiale germanica, rimanendovi fino all' elezione del patriarca Gregorio (1251-1269).
Il dissidio tra il vescovo e la cittadinanza si delinea, si acuisce e prende forma.
Destreggiandosi abilmente, i cittadini ottengono via via privilegi e riconoscimenti alla loro collettività, che, in pieno feudalesimo, è ormai un ente di fatto, non tutelato dai pubblici poteri.
In quest'oscuro periodo, nel quale cade il tramonto d'un assetto antico e rimpianto sempre, si formano e si stringono i nuovi interessi e i nuovi vincoli, si foggia e si rassoda la «civitas» novella. E' peraltro noto che il Comune italiano non fu mai in possesso di tutti gli elementi originari che formavano la sovranità, ma che si appagava di un certo numero più o meno esteso di diritti sovrani, i quali garantivano lo sviluppo di un'ampia autonomia, senza raggiungere l'indipendenza assoluta: la piena sovranità fu conquistata solo tardi, da pochi Comuni e quando già il diritto comunale era in decadenza.
A Trieste già nel X secolo dunque accanto al vescovo signore esisteva una collettività abbastanza forte per essere apprezzata quale cooperatrice e fiancheggiatrice, con voce autorevole nel capitolo e nella curia dei vassalli vescovili. Negli scarsissimi documenti dell'epoca sono menzionati di solito il vescovo, o un suo ufficiale, e i rappresentanti della città.
 

Locopositi e Gastaldi.
In un documento del 933, Trieste è rappresentata da un «locoposito», forse designato o eletto dal vescovo. Primo tra gli «scabini» (rappresentanti della cittadinanza), egli forse corrisponde al primate che appare di questi tempi nelle città dalmatiche, però sembra prevalere in lui il carattere di primo rappresentante cittadino. Nel corso del secolo XI, il locoposito perde via via la sua importanza e il titolo si riduce a una qualificazione onorifica ed ereditaria. In sua vece spunta, nel secolo XII, il gastaldo che poco ha a che fare con il gastaldo longobardo o franco, ma invece sembra assumere anche nelle città istriane il posto di primo ufficiale, come magistrato elettivo, facente parte del collegio dei giudici, cioè delle supreme cariche cittadine perpetuanti quelle del municipio romano.
A Trieste il gastaldo, preposto dal vescovo signore della «civitas», riuniva in sé ai poteri amministrativi e giudiziari conferitigli dal vescovo, che egli esercitava in qualità di agente, anche la rappresentanza dei cittadini. A seconda della sua maggiore o minore potenza, la «civitas» designava al vescovo la persona dell' eleggendo e talvolta addirittura forse lo imponeva.
 

Affermazione del Comune.
Precipuo carattere di rappresentante della «civitas», anzi già del «commune Tergestine civitatis», ha quel gastaldo di Trieste che incontriamo nel lòdo arbitrale pronunciato da Ditmaro, vescovo di Trieste, per la lite fra il comune di Trieste e Dieltamo (sic), signore di Duino nell' anno 1139.
Tra le varie signorie formatesi dopo il mille in Istria e nella Carsia è notevole quella dei Duinati che dalla loro rocca dominavano la via litoranea. Molesta riusciva ai triestini quella rocca tedesca appollaiata come un falco e croniche furono le contese di confine. Il Comune e il signore di Duino, che si accusavano a vicenda di turbazioni di possesso, si accordarono infine di rivolgersi a Ditmaro. La città aveva quale procuratore il gastaldo Ripaldo, assistito da dodici «boni homines», i quali provarono con giuramento che tutte le terre dalla strada carreggiabile al mare, tra Sistiana e Longera, erano «possessio communitatis Tergestine civitatis». Le parti contendenti s'impegnarono a rispettare questa linea di confine, e il vescovo «posuit inter eos» la penale di cinque lire d'oro. In questo importantissimo lòdo ricorre per la prima volta il nome di «commune Tergestine civitatis». Szombathely richiama particolare attenzione sulla distinzione tra «civitas» e «commune». Questo appare come parte, avente una sua personalità, e investe di piena rappresentanza un suo procuratore: vanta diritto di proprietà sul territorio che è limitato dalla via pubblica tra Sistiana e Longera, e poi dalla catena dei monti Vena e dal mare. Non si tratta della zona di signoria del vescovo, ristretta a un cerchio di tre miglia di raggio, ma proprio dei beni dei cittadini. Il lòdo prova dunque che agli inizi del secolo XII i cittadini hanno già costituito l'associazione volontaria giurata, onde è nato e s'evolve il nuovo ente, e che questo ha ottenuto il riconoscimento, almeno tacito, del vescovo. Esso è ancora infante, ma già pieno di promettente vigore; e già si delinea preciso il territorio del futuro piccolo stato sovrano, in perfetta corrispondenza con la dicitura del suggello trecentesco: SISTILIANU PUBLICA CASTILIR MARE CERTOS DAT MICHI FINES.

 

 

Disegno tratto dall'impronta del sigillo comunale del 1369 e dai due tipari conservati al Museo di Trieste.

 


A proposito di questo sigillo, ricordo che esso appare per la prima volta a stampa nell' «Historia di Trieste» del Padre Ireneo della Croce del 1698 in quella forma che ci è stata tramandata nei due tipari conservati nei Civici Musei che (Kandler?) giudica «di fattura moderna».
Non ho mai trovato un documento antico con l'impronta di questi suggelli, tanto che dubito fossero mai stati usati dal Comune di Trieste in senso proprio. Forse si tratta di copie fatte per essere tramandate, all'epoca (1516) in cui il sigillo triestino fu ricreato, con lo stemma dell'alabarda in campo fasciato, sormontata dall' aquila bicipite.

 

Impronta del sigillo del Comune di Trieste su un documento del 1369.
 

 

Ho avuto occasione di vedere un'impronta dell'anno 1369 ma il sigillo è di fattura assai differente. L'evoluzione del comune di Trieste procede analogamente a quella delle vicine città istriane, ma più lenta e con qualche caratteristica sua. Anche secondo Vergottini a Trieste lo sviluppo è molto più lento, appunto perché nel 1100 la città non deve strappare l'autonomia ai marchesi d'Istria, lontani dalla provincia e assorbiti dalla partecipazione alla grande politica imperiale, ma ai propri vescovi. Erano anni agitati, pieni di contese con i vicini e di azioni militari per difendersi dall'espansionismo di Venezia. Tra il 1145 e il 1149 Bernardo, vescovo di Trieste, guerreggiò, rimanendone sconfitto, con Muggia, Capodistria, Isola e Pirano, che gli negavano le decime. 
Le gravi spese militari, i danni e l'insuccesso non giovarono all' autorità vescovile e provocarono dissidi tra il Comune e il bellicoso presule.
Non molto dopo, nel 1190, il clero e il popolo di Trieste chiesero che fosse reso loro il diritto di eleggere il vescovo, diritto appartenuto, come sopra detto, fin dal 1081 al Patriarca per i vescovati di Trieste e Parenzo, per concessione di Enrico IV. Due anni dopo furono esauditi dal Pontefice e il Patriarca confermò Wolcango (o Voscalco), da loro eletto. E' questa l'epoca della coniazione dei primi denari triestini. Essi sono in tutto simili alle monete patriarcali, con le iscrizioni : TRIESTE PISCOP invece che AQVILEGIA.P. 
Nel Duecento gli uomini del Comune comprano e, quando li hanno perduti, ricomprano dal vescovo mediante contratti di tipo mercantile i diritti sui quali si fonda il potere comunale.
Sono: «jus Collectae vini, et jus Petrolii, et jus Calcificum, et Pelliparie, et jus Appellationum...et jus Consulatus...et jus Condemnationis et redditus... excepta condemnatione sanguinis, quam Gastaldio cum Judicibus facere debeant secundum formam Statuti, quod Consules facient.»
Questi diritti, riscattati per denaro, saranno i cardini degli statuti comunali che si vanno formando. Il vescovo, da parte sua, cerca di inquadrare nel diritto pubblico le concessioni cui è costretto, dando loro carattere di investitura o delega feudale. 
Nell'anno 1292, come rileviamo da un documento del Codice Diplomatico Istriano del 5 febbraio, il Comune triestino stipulò un patto di alleanza e di concordia con il capitolo della Chiesa, promettendosi reciproco aiuto «pro rata bonorum». Tre anni dopo il vescovo di Trieste Brissa di Toppo trasfuse nel Comune il gastaldionato e le regalie su Trieste.
 

I podestà istriani.
Ad onta degli screzi, che spesso nascevano, l'esser sede vescovile era considerato un onore e un fattore di potenza. Infatti Capodistria, da due secoli priva di un proprio antistite e riunita alla diocesi di Trieste, impetrò nel 1186 il ripristinamento del suo vescovado, e lo dotò del reddito di cinquecento vigne e d'altri fondi rustici e con la decima dell'olio. In quest'occasione ci si presenta il primo podestà istriano, con tre consoli. Autonomia sufficiente a fare patti direttamente con Venezia era stata conquistata già nel 1150 da Cittanova, Rovigno, Parenzo, Umago e Pola, retta da una balìa di nobili.
Nel 1192 il regime podestarile e consolare appare anche a Pirano, indi lo ritroviamo a Pola (1199), mentre Parenzo ha ancora un gastaldo con tre rettori. 
Trieste continua ad avere gastaldi per tutto il secolo: il Ripaldo del 1139 ricompare dopo tredici anni, e un Vitale è gastaldo nel 1184 e figura di nuovo tra coloro che giurano fedeltà a Enrico Dandolo, a nome di Trieste nel 1202. E anche nel duecento si notano gastaldi, Mauro (1233 e 1237) ed Ernesto (1257). 
 

La Civitas.
Civitas, nella terminologia latina, è una società di uomini liberi, organizzata a difesa in un singolo agglomerato urbano e ricavante i mezzi di sussistenza dal breve contado circonvicino.
Nelle prime monete triestine si nomina soltanto il vescovo: TRIES E PISCOP, come ad Aquileia soltanto il patriarca : AQUILEGIA.P. 
L'uso del nome TRIESE, che, osservando bene la forma dell'ultima E, può essere letto TRIESTE, prima dell'adozione del latineggiante TERGESTVM, è documentato da queste antiche monete e forse da poche altre fonti. Secondo A. Tamaro il «Chronicum Venetum», che è del X o dell'XI secolo, porta la forma neolatina cioè italiana di TRIESTE, in una carta del 1106 si legge IN EPISCOPATO TRIESTINO, nell'anno 1115 compare il nome di persona TRIESTO e Santa Maria de TRIESTO è detta l' «ecclesia maior» un atto del 1172.
In epoca romana il nome della città, come si legge nelle lapidi, fu sempre TERGESTE indeclinabile.
Nelle monete immediatamente successive alle prime, viene nominata anche la CIVITAS TRIESTE, parallelamente alla comparsa sulle monete patriarcali dell'iscrizione CIVITAS AQUILEGIA. Non succede così nella vicina Gorizia, dove il nome della città è legato solo al titolo del COMES e al nome di Lienz, né a Latisana, designata come PORTUM. A Lubiana il nome della città definisce invece i denari: LEIBACENSES DE, ma esistono anche esemplari con CIVITAS LEIBACVN. Venezia non è mai Civitas nelle sue monete: il nome della città è sempre predicato del titolo dogale.
La CIVITAS è ricordata dalle monete aquileiesi fino al 1256, cioè per l'ultima volta nelle monete di Gregorio con il titolo di Electus, prima della sua consacrazione episcopale. A Trieste, invece, l'uso continua ancora all'epoca del vescovo Ulvino de Portis (1282-1285), mentre non c' è più nei denari di Rodolfo (1302-1320), che si fregia del titolo di TERGESTINUS, come AQUILEGENSIS si nomava il Patriarca fin dall'epoca di Raimondo (1273-1298). Quale significato ha il riconoscimento, contemporaneo alla corte patriarcale e nella curia triestina, dell'esistenza della rispettiva CIVITAS? Quale la permanenza di questo riconoscimento a Trieste più a lungo che in Aquileia? Innanzitutto è prova della stretta interdipendenza iniziale tra le due monetazioni, ma nel contempo mostra che Arlongo vescovo di Trieste dal 1254 al 1280 eredita, dal periodo di coniazione comunale, una regia monetaria più autonoma, meno strettamente legata alla patriarcale. In secondo luogo testimonia la considerazione del Patriarca e del Vescovo per l'insieme dei cittadini, dei quali è presupposto in tal modo il consenso, anche nell'iniziativa monetaria che pure era, come abbiamo visto, finalizzata anzitutto ali' accrescimento delle risorse finanziarie del sovrano.
Qui occorre una nota di carattere filologico, che andrebbe sviluppata in altra sede. Con una frequenza tale da non permettere di pensare che sia frutto di errore, il nome di Trieste è scritto, sulle monete dei tempi più antichi: ATRIESE. Atria, da cui il mare Adriatico, è una parola che deriva da atrium, che significava in dialetto italico un luogo ove si spandevano le acque, cosicché ATRIA veniva ad indicare la città di fondazione tusca che si trovava alle foci del Po. ATRIESE potrebbe essere espressione del desiderio di legare il nome di Trieste al nome del mare Adriatico, producendo anche nell'etimo un'affermazione d'italianità d'origine che pare si sentisse necessaria già nel 1200.

 

 

Gli eventi in ordine cronologico.
Rapporti con Venezia, con le città istriane e con il Patriarca di Aquileia.
Riassumo in un elenco cronologico i principali avvenimenti, inserendovi una tavola sinottica dei vescovi (TS ), dei patriarchi (°AQ°), dei conti di Gorizia (-GO-), dei dogi veneziani (:VE:), dei papi(+RO+) e dei re e imperatori (*IM*).


902      Diploma di Berengario - Bonomo documento I
948      Diploma di Lotario - Kandler. 
1040    Conferma di Enrico III - Bonomo documento II
1050    Donazione al vescovo Erberto - Bonomo documento III
                    -GO- 1090-1149 Mainardo I e Engelberto I
1115    Donazione al vescovo Hartuico - Bonomo documento IV
                    :VE: 1130-1148 Pietro Polani doge 36°
                    °AQ° 1132-1161 Pellegrino I von Sponheim
                     TS 1135-1145 Detemaro
1139    Concordio per la definizione di confini - Bonomo documento V
1142    Conferma al vescovo Detmaro - Bonomo documento VI
                    *IM* 1144-1152 Corrado III di Svevia
                    +RO+ 1145-1153 Eugenio III Bernardino Pagnanelli
1145    Capodistriani e Isolani prestano al Doge solenne giuramento di «fidelitas».

            Nel dicembre dello stesso anno i Polesi prestano analogo giuramento. 
                    :VE: 1148-1156 Domenico Morosini doge 37°
1148-1152   Patti di sottomissione a Venezia di alcune città istriane.

                    Guerra tra il vescovo di Trieste Wernardo e le città istriane per le decime dovutegli e rifiutategli da Muggia,
Capodistria, Isola, Pirano e Umago. 
1149     Conferma al vescovo Wernardo - Bonomo documento VII

                    TS 1149-1186 Vernardo.
                   -GO- 1149-1187 Enrico I e Engelberto II
1150     Il doge Morosini si fregia , nel patto di fedeltà di Parenzo, del titolo «totius Istriae inclitus dominator».
                    *IM* 1152-1190 Federico I Barbarossa
                    +RO+ 1153-1154 Anastasio IV

                    +RO+ 1154-1159 Adriano VI Nicola Breakspeare
                     :VE: 1156-1572 Vitale II Michiel doge 38°
                    +RO+ 1159-1181 Alessandro III Rolando Baldinelli o Brandinelli
                    °AQ° 1161-1182 Ulrich II von Treffen
                    :VE: 1172-1178 Sebastiano Ziani doge 39°
                    :VE: 1178-1192 Orio Malipiero doge 40°
                    +RO+ 1181-1185 Lucio III Ubaldo Allucingoli

                    °AQ° 1182-1194 Gotifredo
                    +RO+ 1185-1187 Urbano III Umberto Crivelli
                    +RO+ 1187-1188 Gregorio VIII Alberto de Morra

                    TS 1187 Enrico Odorico da Treviso
                    TS 1187-1190 Liutoldo da Duino
                   -GO- 1187-1220 Mainardo II e Engelberto III
                   +RO+ 1188-1191 Clemente III Paolo Scolari
1190     Trieste promette sottomissione a Venezia, ma non
                    TS 1190-1199 Volscalco
                    *IM* 1191-1197 Arrigo VI
                    +RO+ 1191-1198 Celestino III Giacomo Boboni-Orsini
                     :VE: 1192-1205 Enrico Dandolo doge 41 °
1194-1202   Creazione del Grosso Veneziano.
                    °AQ° 1195-1204 Pellegrino II von Dornberg
                    *IM* 1198-1218 Ottone IV di Brunswick
                    +RO+ 1198-1216 Innocenzo III Lotario dei Conti di Segni
                    TS 1199-1201 Enrico pretendente
                    TS 1199-1212 Gebardo
1202     I triestini, temendo più grave punizione, mandano a Pirano una commissione per invitare il doge Enrico Dandolo a Trieste. Il doge ivi si trovava con una flotta poderosa di navi, vascelli e galee e moltitudine di militi e fanti pronto a salpare per quella IV crociata che porterà alla fondazione dell'Impero Latino e della supremazia veneziana in Levante. A
Trieste lo accolgono con grandi onori e gli giurano fedeltà.
                    °AQ° 1204-1218 Wolfker von Erla
                    :VE: 1205-1229 Pietro Ziani doge 42°
1209     Infeudazione (dieta di Augusta) dell'Istria al patriarca di Aquileia.

1210     Patti tra il patriarca Volchero e il Comune di Pirano.
                      TS 1213-1230 Corrado Tarsot da Cividale
                     +RO+ 1216-1227 Onorio III Cencio Savelli
                     °AQ° 1218-1251 Berthold von Andechs
                     *IM* 1220-1250 Federico II di Svevia
                     -GO- 1220-1258 Mainardo III e Alberto I
1220-1230     Tra le diverse città costiere dell'Istria si stringe una vera lega, l' «universitas Histriae» con a capo un veneziano, Tommaso Zeno
1223     Arbitrato tra Comune e Ugo di Duino - Bonomo documento VIII
                    +RO+ 1227-1241 Gregorio IX Ugolino dei Conti di Segni
                    :VE: 1229-1249 Jacopo Tiepolo doge 43 °
                    TS 1231-1233 Leonardo
                    TS 1233-1254 Volrico de Portis da Cividale
                    TS 1233-1238 Giovanni, nominato dall'Imperatore
1223     Patti tra Venezia e Trieste
1238     A conclusione di lunga ribellione, pace tra Patriarca e Capodistria che gli si sottomette, salvi i diritti acquisiti dai veneziani sul porto.

                    +RO+ 1241 Celestino IV Goffredo Castiglioni
1241     Conversione di due pranzi in somma di denari - Bonomo documento IX
1242     Pola ribelle ai veneziani viene messa a ferro e fuoco. Sconfitta, subisce l'anno seguente umiliante pace a Rialto.              

                    +RO+ 1243-1254 Innocenzo IV Sinibaldo Fieschi
                    :VE: 1249-1253 Marino Morosini doge 44°
                    *IM* 1250-1254 Corrado IV
                    °AQ° 1251-1269 Gregorio di Montelongo
                    :VE: 1253-1268 Ranieri Zeno doge 45°
1253     Vendita di privilegi al Comune - Bonomo documento X
                    +RO+ 1254-1261 Alessandro IV Rainaldo dei Conti di Segni
                     TS 1254-1281 Arlongo da Voitsberg
1254     Trieste ha un podestà veneziano. Guerra tra Capodistria e Trieste, Venezia interviene e fa da mediatrice.
                     TS 1255 Guarnerio da Cuccagna da Cividale
                    -GO- 1258-1304 Mainardo IV e Alberto II
                    +RO+ 1261-1264 Urbano IV Giacomo Pantaleon
1264     Valle si dà ai veneziani, il Patriarca la recupera. 
                    +RO+ 1265-1268 Clemente IV Guido di Folquois
1266     Rovigno si dà ai veneziani, per breve." 7
1267     Montona si dà ai veneziani, per breve. Capodistria muove contro Parenzo per assoggettarla, Patriarca Gregorio di Montelongo catturato dalle masnade del conte di Gorizia e imprigionato. Si rafforza grandemente il potere del Conte di Gorizia in Istria. Intimorita, Parenzo, prima tra le città istriane, si dà ai veneziani definitivamente e passa sotto la sua signoria.
                    *IM* 1268 Corradino di Svevia
                    :VE: 1268-1275 Lorenzo Tiepolo doge 46°
1268     L'Istria tumultua. Capodistria piglia e distrugge il castello di Montecavo, assalta Castelvenere e Rovigno. I veneziani intervengono, pigliano Montecavo e lo restaurano, pigliano Capodistria. 
1269-1273     Anarchia e crisi gravissima del Patriarcato di Aquileia, dopo la morte di Gregorioe prima dell' elezione di Raimondo della Torre. L' influenza veneziana in Istria si rafforza per il timore dei liberi comuni di cadere nelle mani dei conti goriziani. 
1269     Umago si dà ai veneziani.
1270     Cittanova si dà ai veneziani.
                    +RO+  1271-1276 Gregorio X Tebaldo Visconti
1271      San Lorenzo si dà ai veneziani.
                    *IM*     1273-1291 Rodolfo I (IV) d'Asburgo
                    °AQ°     1273-1298 Raimondo della Torre
1273     Capodistria si dà ai veneziani, senza effetto.1 24
1274     Guerra in Istria fra Patriarca e veneziani; scissure fra Patriarca e conte Alberto d'Istria; pace e concordanza. Capodistria e Trieste si ribellano ai veneziani. 
                    :VE: 1275-1280 Jacopo Contarini doge 47°

1275     Patriarca Raimondo e conte Alberto riconciliati si collegano contro Capodistria. 126
                   +RO+ 1276 Innocenzo V Pietro di Champigny
                   +RO+ 1276 Adriano V Ottobono Fieschi
                   +RO+ 1276-1277 Giovanni XX detto XXI Pier Giuliani
1276     Le città istriane ad istigazione dei veneziani tentennano contro il Patriarca, Montona riconosce il Patriarca, Pola lo ripudia, il Patriarca tenta inutilmente di prender Pola. 127
                   +RO+ 1277-1280 Niccolò III Gian Gaetano Orsini
1277     Novelle rotture fra Patriarca e conte Alberto e novella pace. Patriarca Raimondo prepara spedizione nell'Istria tumultuante, per le nomine di Podestà che vuol far da sé.
1278     Lega tra Patriarca e conte Alberto per sottomettere l'Istria patriarchina. Breve guerra, il Patriarca trasporta la sua corte in Albona e Pietrapelosa. Capodistria ostile al Patriarca, si collega col conte Alberto, collegata cogli Isolani tenta pigliare Parenzo. Capodistria sceglie a podestà il conte Alberto, che si collega al Patriarca, fa pace coi veneziani, abbandona Capodistria che fa da sé. Il Conte recupera Capodistria, assalta San Lorenzo, Parenzo e Montona. I veneziani assaltano e pigliano Capodistria, atterrano le mura da Porta San Martino a Porta Bossedraga, costruiscono il Castel Leone. Montona si dà ai veneziani. 
1279     Patriarca Raimondo assalta Pirano, viene a componimento. I veneziani vengono all' assalto di Trieste, il Patriarca la soccorre. L' Istria vuol darsi ai veneziani, conte Alberto restituisce a questi San Lorenzo (per breve) e fa pace.
                    :VE: 1280-1289 Giovanni Dandolo doge 48°
1280 Guerra fra Patriarca e veneziani per l'Istria.
                    +RO+ 1281-1285 Martino II detto IV Simone de Brie o Mompiti
                     TS 1281-1285 Ulvino de Portis
1282     Scomunica del Patriarca contro gli usurpatori delle terre patriarchine. Isola e San Lorenzo si dànno ai veneziani. Discordie tra Patriarca e conte Alberto, composte da Mainardo di Gorizia e da Gherardo da Camino. I veneziani assaltano Trieste. Pace tra veneziani, Patriarca, Conte d'Istria e Trieste.
1282     Trieste consegna al vescovo Ulvino il castello di Montecavo, il Vescovo promette di consegnarlo al Capitolo. 
1283     Pirano si dà ai veneziani. Patriarca Raimondo fa lega con il Conte d'Istria, con Trieste e Muggia, coi padovani, coi trevisani contro i veneziani. Il Conte d'Istria capitano generale.
Capodistria presa. Trieste presa dai veneziani, fa pace umiliante, atterra le mura verso mare, dà ostaggi, paga i danni e consegna le macchine di guerra per venire abbruciate sulla piazza di San Marco. Rovigno si dà a Venezia. La «guerra Triesti» (Vergottini pag. 122 nota 27) continuerà fino al 1291, con un'interruzione 1285-87.

1284     I veneziani pigliano l'isola alla foce del Timavo che era bocca del porto, costruiscono fortilizio cogli avanzi di antica lanterna, ne cangiano il nome da Belguardo in Belforte. 
1284     (31 ottobre). Creazione del Ducato d'oro veneziano.
                     TS 1285 Giacomo da Cividale, non confermato
                     TS 1285-1299 Brissa di Toppo
1285     Il Patriarca, i veneziani, il Conte d'Istria e Trieste fanno pace, che non dura, ed è causa di nuove questioni. 
1286     Nuove trattative di pace. Compromesso in giudici arbitri.

1287     Istriani e triestini si ribellano ai veneziani, ritornano al Patriarca. I veneziani ripigliano Capodistria. L'esercito del Patriarca muove verso Trieste, poi verso Capodistria, e verso Montecavo che è preso; manca di viveri, retrocede. I veneziani ripigliano l'offesa, pigliano Montecavo, battono i patriarchini. Trieste resiste all'assedio dei veneti. Muggia presa (29 maggio).
                    +RO+ 1288-1292 Niccolò IV Girolamo Masci
1288     Muggia presa dai veneziani, si dedica a loro, ripudiando il Patriarca. Papa Nicolò IV esorta
i veneziani a non molestare il Patriarca per le sue ragioni in Istria. 
                    :VE: 1289-1311 Pietro Gradenigo doge 49°
1289 Il Patriarca torna a tentare la sorte delle armi, in colleganza al Conte d'Istria, raduna in Monfalcone 50.000 pedoni e 5.000 cavalli, e viene all'impresa del forte di Romagna, da cui i veneziani assediano Trieste. Il Conte abbandona il Patriarca, il Patriarca si ritira. Torna all'assalto, i veneziani sono costretti ad abbandonare il castello loro, Trieste è liberata. Tregua fra Patriarca, triestini e veneziani. Compromesso mediato da papa Nicolò IV. Trattative. 
1290     Altre trattative, cui partecipa il Conte d'Istria. Nuove rotture, i veneziani sono battuti dal
Patriarca, dal Conte d'Istria e dai triestini, capitanati dal Conte d'Istria. 
1291     (11 novembre, Treviso) pace tra veneziani da una parte e Patriarca Raimondo, conte Alberto «et comune et homines Tergesti» dall'altra, sotto l'arbitrato e la promessa mediazione, remunerata in caso di lite, di papa Nicolò IV. I veneziani dànno una prima base giuridica globalmente a tutte le loro occupazioni istriane. Trieste si emancipa, ed istituisce Consiglio di 180 a reggere il Comune; viene a lei restituito Montecavo per darlo ai Vescovi. 
1291     Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste. 
                    *IM* 1292-1298 Adolfo di Nassau
                    +RO+ 1294 Celestino V Pietro da Morone
                    +RO+ 1294-1303 Bonifacio VIII Benedetto Caetani
1295     Concessione di diritti al Comune - Bonomo documento XII
1295     Il Comune di Trieste acquista temporaneamente durante la vita del vescovo Brissa di Toppo «officium gastaldionis, cruentam et lividam et regalia». 
1295     Concessione del Castello di Moccò al Comune - Bonomo documento XI
1295     Bolla di conferma di diritti sul vino - Bonomo documento XIII
1296     Scambio di decime tra Muggia e San Canziano - Bonomo documento XIV
1296-1307 Tentativi del Patriarca di ottenere dal Papa, giusta gli accordi di Treviso, sentenze arbitrali per salvaguardare i suoi diritti in Istria. 
                    *IM* 1298-1308 Alberto I d'Asburgo
                    °AQ° 1299-1301 Pietro Gera degli Egizi
                    TS 1299-1300 Giovanni della Torre
                    TS 1300-1302 Enrico Rapicio
                    °AQ° 1302-1315 Ottobono Robari
                    TS 1302-1320 Rodolfo Pedrazzani da Robecco
                    +RO+ 1303-1304 Benedetto IV detto XI Nicola Boccasini Conferma di strumenti dal Vescovo Rodolfo - Bonomo doc. XV
                   -GO- 1304-1323 Enrico II e Alberto IV

                   +RO+ 1305-1314 Clemente V Bertrando de Got o Gotone
1307     (12 ottobre) Cessione perpetua a Venezia di tutti i diritti e le giurisdizioni del Patriarca nell'Istria occupata dai Veneziani. L'Istria ora divisa in tre domini: veneziano, patriarchino e goriziano. 
                    *IM* 1308-1313 Arrigo VII di Lussemburgo
                    :VE: 1311-1312 Marino Zorzi doge 50°
1311-1313 Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste. 
                    :VE: 1312-1327 Giovanni Soranzo doge 51°
1313 Il doge di Venezia protesta contro il Comune di Trieste per le ambagi di quest'ultimo nel prestar giuramento di fedeltà. La famiglia Ranfi a Trieste viene sterminata. 
                    *IM* 1314-1347 Ludovico IV il Bavaro
                    *IM* 1314-1322 Federico III d'Asburgo, competitore
1314     Spettanze della Chiesa Triestina sul feudo Sipar - Bonomo documento XVI
                    +RO+ 1316-1334 Giovanni XXII Giacomo Caturcense d'Euse
                    °AQ° 1316-1318 Gastone della Torre
                    °AQ° 1319-1332 Pagano della Torre
1320, 1322     Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste. 
1329     Sul feudo Sipar della Chiesa Triestina - Bonomo documento XVII
1333 Investitura di feudi in Istria da parte di Pace da Vedano - Bonomo documento XVIII.

 

 

 

Sintesi "il Duecento a Trieste".
La storia di Trieste nel Duecento risente naturalmente della sua posizione geografica. Affacciata sull'Adriatico essa è oppressa alle spalle dal dilagare di marchesi, baroni e castellani tedeschi. Essi si disseminano sul Carso devastato dai Magiari, spingendo due tentacoli sul mare, l'uno al castello di San Servolo (a oriente oltre Zaule), l'altro a quello di Duino. Trieste è baluardo di italianità in un nuovo mondo estraneo, esotico ed eterogeneo che si forma alle spalle della città isolata. E' un baluardo che vuole però mantenere la sua indipendenza da Venezia, che sempre più l'accerchia risalendo le coste adriatiche. Cerca così l'appoggio del Patriarca, cui è legata per il vincolo di vassallaggio del suo Vescovo.
Patriarcato e parlamento friulano, come l'episcopato e il comune triestino sono realtà politiche ed economiche italiane nel XIII secolo unite e assimilate nella lotta per mantenere la propria integrità territoriale e culturale, difendendosi da tedeschi e ungheresi a nordest, dai veneziani a sudovest.
Attorno al 1400 entrambe perderanno molto della loro identità: Trieste aggregata all'Austria nel 1382, il Patriarcato conquistato dei veneziani nel 1420. I secoli di dominazione successiva tenderanno, anche per cosciente proposito dei dominatori, a far cadere in oblio e a cancellare le tracce della complessa, tenace, a volte gloriosa vitalità civile di queste due organizzazioni statali del Duecento italiano ai confini nordorientali. Il loro destino si diversificò poiché il Friuli venne assorbito, si fuse e divenne parte integrante di un suo remoto rampollo, lo Stato veneziano. Trieste invece continuò, in modo nuovo ma con immutato vigore, la sua più che mai solitaria battaglia per mantenere integrità culturale, lingua italiana, autonomia comunale, immediato e indipendente rapporto con il Sovrano.

 

(G.B.)

 

 

 

 

Le Monete di Trieste

Giulio Bernardi

 

 

La "monetazione della zecca di Trieste" consta di 22 tipi monetali differenti, coniati tra la fine del dodicesimo e l'inizio del quattordicesimo secolo. Le coniazioni di Friesach, Aquileia, Venezia, le più prossime città che avevano attivi traffici nelle nostre terre, certamente bastavano a rifornire di numerario i nostri mercanti. La monetazione triestina si può quindi considerare, poco più che un'appendice della coeva monetazione dei patriarchi di Aquileia. Perché in questa città allora così piccola (4800 abitanti) si sentì il bisogno di fabbricare moneta propria? Inoltre, la gelosia con cui i vescovi di Trieste conservarono il loro diritto di zecca, il fatto che esso venisse esercitato (dal 1253 al 1257) dal Comune che lo deteneva in pegno, il prolungarsi nel tempo (fino all'inizio del Trecento) della continuità di emissioni, la grande quantità di pezzi emessi che si arguisce dalle numerose varianti di conio, sono elementi che concordano nel dimostrare che la monetazione triestina fu, in ambito locale, economicamente importante. In numerosi documenti dell'epoca troviamo la memoria che, anche dopo che Trieste ebbe moneta propria, qui le monete allogene continuarono a circolare insieme a questa e quasi tutti i ripostigli rinvenuti ne danno conferma. Nell'urna di San Servolo, riaperta in occasione della solenne ricognizione del 1986, sono state trovate monete duecentesche, ma nessuna di esse era triestina. Le emissioni monetarie di Aquileia, Trieste, Latisana e Lienz danno l'impressione di essere prodotte dalle stesse mani, certamente con le medesime tecniche. I rapporti politici tra i patriarchi di Aquileia e i vescovi di Trieste non inducono a pensare che, per questi ultimi, si trattasse di imitazioni non autorizzate o illegali. In questo senso certamente non danno spazio a congetture le analisi ponderali e qualitative delle serie parallele. La somiglianza dei tipi fu già osservata dagli studiosi del passato, anche se essi non ne trassero tutte le conseguenze. La fabbricazione delle monete, eseguita da artigiani specializzati riuniti in confraternite, era una cosa distinta dalla loro emissione, che veniva «preconizzata» cioè bandita a viva voce dal «praeconius» nelle pubbliche piazze, per conto dell'autorità. Ponendo attenzione sull'interazione di questi due momenti - fabbricazione ed emissione - ci accorgeremo che è molto probabile che le confraternite di zecchieri avessero una parte determinante nel promuovere le emissioni di monete, nello stesso modo che, oggi, una fabbrica di medaglie stimola i committenti a fare ordinativi per incrementare la sua produzione. Riguardo la monetazione duecentesca della zona che ci interessa, a nordest della Repubblica di Venezia, sappiamo (da documenti coevi e da quelli successivi che possiamo ritenere utili anche per il periodo che consideriamo, che essa non veniva gestita direttamente dall'autorità emittente, bensì era appaltata a confraternite di artigiani. Chi otteneva l'appalto corrispondeva al signore un utile percentuale. Ai fabbricanti venivano però tassativamente imposte le qualità intrinseche e anche quelle artistiche delle monete, sottoposte a regolari e rigorosi controlli. Tutti i problemi relativi all'approvvigionamento del metallo, alla manodopera, all'organizzazione della produzione erano a carico dei fabbricanti. L'autorità emittente ne traeva il vantaggio di poter usare numerario proprio e di avere un immediato controllo sul patrimonio liquido dei sudditi: ciò facilitava o meglio rendeva possibile l'esazione delle tasse. Un consistente vantaggio per il committente era la percentuale del coniato che i fabbricanti erano tenuti a versare al sovrano. Non indifferente era il beneficio legato al prestigio ed alla buona fama che potevano derivare da prodotti di qualità e di gradevole aspetto, adatti a tramandare nei secoli la memoria di un nome e di un sistema politico. Assai più immediato e capitale era l'interesse del fabbricatore, perché dalla decisione del sovrano di emettere monete dipendeva tutta la sua vita economica. È facile dunque immaginare quanto le confraternite di zecchieri si dessero da fare per convincere le massime gerarchie politiche della convenienza di emettere monete. Dove mancava o era debole la potenza economica e politica per imporle e diffonderle in ampie province, era necessario sopperire con la bontà del titolo e la bellezza e l'originalità del conio. È probabilmente questo il caso di Trieste. Il numero complessivo di monete triestine a me note è di poco superiore a 1600 (ho potuto averne le fotografie di 1457). Forse qualche centinaio di esemplari che la mia indagine non ha raggiunto sono ancora sparsi nel mondo. Il totale delle monete superstiti è probabilmente inferiore a duemila pezzi. Il numero dei coni identificati (237 d'incudine e 375 di martello) lascia supporre un volume di produzione complessivo di qualche milione di pezzi. E' dunque sopravvissuto, dopo sette secoli, meno di un millesimo delle monete emesse. "Scritti sulle monete triestine". Già nel Seicento gli storici si occuparono di monete medioevali triestine: il canonico Vincenzo Scussa (1620-1702), nella sua «Storia Cronografica di Trieste» del 1697 vi fa cenno. L'anno seguente il carmelitano scalzo Padre Ireneo della Croce (1625-1713), nella sua «Storia di Trieste», scrive di denari triestini, dandone perla prima volta riproduzione grafica. Nell'edizione del 1881, in cui l'opera di Ireneo della Croce venne pubblicata nella suainterezza, leggiamo ancora di denari triestini nel terzo volume. Ludovico Muratori nella sua ventisettesima dissertazione del 1739 (pag. 715-717nell' edizione del 1774), riportata anche dall' Argelati (I pag. 95-96) descrive nove denari triestini. Il Padre F. Bernardus M. de Rubeis nella sua prima dissertazione «de Nummis Patriarcharum Aquileiensium» (Venezia 1747, anche in Argelati 1750) pubblica a pag. 101 e sulla tavola 5 un denaro di Volrico (VM), con la nota che si trattava di soldo da dodici piccoli. Giangiuseppe Liruti di Villafredda nella sua dissertazione «Della moneta propria, e forastiera ch'ebbe corso nel Ducato di Friuli dalla decadenza dell'Imperio Romano sino al secoloXV», pubblicata a Venezia nel 1749, e l'anno dopo nel II volume dell' Argelati, dedica il capitolo XXIII (pag. 189) alla Moneta di Trieste.

 

Nella zecca, i coni della zecca triestina, come quelli di Aquileia, appaiono fabbricati da due categorie di operai: i maestri e gli allievi. I primi si distinguono per esattezza di tutti i particolari, per la particolare grazia e armonia del disegno, per la gradevolezza e la nitidezza dei contorni. I secondi danno l'impressione di minore esattezza, di opera maldestra e frettolosa. Le differenze sono tuttavia assai ridotte perché ambedue le categorie di artisti adoperano, nel fabbricare i coni, gli stessi punzoni che, in certi casi (denaro di Arlongo con Tempio e Santo AT) non si limitano a singoli particolari, ma comprendono intere figure. La somiglianza di ogni particolare con le parallele monete patriarcali conferma la fabbricazione dei coni delle due zecche dalle stesse mani. Come più tardi codificato da Cellini, nella zecca si preferiva fare ricorso, per fabbricare i coni, a punzoni della massima esattezza, piuttosto che al cesello. Si rendevano in questo modo particolarmente difficili le imitazioni, perché a monte della fabbricazione dei coni occorreva tutta un'attrezzatura professionale, sorretta da grande esperienza specifica. Nessun conio fu rimpiazzato finché era ancora integro e adoperabile. Quando, per l'uso, era diventato inutilizzabile, veniva distrutto e sostituito. (G.B.)

 

 

 

(Fig. 1) Modello della città di Trieste


 

Trieste medievale

Dino Cafagna

 

Qual era la composizione urbanistica della Trieste medievale?

    

     C’è un affresco dell’abside di San Giusto che raffigura il Santo con il modello della città di Trieste in mano. Questo modello rappresenta in assoluto la prima raffigurazione di Trieste. Infatti la più importante testimonianza iconografica tramandataci, nonché la prima e quindi la più antica raffigurazione di Trieste, è quella fornita da un affresco della cattedrale di S. Giusto. Databile attorno al 1370, è attribuito al Secondo Maestro di San Giusto e rappresenta il Santo Patrono con in mano il modellino della città circondata da possenti mura merlate (fig.1). Tale rappresentazione faceva parte di un ciclo di affreschi, che in origine ornavano l'abside della navata di San Giusto, ricoprendo un analogo ciclo duecentesco (fatto quindi dal Primo Maestro di San Giusto). Questi furono strappati e collocati poi su pannello nella cappella di San Giovanni (o Battistero), dove oggi sono custoditi e visibili.

 

 

(Fig. 2)

 

Pur essendo un modellino e nonostante la prospettiva molto approssimativa, che dava maggior risalto agli edifici principali senza badare alle reali proporzioni, l'autore dimostra alla fine una particolare cura al dettaglio. Sono, infatti, ben riconoscibili in alto (fig. 2): gli stipiti del portone di entrata di S. Giusto con la stele della famiglia romana dei Barbi, il rosone della facciata, gli archetti rampanti sotto le falde del tetto, l’edicola del campanile con la statua di S. Giusto, la chiesa di San Michele al Carnale (1328) con l’entrata alla cripta, il Monastero delle Monache della Cella (1265), il Palatium episcopatus o vescovado (1187), il campanile con il tetto appuntito, ecc. Il tutto corrisponde a una descrizione urbanistica ancora valida ai giorni nostri.
In questo dipinto le antiche mura di Trieste sono dotate di torri (qui son disegnate dodici), bastioni e porte, e racchiudono la città all'interno di uno spazio triangolare con vertice in cima al colle e base al mare. L'affresco ci tramanda anche l'aspetto strutturale delle mura: la gran parte delle torri, escluse quelle con complessi fortificati sopra le porte, vengono rappresentate come "scudate", cioè chiuse solo da tre lati. La cortina interna è aperta, mentre i cammini di ronda, costruiti in pietra, poggiano su archi di sostegno o contrafforti interni ampi e molto solidi, con la merlatura guelfa a proteggere il camminamento e i ballatoi.
La presenza di torri quadrate scudate, cioè aperte all’interno, rappresentava allora il modo più semplice ed elementare per la costruzione di una torre, facile da costruire ma soprattutto ricostruire in caso di assedio nemico. Infatti, in caso di parziale distruzione, per esempio dopo un bombardamento da parte delle catapulte nemiche, diventava facile ricostruirla, con il favore dell’oscurità della notte, utilizzando le pietre d’arenaria anche delle vicine case distrutte, dando così la precedenza alla ricostruzione delle mura e delle torri che rappresentavano in assoluto la prima e più importante difesa civica. Al contrario la presenza di una torre cilindrica avrebbe reso molto problematica, per ovvi motivi strutturali, la ricostruzione rapida della torre. La mancanza poi della parte interna di queste torri, oltre che rendere per ovvi motivi ancora più facile la ricostruzione del manufatto, permetteva anche di scoprire subito il nemico che eventualmente fosse riuscito a scavalcare le mura e si fosse installato in una torre; avvistato facilmente, sarebbe stato subito catturato.

 


 

(Fig. 3) Le tre Torri del Porto e il Palazzo Comunale

 


L’artista dimostra un’attitudine così realistica da far considerare questa rappresentazione della città un documento iconografico unico e molto attendibile. Infatti, anche se gli edifici della parte inferiore dell’affresco non esistono più, il particolare realismo, dimostrato nella parte superiore, ci permette di considerare praticamente certo il racconto visivo riguardante le tre Torri del Porto e il Palazzo Comunale (fig. 3). Ovviamente non è disegnato il castello di S. Giusto, la cui costruzione inizierà appena nel 1470.

Il fronte del porto - lato mare – venne infatti munito di un poderoso sistema difensivo. In un tratto così breve s’innalzavano ben tre possenti torri fortificate, la cui funzione era prevalentemente quella di difesa di una zona particolarmente vitale per l'economia cittadina: il porto. Esse, inoltre, rappresentavano un colpo d’occhio di grande effetto per chi giungeva in città via mare.
 

Esse erano:

• a sinistra: la Torre della Beccheria; 
• quella di mezzo o centrale: Torre del Porto o torre del Mandracchio, con l’apertura a mare;
• a destra: la torre Fradella o della Confraternita. 

 

(Fig. 4) Sigillo Trecentesco di Trieste

 

 

Per la potenza, l'importanza e la notorietà, le tre torri vennero utilizzate, come immagine stilizzata, assieme all’alabarda, quale Simbolo (oggi si direbbe “logo”) della città stessa: il Sigillo Trecentesco di Trieste (fig. 4).
Infatti nel sigillo trecentesco della città sono rappresentate, in forma “stilizzata”, le tre torri con porta (Beccheria-Porto-Fradella). La Torre del Porto appare più alta delle altre due, i merli sono alla guelfa, le porte chiuse. Il disegno ai lati della torre di due alabarde vuole rafforzare il significato simbolico del sigillo.
 

 

(Fig. 3) Le tre Torri del Porto e il Palazzo Comunale

 


Dietro alle tre torri del porto s’intravede (fig. 3) il primo palazzo duecentesco del municipio o del comune (palacium comunis), nato dall’emancipazione della città dal dominio vescovile iniziata nel 1252 e completata, con la cessione al Comune di tutti i diritti sulla città, nel 1295 (Kandler, Storia del Consiglio). In quell’anno la città sentì pressante il desiderio di avere un proprio Palazzo Comunale e di reggersi da sé con propri Statuti.
La sua struttura la conosciamo proprio dall'affresco trecentesco nella cattedrale dì S. Giusto; sappiamo che venne costruito in due tempi, tant’è che in documenti antichi si trovano citati un palazzo “vecchio” e un palazzo “nuovo”, a sottolinearne la diversa epoca di costruzione. L'edificio a sinistra della torre, infatti, rappresenta la parte vecchia, duecentesca, del palazzo, cioè costruito attorno al 1250, di stile romanico, con monofore ad arco a tutto sesto, cioè finestre a semicerchio a una sola apertura di luce; in quello di destra, più nuovo, finito all’inizio del '300, si caratterizza per le eleganti bifore gotiche, ad arco acuto.
Nel 1295, appena acquistata la piena autonomia, fu alzata al fianco del primo edificio una torre, autoritario simbolo del Libero Comune di Trieste, con un orologio, una loggia e la campana dell’“arrengo” che serviva a richiamare i patrizi alle riunioni del Consiglio comunale. In seguito vennero aggiunte anche due figure bronzee che scandivano le ore e che furono soprannominati del popolo, per il loro colore, "i Mori di piazza". 
 

 

 

(Fig. 5). Il Palazzo Comunale

 

 

Il palazzo sorto su un terreno rubato al mare da progressivi interramenti, aveva la facciata principale rivolta verso l’interno, sulla Piazza Grande (fig. 5).
Era dotato di porticato e logge date in affitto dal Comune (del resto come si fa ancora oggi) per ospitare le botteghe di panettieri e merciai. La demolizione del primo palazzo comunale avvenne nel 1375, quando i veneziani intrapresero la costruzione del castello Amarina, costruito allora nell’area compresa tra il Palazzo Comunale e le mura con le tre torri del porto.

Guardando l'attuale palazzo comunale, più familiarmente chiamato “Municipio”, costruito nel 1875 dall’arch. G. Bruni, colpisce la rassomiglianza che si è voluto mantenere col primo Palazzo Comunale: la presenza di due corpi architettonici ai lati di una torre centrale, la presenza di una loggia, l’orologio e le campane con i due Mori. In pieno irredentismo tale scelta voleva, ricordando il primitivo palazzo comunale e il Libero Comune, ricordare in particolare quel periodo di libertà, autonomia, indipendenza, temi da sempre molto cari ai triestini. (
D.C.)

 

 


I rapporti di Trieste con Venezia

I rapporti fra Trieste e la Serenissima, fin dai primi decenni del X secolo, furono conflittuali, a causa dell'egemonia che quest'ultima esercitava per terra e per mare, non consentendo a Trieste una propria autonomia commerciale. Venezia aveva il suo territorio e i suoi confini sull'Adriatico, e in esso agiva con forte politica, onde controllare le rotte, imponeva le sue regole e i suoi dazi. Un tributo navale che le città istriane pagavano anche a difesa delle incursioni e dalle scorribande dei pirati. Queste regole, Trieste le contravveniva per necessità e per sistema. Ragioni commerciali rendevano  intenso il contatto tra le due città, ma Trieste era sfavorita rispetto a Capodistria, da quando Venezia, nel 932  ne aveva fatto di  il maggior porto delle sue rotte. La città di Trieste, nel X secolo, troppo piccola per una sua autonomia, riconobbe l'autorità del Sacro Romano Impero, rappresentato in essa dal vescovo, ma dovette accettare anche quella di Venezia. Nella prima metà del X secolo, pur avendo potere politico proprio sul suo territorio, la città era legata a due autorità.

Trieste potrà spingersi sull'Adriatico solamente quando l'Austria gliene darà la possibilità e i mezzi, nel sec. XVIII, con una Venezia ormai avviata verso il declino dopo l'avvento dei Turchi nel Mediterraneo, e per il mutare delle rotte commerciali a seguito delle nuove scoperte geografiche.

(Bibliografia: Nelli Elena Vanzan Marchini, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura. Cierre Edizioni, 2016)

 

 

 

La dedizione di Trieste all'Austria
La dedizione all'Austria del 1382 avviene a un anno di distanza da un'altra "dedizione" che Trieste aveva dovuto giurare, nel 1381, al Patriarca di Aquileia a seguito della pace di Torino del 24 agosto.

Quella all'Austria si concretizzò a Graz, in Stiria, il 30 di settembre, inviati i rappresentanti di Trieste Andelmo Petazzi, Antonio di Domenico e Nicolò di Pica, al cospetto del duca Leopoldo III d'Asburgo. Dell'atto si conserva un diploma presso la Cancelleria austriaca da cui si evince che si trattò di una richiesta triestina, accolta dal duca quale difensore della città, dei suoi castelli e del suo distretto, in cambio di "placida oboedientia", ovvero l'accettazione di sudditanza.
Rodolfo I, originario della Svizzera, nel Sec. XIII si era portato nell'Oesterreich e nella Stiria, dove nel 1335, i suoi discendenti avevano esteso i loro possessi alla Carinzia e alla Carniola. Nel 1350 Alberto II duca d'Austria aveva tentato di spingersi a sud, fino alla Carnia, a Gemona a Venzone, ma era stato costretto a ripiegare. Nel 1366 Ugo VI di Duino, fino allora vassallo del Patriarca, era passato al più potente duca d'Austria; e quest'ultimo, in questo modo, era di fatto divenuto confinante con Trieste.
Nel 1374 gli Asburgo ricevettero per successione i possedimenti di Alberto IV conte di Gorizia. A questo punto Trieste si trovò accerchiata dagli austriaci e, tradizionalmente avversa a Venezia, con un Patriarcato indebolito dalle lotte interne delle città friulane. Nel 1369, quando Trieste venne assediata dai veneziani e stava per capitolare, aveva chiesto aiuto a Leopoldo III, ricevendolo contro una piena e formale "dedizione", motivata anche da un inesistente diritto ereditario asburgico.  Quando nello scontro furono i veneziani ad avere la meglio, Leopoldo concluse con essi la pace rinunciando ad ogni suo diritto su Trieste e ricevette dalla Serenissima 75.000 fiorini d'oro.
Nel 1386, a Leopoldo III succedette Alberto IV.
Con l'Atto di Dedizione, Trieste manterrà una completa autonomia di governo con il potere legislativo e un Capitano (succeduto poi dal Podestà), e non verrà aggregata a nessuna delle provincie austriache, ma non deve venir meno al giuramento di fedeltà ecclesiastico prestato al Patriarca d'Aquileia.

 

 

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Trieste nel Settecento

A. Doratti

 

     La città nel 1731, dopo il primo vero censimento effettuato, conta 4.144 abitanti, compresi 108 ebrei e 301 forestieri residenti a Trieste.

L'aspetto politico e sociale della città è ancora legato alla tradizione di un passato municipalistico. Gli statuti del 1550 dureranno con progressivi mutamenti e limitazioni fino al 1812.
Sono sempre le Casade che eleggono i giudici ed i rettori che rappresentano la massima autorità politica della città; nominano i vicedomini, scelgono il giudice del maleficio (penale) e quello del civile, provenienti sempre da città più grandi nelle quali vi sono centri di studi giuridici; nominano i camerati (ragionieri del comune) e il fonti-caro al quale è affidato l'approvvigionamento del grano. Solamente la nomina del capitano è affidata all'autorità imperiale.
La legge degli Statuti è molto pesante, sia per reati di assassinio, furto o rapina che per i reati più comuni.
L'attività economica si basa principalmente sulla produzione e il commercio del sale, che viene poi trasportato nell'interno, nonostante la concorrenza dei veneti e dei muggesani, che a volte fa scoppiare aspre contese (specie per il possesso della salina di Zaule).
Le campagne intorno sono tutte coltivate a orti, vigneti, frutteti e oliveti; questi prodotti vengono tutti consumati in città.
La carne di maggior consumo è quella di maiale poiché il manzo è riservato ai ceti più abbienti ed è molto più costoso. Prosperosa è la pesca.
I cittadini depositano spesso il letame sulla pubblica via e questo dà luogo a numerose e ricorrenti malattie infettive (vaiolo e colera).
La lotta tra il potere imperiale e la libertà civica comincia paradossalmente nel momento in cui l'Austria dà avvio a quella profonda trasformazione economica che porterà a livelli di emporio internazionale.

 

 

Lo sviluppo urbanistico di Trieste tra Sette e Ottocento

A. Doratti

 

All'inizio del XVIII secolo, ammesso che si possa osservarla dall'alto, la città si presenta sotto forma di cuore, con la punta rivolta verso la cattedrale di S. Giusto. Tutta racchiusa, come una noce, nelle forti e possenti mura grigie e turrite; con in alto il castello, vano spauracchio dei turchi e con il mare che le fa da specchio. Di sotto il porticciolo interno, costruito nel 1620 dal goriziano Giacomo Vintana e difeso dal molo della Bandiera; nell'interno vi è un pullulare di barche con lunghe antenne svettanti tra l'intrico del sartiame. Dopo il tramonto, quando vengono chiuse le porte della città, una robustissima catena viene tesa tra i due moli (quello della Bandiera e quello a gomito).
Nella parte bassa tra il Mandracchio e la porta di Riborgo, si stende la plaga delle saline. Il principale collettore è il Canal Grande, o Maestro, che riceve l'acqua dal torrente S. Pelagio il quale scende dalla sorgente di S. Giovanni, anticamente sfruttata dai romani e che si congiunge al torrente delle Sexfontanis. Altra fonte d'acqua dolce indispensabile, alimenta il torrente di Colonia che si incanala nella Valdirif (Valdirivo) e che muove l'unica ruota del Mulino piccolo, ingrossato dalla fonte di S. Nicoforo, già detta della Zonta. Altra acqua ancora scorre giù da Romagna e s'incanala nel fossato detto della Jepa.
Il Canale del Vino o Canal Piccolo, dove si inoltrano le imbarcazioni da carico, taglia l'ultimo tratto delle saline all'esterno delle mura di Malcanton e si spinge dentro la città attraverso la Portizza. Dunque il commercio del vino si sviluppa nella Piazza Piccola, non lontano dalla chiesa della Madonna del Rosario. Un ponte sul canale assicura il passaggio lungo il pomerio interno alle mura.
Davanti al Mandracchio si apre la porta della torre del porto, detta anche dell'Orologio. Sotto l'arcata della torre un cesendolo illumina una pala della Beata Vergine con i Santi Giusto e Sergio, che sarà sostituita un secolo più tardi con un'altra immagine venerata della Madonna, detta Madonna del porto. Qui, ogni sera, dopo il colpo di cannone che metteva fine alla giornata di lavoro, i marinai pregano e recitano il rosario tutti riuniti.
Due automi di bronzo segnano i quarti e le ore dell'Orologio, che ha due quadranti uno interno alla piazza e l' altro esterno, sul porticciolo. Il popolino ha dato loro un nome – Michez e Jachez – che durerà nel tempo e forse trae origine dal ricordo di due severi giudici che nel Medioevo facevano leggere al banditore le loro terribili sentenze a suono di campana. Sul molo Bandiera si erige maestosa la torre della Beccheria, dall'altra parte invece domina la torre Fradella.
Dunque le torri del porto sono tre. La cortina prosegue lungo la spiaggia dove ha sede lo squero della Confraternita di S. Nicolò dei Marinai, dal quale prenderà nome la prossima torre. La pescheria, che prima si trovava sulla riva del Mandracchio, si è spostata verso Cavana da dove l'accesso è facilitato. Oltre ancora troviamo il Fortino, un' opera di difesa posta al gomito delle mura che da qui salgono verso la porta di Cavana dove si trova un ponte levatoio. La spiaggia è bassa e frastagliata e riceve le acque del Fontanone; la zona si presta al ricovero delle barche. Si costruiscono dei bacini coperti da canne di paglia che vengono denominati cavane.
Nei pressi del Fontanone, alimentato dall'acquedotto romano, vi è un grosso bastione e più in su il Barbacane o porta di S. Michele. Salendo la valle di S. Michele, dove vi è una strada, giungiamo alle mura del castello, dove non ci sono più porte ad eccezione di alcune segrete di sortita per l'uscita eventuale di pattuglie in caso d'assedio.
Dall'altro lato della città abbiamo varie porte ben difese dopo la porta del Vino o Portizza, vi è quella delle Saline, quella di Riborgo protetta da due torri e dal ponte levatoio con le statue protettrici di S. Filippo e di S. Giacomo. Più in alto un'importante porta s' innalza: è quella di Donota. Poi c'è la torre–scudo detta Cucherna (di tutte la sola superstite che possiamo ancora vedere) alla quale venivano appiccati i traditori della patria. Tra questa e il castello si erge un'ulteriore torre detta delle Monache, proprio perché nel 1369 le Benedettine possedevano una vasta proprietà sotto il castello e lì vi era il loro convento. Le mura sono ancora quelle restaurate nel 1511 dopo il terribile terremoto giunto dal Friuli che fece crollare anche le torri del porto.

Fuori dalle mura, la vasta campagna sparse di casupole è coltivata a orti, vigneti e frutteti e a monte delle saline vi è una strada che parte da Contovello e porta verso il Friuli e la Carinzia passando sopra il torrente Roiano. Fuori dalla porta di Riborgo invece la confraternita di S. Nicolò dei Marinai è patrocinata dal Comune che riconosce benefici ai marinai inabili, vedove e orfani. S. Nicolò e la sua proprietà finiscono nella strada che porta a S. Giovanni dove vi è l'ospedale dei lebbrosi, che poi scomparirà per fare posto alla piazza Carlo Goldoni.
Lungo la strada per Lubiana ci sono le concerie gestite dagli ebrei e la chiesetta di S. Apollinare con il piccolo cimitero che raccoglie i defunti di campagna. Il cimitero israelitico invece si trova oltre la porta di Donota, dove il monte sale verso il castello. Di là dal castello vi sono chiese e cappelle ricordate poi nei toponimi di piazze e vie successivamente sorte. La riva di sinistra è denominata strada di S. Pelagio dalla chiesetta romanica posta alle sorgenti del corso d'acqua nella valle di S. Giovanni, che è tuttora esistente.
Interessante è la zona fuori dalla porta Cavana e la località dei Santissimi Martiri, dove si adagiano alcune piccole imbarcazioni di pescatori ed il convento dei padri cappuccini con la chiesa di S. Apollinare, demolita nel 1787. Di fronte all' odierno palazzo Vicco, sede della curia vescovile, vi è la chiesa dell'Annunziata e l'ospedale delle donne. A monte la chiesa della Madonna del Mare con la torre e l'antichissimo cimitero dove si vuole sia stato sepolto S. Giusto. Importante è anche la chiesa della Beata Vergine del Soccorso, che il popolo chiama S. Antonio Vecchio nell'odierna piazza Hortis, dove allora sorgeva il chiostro del convento e subito dietro il cimitero. La chiesa era sede della confraternita delle Tredise Casade, ossia le famiglie patrizie triestine chiamate anche con vena canzonatoria dal popolo Confraternita del Moccolo, poiché i patrizi accompagnavano il Santissimo nelle processioni solenni con una lunga cappa purpurea, lo spadino e il cero in mano. Infine sulla destra dell'attuale via Torino, isolato nella campagna sorge il convento di S. Giusto con l'ospedale per i pellegrini, amministrato dai frati della Misericordia di S. Giovanni di Dio. Al tempo sei sono le chiese, due gli ospedali e tre i cimiteri che caratterizzano la zona fuori porta Cavana; lontana ed isolata sulla spiaggia dell'altro versante vi è la chiesa di S. Andrea, già esistente nel XII secolo e restaurata poi nel '600. Nel 1735 l' edificio sarà circondato da un cimitero durante la guerra di secessione polacca, quando molti soldati moriranno nel lazzaretto di S. Carlo. Trieste, attraverso le stampe documenta lo sviluppo urbanistico della città dagli inizi del Settecento alla fine dell'Ottocento, sulla scorta di un importante lavoro di ricerche e di archivio. L'itinerario lungo due secoli ha visto l'antico borgo di pescatori assurgere a dignità di emporio e di unico sbocco sul mare dell'impero austroungarico. Da un'immagine di città rinchiusa gelosamente nella cinta muraria (quindi nelle sue istituzioni, nelle sue chiese, nella sua vita sociale), per poi documentare con ricchezza ed esattezza il grande sconvolgimento politico ed economico prodotto da Carlo VI con la concessione del portofranco (1719). Alla crescita economica si accompagna inevitabilmente il calo dell'autonomia, sicché Maria Teresa incontra non pochi ostacoli da parte del patriziato nel suo lungimirante disegno di "fondere il vecchio e il nuovo".

 

 

 

 

 

 

 

Trieste nell'Ottocento

A. Doratti

 

 

     Nel primo Ottocento la città conta ormai 65.000 abitanti, compresi i 5.000 contadini che gravitano nei dintorni e che giornalmente si riversano in città per vendere verdure, frutta e ortaggi e per procacciarsi il sostentamento quotidiano. Alcuni sono piccoli proprietari terrieri, altri affittuari o semplicemente braccianti delle campagne e sono chiamati con il nome generico di mandrieri. Essi si distinguono per il pittoresco costume che portano (i giovani formano un corpo militare speciale detto Milizia Territoriale) con la giubba corta e bordata di vario colore, grossi bottoni di metallo, calzettoni bianchi e scarpe con fibbia. Hanno il moschetto ed il loro ornamento più bello è un capello in feltro a larga tesa alla guisa dei Lanzichenecchi.
 

Nei sobborghi cerimonie fastose

Anche le donne del contado si presentano piacevolmente con la testa avvolta di bianco, come le donne della Carniola, però al posto dell'usuale cuffia imbottita si sostituisce un leggero fazzoletto. Le maniche della camicia sono di fine lana bianca e le calzature sono degli stivaletti di pelle nera fortemente chiodati sia nella suola che nel tacco. La gente è abbastanza alta, con un bel volto e, a differenza di come si parla in città, usa il dialetto sloveno.


Molto pittoresche nella campagna sono le cerimonie nuziali: già parecchi giorni prima delle nozze viene mobilitato l'intero vicinato dai paraninfi (coloro che con bastoni fioriti e nastri bussano alle porte di amici e parenti per partecipare l'invito a nozze). La sposa in abito nuziale fa il giro delle case dei parenti già due giorni prima: essa ha il corpetto scuro o rosso, le maniche e il copricapo bianchi e finemente ricamati e la gonna ricca di nastri, infine una corona di fiori e nastri intrecciati. La musica e i banchetti accompagnano sempre i matrimoni e così anche i doni in denaro che vengono messi durante la cerimonia in un dolce a ciambella detto buzzolà. Anche i più poveri festeggiano l'evento con banchetti meno ricchi, ma nei quali il vino non manca mai. In città le spose usano coprire il capo con un velo bianco e i viaggi di nozze non sono ancora molto di moda. Nel 1833 un panorama della città mostra il borgo teresiano ormai completato: esso ha inizio nella contrada del Canal Piccolo e prosegue per piazza della Borsa e lungo la contrada del Corso fino a piazza della Legna (ora piazza Goldoni).

 
Nasce il centro moderno

Da qui i confini si spiegano lungo il torrente che scorre a cielo aperto, proveniente dalla Stranga vecchia (piazza Garibaldi), attraversato da sette ponti e che giunge fino alla caserma. Qui una contrada fiancheggia il canale che, dopo un tratto coperto, si riapre nell'attuale via Ghega. Due dei ponti principali sono uno sulla contrada della Wauxhall (via Roma) e l'altro sulla contrada del Ponte Nuovo (via Trento).
Sorge una casa pubblica di beneficenza (Pio Istituto dei Poveri) e dalla piazza del Macello si dà inizio alla contrada del Lazzaretto nuovo che prosegue fino al torrente Roiano. La strada è fiancheggiata da un porticato aperto verso il mare dove vi è la corderia Bozzini. Lo strano nome della contrada Wauxhall deriva da un caffè concerto fondato nel 1786 in via Ghega, nella casa fronteggiante la contrada che porta questo nome. La contrada della Jeppa (Geppa) si forma là dove il corso d'acqua delle saline è ormai scomparso. In via Galatti sorge la contrada della Pesa e nel centro dell'odierna piazza Vittorio Veneto vi è una fontana che funge da abbeveratoio per quadrupedi. La Posta è sistemata nella contrada della Caserma (via XXX Ottobre), ma prima si trovava all'imbocco del Canal Grande; perciò esiste ora anche una riva delle Poste (via Rossini). Dietro alla Dogana si apre il quartiere Panfili e tra di loro c'è un grande spazio detto contrada dei Carradori (via Trento). La contrada della Dogana sormonta il Canal Grande e arriva fino al Corso passando per Ponterosso, mentre via Filzi è denominata contrada per Vienna.
Le vie longitudinali sono: la contrada del Balderin (via Valdirivo), la contrada di Carinzia (via Torrebianca), la contrada dei Forni (via Macchiavelli), la contrada del Canal Grande (via Cassa di Risparmio), la lunga contrada Nuova (via Mazzini) che va da piazza della Legna al mare, e la contrada S. Nicolò. In corrispondenza della contrada di Vienna ha inizio la nuova strada commerciale. In fondo al canale, nel 1849 verrà consacrata la nuova chiesa di S. Antonio Taumaturgo, patrono del borgo teresiano. In contrada S. Spiridione sorge la chiesa degli Illirici (serbo-ortodossi). Il campanile di destra dà nome alla contrada del Campanile, ora via Genova alta, che manterrà tale nome anche quando si procederà alla demolizione dell'opera per difetti fondazionali.
 

Ponterosso come la Concorde

Nella piazza Ponterosso sorge una fontana a tre bocche, è alimentata dall'acquedotto teresiano. La riva Carciotti prende il nome dal palazzo omonimo, opera prestigiosa del triestino Matteo Pertsch. Più in là il tempio greco-ortodosso costruito nel 1786 ed abbellito poi nel 1819 sempre da Pertsch in forme classiche. La contrada laterale era detta dei Bottai per le numerose botteghe dei bottai, che dopo la costruzione della chiesa si chiamerà S. Nicolò.
Sta sorgendo inoltre il nuovo borgo franceschino tra la contrada del Corono e quella del Molin Grande che corre al fianco del ruscello proveniente da S. Giovanni. La parte superiore è tagliata dalla contrada del Ronco, mentre sulla contrada del Coroneo è stato allestito un nuovo pubblico lavatoio e un orto botanico.
Sulla passeggiata dell'Acquedotto (viale XX Settembre) nuovi edifici sorgono nel borgo Chiozza e nella via Chiozza (via Crispi), terreno donato al Comune da Carlo Luigi Chiozza, genovese che aveva un saponificio nei pressi del Ponterosso. Parallele alla spina centrale della contrada Chiozza corrono le contrade del Farneto (via Ginnastica) e quella del Boschetto (via Slataper), al di là vi è l'aperta campagna e il terreno della famiglia Conti sul quale nel 1833 sorgerà l'ospedale Maggiore, progettato da Domenico Corti. Il borgo Maurizio si estende dalla contrada del Tintore (via Tarabocchia) a quella del Solitario (via Foschiatti), che raccoglie diverse piccole industrie: dalla fabbrica della maiolica, alla concia dei pellami, e alla fonderia. Anche la zona della Stranga Vecchia si va arricchendo di numerosi edifici.
Intorno al Mandracchio ci sono il nuovo teatro comunale e la Borsa, il palazzo governatoriale, residenza dal 1776 del primo governatore di Trieste, il conte Zinzendorf.
La piazza Grande è ora più larga con la porta sul Mandracchio, attraverso la quale i triestini nelle afose sere estive vanno a prendere il fresco sul lungomare. Sulla piazza dello Squero vecchio, dove sorgeva la Confraternita di S. Nicolò è stato trasferito il mercato del pesce che durerà sino al 1878, e poi si sposterà tra la via della Stazione e la riva del Sale, fintantoché nel 1913 verrà eretto l'attuale edificio a forma di chiesa detto S. Maria del Guato. Una doppia fila di belle ed eleganti case è sorta anche in piazza Giuseppina (piazza Venezia), molto alte e massicce intervallate dalla contrada della Sanità Nuova (via Cadorna). La riva del Lazzaretto vecchio (via Diaz) prosegue verso lo stabilimento contumaciale.
 

In periferia ancora contrasti

Le zone periferiche di Chiarbola sono ampiamente coltivate a vigneti, frutteti, giardini e orti; vi è qualche grossa villa padronale e alcune case rurali. Tra i monumenti più notevoli vi è la villa di Campo Marzio, meglio conosciuta con il nome di Villa Murat, per essere passata in possesso alla vedova del vicerè di Napoli. La villa venne demolita ai giorni nostri per dar spazio ad una pileria di riso che venne poi abbandonata e bruciata. Un'altra famosa villa è quella di Giovanni Risnich nell'attuale piazza Carlo Alberto, demolita per far spazio alla via Franca.
L'edificio di Anna Voinovich sta sul primo passeggio di S. Andrea e guarda dall'alto della costa la spiaggia sottostante. La stupenda costruzione dell'architetto francese Champion è la villa di Girolamo Bonaparte (villa Necker). Sul colle, alla fine della contrada della Sanza sta la Villa Economo, abbellita da quattro colonne e un timpano. Sotto la Sanza di S. Vito le ville Budigna e de Dolcetti.
È questa la zona dove i ricchi vanno a villeggiare e i poveri coltivano gli orti e i vigneti che si allineano floridi nei dintorni.

(A.D.)

 

 

 

L'irredentismo e la Grande guerra

L'aspirazione dell'Italia al completamento del disegno risorgimentale di unificazione nacque e si diffuse nell'ultimo terzo del XIX secolo, come movimento politico mirante alla riconquista delle "terre irredente", ancora sotto il dominio dell'Impero d'Austria-Ungheria. Giuseppe Garibaldi, noto anche per i suoi proclami e messaggi, già colto dalla paralisi e in punto di morte disse: «Muoio nel dolore di non veder liberate Trento e Trieste».
Oggetto della rivendicazione irredentista furono oltre alle regioni del Trentino e della Venezia Giulia, anche Fiume e la Dalmazia. Accanto alla corrente anti-austriaca, andò creandosi una contrapposizione alle popolazioni slovene e croate, per le contese territoriali, che avrebbe trovato ampia adesione in epoca fascista e il suo massimo esponente in Ruggero Timeus. Nel Regno d'Italia sorsero movimenti come l'Associazione Pro Italia Irredenta, che in Trentino e nella Venezia Giulia operò in clandestinità. Nella politica italiana, per tutto il periodo che precedette lo scoppio della prima guerra mondiale, al fine di mantenere dei buoni rapporti con l’Austria, prevalse il contenere l’attività del movimento irredentista.

Tra i maggiori esponenti dell'irredentismo ci sono i cosiddetti "Martiri trentini": Fabio Filzi, Damiano Chiesa e Cesare Battisti, tutti giustiziati dal governo austriaco. Il triestino Guglielmo Oberdan, per aver ordito un attentato ai danni dell'imperatore Francesco Giuseppe, in visita a Trieste, fu processato e impiccato il 20 dicembre 1882. Era morto gridando: «Viva l'Italia! Viva Trieste italiana!» Ciò fece nuovamente divampare le passioni risorgimentali: Carducci tuonò contro Francesco Giuseppe appellandolo «l'Imperatore degl'impiccati». Cavallotti affermò che «con la salma  del pallido martire, penzola dal capestro l'onore italiano».
L'irredentismo triestino era sostenuto dalle classi borghesi e dalla colonia ebraica, mentre il gruppo etnico sloveno costituiva circa la quarta parte dell'intera popolazione. Dopo la perdita del Lombardo-Veneto, che vide la popolazione italiana ridotta a meno di un milione, in parte simpatizzante dell’Italia, la politica di Vienna mutò a favore degli slavi. Questi, oltre ad essere molto più numerosi, si erano dimostrati più fidati, non avendo altro polo di riferimento che la Serbia, troppo piccola e debole per essere ritenuta una rivale dal grande impero austro-ungarico. In Istria e Dalmazia la situazione delle comunità italiane si fece sempre più difficile, sia per l'incalzare delle masse slave che dalle campagne cercava lavoro nelle città, sia per la politica discriminatoria in atto da parte delle autorità governative.
La politica del “divide et impera”, inaugurata dall'Austria, aizzava gli slavi contro gli italiani e gli incidenti si susseguivano sempre più frequenti, creando un vero e proprio conflitto razziale.
Le direttive anti italiane del governo imperiale asburgico, promossero una serie di misure repressive e discriminatorie anche a danno degli italiani di Trieste, come il diritto di riunione, di associazione e il ripetuto diniego alla tanto desiderata Università italiana triestina.
Gli strateghi italiani consideravano Trento e Trieste delle mete di secondaria importanza, e maggior antagonista dell’Austria veniva considerata la Francia che sbarrava la strada del Mediterraneo ad un’espansione coloniale. Gli irredentisti, invece, guardavano all'Adriatico come al Mare nostrum, e l'Istria e la Dalmazia territori da strappare all'Austria.
Quando nel maggio 1913 Serbi e Montenegrini invasero l’Albania, e l'Austria minacciò una spedizione punitiva per cacciarli, l’allora ministro degli Esteri del Regno d’Italia, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, nel timore che Vienna poi si accaparrasse quella terra, caldeggiò che l'Italia partecipasse alla spedizione, ma Giolitti bocciò il progetto, motivando che ci avrebbe legati ulteriormente all'Austria. Tutto si risolse con una pressione diplomatica delle due Potenze che indusse gl'invasori a ritirarsi.
Due mesi dopo, la Bulgaria attaccò di sorpresa la Serbia e la Grecia; pochi giorni dopo a Trieste scoppiarono gravi scontri fra sloveni e italiani, e la polizia austriaca intervenne solo su questi ultimi. In risposta, gli studenti di Roma e Napoli assalirono l'Ambasciata e il Consolato austriaci.
Da lì a poco sarebbero avvenuti i tragici fatti di Sarajevo di cui la Serbia sarebbe stata soltanto il pretesto di un più vasto conflitto d'interessi economici, politici e ideologici. Per l’Italia, una rottura con l’Austria avrebbe significato anche una rottura con la potente Germania e avrebbe precluso quei “compensi” previsti dal trattato della Triplice alleanza nel caso in cui l'Austria, vittoriosa, si fosse annessa altri territori nei Balcani.
La sera del 23 luglio 1914 era stato consegnato alla Serbia un ultimatum che ne esigeva la resa incondizionata, e che di fatto rendeva inevitabile la guerra. Nel giro di una settimana il conflitto si estese a tutta Europa: il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il 3 alla Francia, accanto alla quale si schierò l'Inghilterra. L’Italia, legata ad Austria e Germania dal patto di Triplice Alleanza, vide una consistente ripresa della propaganda irredentista sul territorio, fomentata dalla destra nazionalista, che era favorevole all'entrata in guerra. Restava da chiarire da quale parte schierarsi. Gli stessi nazionalisti erano divisi. Vennero adottate misure preventive: i civili italiani considerati pericolosi dalle autorità austro-ungariche vennero deportati verso la Croazia e l'Ungheria - i reparti asburgici in mobilitazione, costituiti da Giuliani e Dalmati, onde contenere i casi di diserzione, vennero inviati sul fronte orientale. Antonio Salandra, presidente del consiglio dei ministri e Antonino Paternò Castello di San Giuliano, annunciarono la loro decisione: l'Italia sarebbe rimasta neutrale. La prima reazione del Paese fu un respiro di sollievo. Vi fecero eccezione solo alcuni conservatori che avrebbero voluto l'intervento accanto agli alleati della Triplice Alleanza. Tuttavia risultava chiaro che la neutralità era soltanto un ripiego temporaneo e che presto o tardi si sarebbe dovuta operare una scelta. La decisione di neutralità italiana aveva comunque suscitato a Vienna e Berlino grandi contrarietà; venne considerata un “tradimento”. Era evidente che nel caso di vittoria degli Imperi Centrali, l'Italia ne sarebbe divenuta una vassalla; ma sulla carta, l’alleanza era ancora in vigore e rappresentava un freno morale dell'Italia a passare in campo avversario. Alla fine agosto, l'Austria riconobbe legittima la neutralità italiana, come da espressi accordi del trattato, ovvero, che in caso di aggressione alla Serbia, questa non poteva contare sull’intervento italiano, ed acconsentì a discutere la questione dei compensi. San Giuliano non mostrò premura nello sviluppo dei negoziati, temporeggiando. Offerte molto più sostanziose arrivarono dalla Russia, che prometteva Trento, Trieste, l'Albania. San Giuliano mirava a guadagnare tempo per meglio capire gli sviluppi bellici e operare una scelta di convenienza. L’Italia era inoltre ancora impreparata per affrontare un conflitto bellico, scarseggiando sia in uomini addestrati che in mezzi, i quali, dopo la guerra di Libia, non erano stati riforniti. Il generale Cadorna scrisse a Salandra consigliando di rimandare ogni decisione a primavera, vista la mancanza di uniformi pesanti che consentissero di affrontare l'inverno. Per l'intervento a fianco dell'Intesa c’erano gl'irredentisti, e particolarmente quelli del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia, promotori di una incessante propaganda. Cesare Battisti, con il suo giornale, suscitava una profonda eco negli ambienti democratici e repubblicani e in tutto il gruppo radicale che faceva capo al Secolo. Peppino Garibaldi, nipote dell'Eroe, costituì la Legione Garibaldina, che il 26 dicembre 1914 combatté nei pressi di Bolante una sanguinosa battaglia nelle fila francesi, contro i tedeschi. La seconda battaglia della Legione Garibaldina avvenne il 5 gennaio 1915 a Four de Paris, dove la Legione subì gravi perdite. A metà marzo l’unità venne sciolta ed i suoi componenti inviati in Italia al seguito della brigata Cacciatori delle Alpi.
Interventista pro Intesa era anche l'Associazione «Trento e Trieste», e il suo presidente Giurati, sotto cui si raccoglievano i profughi dell'Istria e della Dalmazia, esacerbati dal conflitto con gli slavi e animati da uno spirito di rivalsa.
Ben presto, dal susseguirsi degli eventi bellici, divenne chiaro che il conflitto non si sarebbe risolto così facilmente con la decantata vittoria austro-tedesca, vittoria peraltro molto temuta in Italia. Questo rafforzò la causa interventista che poteva contare su un considerevole numero di giornali a suo sostegno: il Giornale d'Italia, La Tribuna, PIdea nazionale, Il Secolo e il Corriere della Sera. Rimaneva neutralista La Stampa di Torino, legata a Giolitti, il quale temeva la Germania quale avversaria militare, ammirazione contrapposta all’opinione negativa che nutriva sui nostri Comandi militari e alla consapevolezza della pochezza militare del nostro paese. Giolitti era anche dell’idea che se l'Italia fosse entrata in guerra, questa sarebbe comunque durata ancora per anni.
A metà ottobre San Giuliano morì e prese il suo posto Sidney Sonnino, liberale conservatore di origini ebraiche. Il barone Sonnino aveva già ricoperto le cariche di ministro delle Finanze e ministro del Tesoro, dal 1893 al 1896, risanando le casse del Regno. In un primo momento era stato fra coloro che avevano caldeggiato l'intervento a fianco degl'Imperi Centrali, ma ben presto aveva cambiato opinione a favore del non intervento, sempre in attesa che maturassero gli eventi. Nel frattempo, mentre si continuava a trattare con entrambe le fazioni, in tutto il paese fervevano i preparativi di riarmo. Ad ottobre ci fu, nonostante il parere sfavorevole di Cadorna, uno sbarco in Albania da parte italiana, ma nessuna delle Grandi Potenze protestò. L'11 dicembre, Sonnino ritenne maturi i tempi per tornare a discutere con Berchtold (ministro degli esteri austro-ungarico), il diritto ai compensi italiani. Venne richiesto un sollecito avvio di negoziati. Il 16 dicembre 1914 arrivò a Roma, da Berlino, l'ex cancelliere von Bülow con l’intento di garantirsi il mantenimento della neutralità italiana. La Germania aveva molti interessi economici e finanziari in Italia, la quale inoltre poteva garantire il rifornimento di generi alimentari e bellici. Berchtold sapeva che per garantirne la neutralità, bisognava cedere all'Italia (almeno temporaneamente), il Trentino fino al Brennero e la riva destra dell'Isonzo; a tal fine presentò la proposta all'Imperatore, il quale dissentì in modo tanto risoluto da costringere Berchtold a dover rifiutare ogni discussione circa il Trentino, pure in presenza di una generica proposta tedesca di contro-compensare Vienna con una parte della Slesia. Berchtold poteva soltanto confermare i diritti italiani in Albania. Per Sonnino le concessioni erano insufficienti e senza il Trentino, Roma non avrebbe garantito nulla. Il 7 gennaio fece ribadire a Vienna che l'Italia avrebbe accettato unicamente territori austriaci. Fu allora che Sonnino chiese all'Ambasciatore italiano a Londra d'intavolare, nella massima segretezza, un negoziato con l’Inghilterra.
Quando Burian successe a Berchtold, ripresero le trattative, ma Sonnino gli disse che non si sarebbe accontentato del Trentino, che l'Italia voleva anche Trieste. Burian fece delle controfferte evasive con il proposito di guadagnar tempo in attesa della grande offensiva di primavera sui Carpazi. Se si fosse risolta a favore dell’Austria, l’Italia avrebbe dovuto ridimensionare le proprie pretese. Nel frattempo l’ambasciatore italiano, Imperiali, aveva palesato a Londra le richieste in cambio dell'intervento, pretese piuttosto consistenti: il Trentino fino al Brennero compreso il Sud-Tirolo; Trieste con le Alpi Giulie; tutta l'Istria e quasi tutta la Dalmazia; Valona col suo dell'entroterra albanese; il Dodecaneso ed eventuali spartizioni in Africa e in Medio Oriente dei territori germanici.
Tranne che per il Dodecaneso, il ministro degli Esteri inglese Grey, sperando che l'intervento italiano avrebbe provocato anche la scesa in campo di Romania e Grecia, accettò le richieste; altrettanto favorevoli si dimostrarono i francesi, mentre le rifiutarono i russi, che miravano alle popolazioni slave d'Europa. Il blocco russo insabbiò le trattative e Sonnino le riprese con l'Austria che ora era disposta a trattare la cessione del Trentino, ma Sonnino rinforzò le sue pretese e ora chiedeva in aggiunta Gorizia, Trieste e le isole della Dalmazia. Vienna indugiò indignata, ma nel frattempo i russi subirono una grande sconfitta in Galizia e decadeva il loro veto alle richieste italiane: Inghilterra e Francia accettavano le nostre proposte e si giunse al famoso Patto di Londra, firmato il 26 aprile 1915. Venne chiesto un prestito di 50 milioni di sterline e ci si impegnò a scendere in guerra entro un mese.
In previsione di una guerra rapida, Sonnino non aveva insistito con i nuovi alleati per la città di Fiume e per le spartizioni in Medio Oriente e in Africa. L’accordo prevedeva l'assegnazione all'Italia di territori non definiti in Anatolia, senza alcun accenno alle colonie tedesche. Altro errore di Sonnino, per eccessivo zelo di segretezza, fu quello di non comunicare gli accordi e i piani bellici alla Serbia, e ancor peggio alla Romania, dato che con quest’ultima si sarebbe potuto concordare una scesa in campo in sincronia, con maggiore impatto offensivo. Intanto gli interventisti avevano guadagnato consensi, scesero a più riprese nelle strade, vi furono scontri con la polizia e le fazioni non interventiste, si contarono alcuni morti.
In Vaticano, il nuovo Papa si adoperava con Cadorna affinché fosse sfavorevole all'intervento.
Pochi giorni dopo il Patto di Londra d'Annunzio era ritornato in Italia per commemorare a Quarto la spedizione dei Mille, e gl’interventisti gli avevano organizzato una cerimonia ufficiale alla quale avrebbe tenuto un’orazione. Il Re e Salandra, che si erano impegnati a intervenire alla cerimonia, quando ne lessero il contenuto, preferirono non parteciparvi. D'Annunzio si rivolse all'enorme folla intervenuta con queste parole: «Voi volete un'Italia più grande non per acquisto, ma per conquisto, non a misura, ma a prezzo di sangue e di gloria... O beati quelli che più danno perché più potranno dare, più potranno ardere... Beati i giovani affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati...».
Secondo gli accordi presi a Londra mancavano soltanto tre settimane prima che l'Italia dovesse entrare in guerra.
L’esercito austro-tedesco, viveva un momento di gloria: dopo aver sfondato il fronte russo avanzava in Galizia. Berlino, che aveva intuito un cambio di posizione dell’Italia, ingiunse a Vienna di acconsentire alle richieste sui territori, e Bùlow ne informò Giolitti.
Il 10 maggio, Giolitti, informato che il Patto di Londra era stato firmato e che il Re lo aveva personalmente avallato, chiese un colloquio con Vittorio Emanuele III. Durante l’incontro ribadì la sua opinione che l’esercito non era pronto, che la forza militare austro-tedesca era ancora intatta e che sicuramente la guerra si sarebbe protratta troppo a lungo per le risorse italiane, quindi il Patto di Londra andava revocato. Il Re rispose che aveva inviato un telegramma a Londra in cui si era personalmente impegnato - non poteva ritornare sui propri passi a meno che non avesse abdicato. Giolitti suggerì un voto della Camera (che tra l’altro ignorava l’accordo di Londra) a riconferma della neutralità, consentendo al governo di riprendere i negoziati con l'Austria e liberando il sovrano dagli impegni presi a Londra. Salandra si disse d'accordo sul voto della Camera e Giolitti confidò a Malagodi che a volere la guerra era soltanto Sonnino.
Il giorno 11 Giolitti fece uscire su La Stampa le notizie della schiacciante vittoria austro-tedesca in Galizia, dei falliti tentativi di sbarco inglesi nei Dardanelli e dulcis in fundo, le generose offerte austriache a fronte del non intervento. Il giorno successivo si tenne un Consiglio dei Ministri, a cui fece seguito un intrecciarsi d'incontri e di colloqui, e ne risultò che la maggioranza era a favore della neutralità.
Salandra rassegnò le proprie dimissioni. La sera dello stesso giorno d’Annunzio tenne un nuovo discorso a Roma, ma questa volta contro i pacifisti, contro Giolitti, la cui abitazione venne presa d’assalto da una folla inferocita.
Le dimissioni del governo crearono un pauroso vuoto di potere e di informazione.
Il Corriere della Sera pubblicò che il patto di Triplice Alleanza era stato disatteso e i socialisti promossero uno sciopero generale a Torino, dove ci furono dei morti. D'Annunzio a Roma, Mussolini e Corridoni a Milano continuavano ad aizzare le folle.
In quel momento di profonda crisi fu Vittorio Emanuele III a prendere l’iniziativa, il Re, che tra l’altro non aveva mai visto di buon grado l’alleanza con Austria e Germania, aveva dato la propria parola agli inglesi, e il rimangiarsela equivaleva a perdere la propria dignità. Il Parlamento non voleva l'intervento, ma non riusciva a trovare un uomo disposto ad assumersi la responsabilità di rifiutarlo e nei giorni in cui le consultazioni si erano susseguite, la popolazione era scesa ovunque in piazza, pro guerra.
Con un sostanziale colpo di stato, il Re richiamò Salandra al governo, e diede il via all'intervento. Il 18 Biilow fece un disperato tentativo trasmettendo a Sonnino nuove controfferte austriache e pregando il Papa di caldeggiarle. Ma era troppo tardi per prenderle in considerazione. Il 20 Salandra chiese i pieni poteri alla Camera, senza opposizione. Il 23 ci fu l'ultimatum a Vienna, e il giorno successivo la dichiarazione di guerra.
Vicina al movimento irredentista italiano e considerata come tale dalle autorità austriache, vi fu la Lega Nazionale, massima organizzazione triestina di carattere privato, contava nel 1912 più di 11.000 associati.
Il 23 maggio 1915, alla notizia della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria-Ungheria, a Trieste avvennero degli episodi di violenza. I filoaustriaci incendiarono la Lega Nazionale, il Palazzo Tonello (dove si trovava la redazione del quotidiano irredentista "Il Piccolo") e l'edificio della Ginnastica Triestina, associazione sportiva irredentista. Un migliaio di triestini non vollero combattere sotto le bandiere austro-ungariche e si arruolarono nel regio esercito. Tre anni più tardi, il 4 novembre 1918 le truppe italiane entrarono a Trieste, accolte da numerosa folla.
Seppure la guerra si fosse conclusa, rimanevano aperte alcune questioni territoriali e in questo contesto il movimento irredentista caratterizzò l'occupazione di Fiume, città a maggioranza italiana, la cui attribuzione all'Italia non era prevista nel Patto di Londra, peraltro disconosciuto dal presidente statunitense Wilson. Gabriele d'Annunzio, alla guida degli irredentisti italiani radunò a Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari) volontari provenienti dal Corpo degli Arditi e della III Armata, raggiunto dai Granatieri provenienti da Fiume, che sollecitarono il ritorno in città. Il 12 settembre 1919 d’Annunzio entrò a Fiume e venne costituita la Reggenza italiana del Carnaro, che si concluderà, dopo i dissensi con il Governo italiano e l'abbandono della città da parte del Vate, il 2 febbraio 1921.

 

 

Le mire Austro-Tedesche su Trieste e sul Trentino

Hitler, già nel 1930, aveva detto al capo della Heimwehr austriaca, il principe di Starhemberg, che Trieste doveva essere annessa alla Germania con qualsiasi mezzo necessario; fu proprio il principe che l'aveva raccontato a Mussolini, allora sostenitore dell'Austria contro le mire annessionistiche della Germania. Quando, nel 1938, Mussolini aveva dato via libera a Hitler per l'annessione dell'Austria (Anschluss), doveva essere ben conscio di perdere ulteriore potere su Trieste. L'Anschluss, annessione dell'Austria alla Germania nazista per formare la "Grande Germania" era in conflitto con quanto emanato del trattato di Versailles dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. L'articolo 80 del 1919 vietò esplicitamente l'inclusione dell'Austria nella Germania; stesso divieto fu ribadito dall'articolo 88 del trattato di Saint-Germain-en-Laye. Il primo effetto concreto ed immediato dell'Anschluss fu un maggior dirottamento del traffico austriaco dai porti adriatici verso i porti tedeschi del Nord, sicché fu necessario un accordo italotedesco, nel luglio 1939, per garantire ai nostri porti il 40% del traffico del periodo prebellico.
Quando venne firmato il Patto d'acciaio tra l'Italia e la Germania, una dichiarazione semiufficiale germanica parlava della restituzione delle province originariamente tedesche del Trentino e di Trieste. Ci furono diverse manifestazioni di protesta dei cittadini italiani residenti in provincia di Udine e nella zona di Tarvisio. Nel Diario di Galezzo Ciano, in data 9 settembre 1939, si legge che l'ambasciatore d'Ungheria aveva comunicato a Mussolini come, a Vienna, si cantasse la canzone: «Quello che abbiamo lo teniamo stretto e domani andremo a Trieste»; il duce ne era rimasto molto scosso. Nello stesso diario, in data 23 dicembre 1939, viene riportato il resoconto di una conferenza tenutasi a Praga, dove emergono le mire germaniche non solo sull'Alto Adige e Trieste, ma per l'intera pianura padana. Il nostro ambasciatore a Berlino, 
conte Bernardo Attolico, aveva raccolto le stesse informazioni. Seppure tutto venne smentito da Berlino, il discorso trova le sue fondamenta logiche in una intera letteratura germanica. Tutto ciò avveniva prima che Mussolini entrasse in guerra a fianco della Germania, quindi egli non ignorava, quale sarebbe stato il destino di Trieste, comunque la guerra si fosse conclusa. L'espansione germanica ai danni dell'Italia, ebbe altre conferme durante la guerra. In data 18-19 novembre 1940, sempre Ciano racconta come Hitler gli avesse detto d'essere stato sollecitato da Horthy a discutere la questione di Trieste, ciò che avrebbe permesso al Reggente ungherese di porre, a sua volta, delle pretese su Fiume; nel 1941 correvano voci su una prossima annessione di Tarvisio da parte della Germania. Non dovette costituire meraviglia, quindi, per Mussolini quanto avvenne nel Trentino e nella Venezia Giulia dopo 1'8 settembre 1943.

 

 

Dopo l'8 settembre 1943

All'indomani della firma di "Cassibile", nella contrada Santa Teresa Longarini di Siracusa, il Governo Provvisorio italiano siglò alcuni accordi con gli alleati che rimandavano la definizione dei confini orientali dello Stato al termine della Guerra.

In risposta all'armistizio, il 18 settembre i tedeschi occuparono militarmente ed amministrativamente il nord-est italiano fondando la Adriatisches Küstenland (comprendente anche i territori delle province di Trieste, Udine, Gorizia, Pola, Fiume e di Lubiana) controllata direttamente dai tedeschi fino al 1945.

La Germania, in particolare durante i quarantacinque giorni del governo di Badoglio, aveva spiegato le sue forze in modo da conquistare l'Italia in poche ore se e quando essa passasse dall'altra parte ed in maniera da impossessarsi della Venezia Giulia, punto fondamentale per la sicurezza delle forze tedesche impiegate nei Balcani e punto eventuale di possibili sbarchi alleati. Nella regione giulia l'infiltrazione tedesca era stata favorita dagli stessi militari italiani, che abbisognavano del più esperto e spietato aiuto tedesco nella guerriglia contro i partigiani, sicché, ai primi di settembre, i tedeschi erano già stanziati non solo nella Slovenia, ma addirittura fino ad Opicina, immediatamente sopra Trieste. L'urgente occupazione della Venezia Giulia, per ragioni anche politiche, era stata sollecitata pure dal Gauleiter, luogotenente del Reich per la Carinzia, Friedrich Rainer, mentre a Trieste, gli ex-nazionalisti cercavano, invano, di ricostruire la Compagnia Volontari giuliani, i comunisti italiani tentavano, del pari invano, di aver contatti con il Fronte di liberazione slavo, che li respingeva, ed i membri degli altri antichi partiti .prefascisti si disperdevano in varie azioni, per ottenere modifiche sostanziali e legali delle disposizioni fasciste da parte del governo di Badoglio o nel preparare e discutere irrealizzabili rivolte armate, destinate, però, poi, a sboccare nella Resistenza italiana non comunista. Era stato creato un Comitato civico antifascista, chiamato anche Fronte democratico nazionale, che comprendeva pure i comunisti.
Voluta da Hitler per dare un ruolo formale a Benito Mussolini, la RSI (Repubblica Sociale Italiana), pur rivendicando tutto il territorio del Regno d'Italia, esercitò la propria sovranità solo sulle province non soggette all'avanzata alleata e all'occupazione tedesca diretta. Inizialmente la sua attività amministrativa si estendeva nominalmente fino alle province settentrionali della Campania, ritirandosi progressivamente sempre più a nord, in concomitanza con l'avanzata degli eserciti angloamericani. A nord, inoltre, i tedeschi istituirono due "Zone di operazioni" comprendenti dei territori che erano state parti dell'Impero Austro-Ungarico: le province di Trento, Bolzano e Belluno (Zona d'operazioni delle Prealpi) e le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana (Zona d'operazioni del Litorale Adriatico), sottoposte direttamente ai Gauleiter tedeschi del Tirolo e della Carinzia, de facto, anche se non formalmente annesse al Terzo Reich. L'exclave di Campione d'Italia fu inclusa nella Repubblica solo per pochi mesi, prima di essere liberata grazie ad una rivolta popolare appoggiata dai carabinieri.

 


I nazi-fascisti tennero Trieste fino al 1º maggio 1945 quando, dopo intensi bombardamenti alleati, i partigiani jugoslavi del generale Dusan Kveder riuscirono ad occupare la città prima dell'arrivo delle truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg. Kveder proclamò l'annessione di Trieste e dei territori limitrofi alla nascente Federazione Jugoslava quale sua settima repubblica autonoma, mentre Tito, appoggiato anche dalle formazioni partigiane comuniste di italiani che vi operavano, poteva affermare di avere il controllo di tutta la Venezia Giulia.
 

Gli anglo-americani non gradirono molto le manovre di Tito ed il generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, ottenne con l'accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 il ritiro dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio di Trieste e Gorizia, nonché (20 giugno) di Pola, ad un "Governo Militare Alleato", che assunse il controllo anche di Rovigno e Parenzo. Questo stabiliva la linea "Morgan", ovvero la linea di demarcazione lungo il corso dell'Isonzo e fino a est / sud-est di Muggia,

 

Zona A e Zona B
Trieste e l'Istria vennero quindi suddivise in due zone (A e B) amministrate militarmente dagli alleati e dagli jugoslavi: la prima comprendeva il litorale giuliano da Monfalcone fino a Muggia più l'enclave di Pola, la seconda il resto dell'Istria. Il 2 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale a seguito del quale gli italiani scelsero la Repubblica, ma la Venezia Giulia (Province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume), pur essendo formalmente ancora sotto sovranità italiana, non partecipò alla consultazione a causa delle pressioni jugoslave presso i governi Alleati. Per calmare gli animi il Governo militare alleato (AMG in inglese) concesse il passaggio del Giro d'Italia, poi bersagliato dalle proteste degli attivisti filo-sloveni, culminate nello scontro di Pieris.


Dal 12 giugno 1945 al Trattato di Parigi del 1947
Allo stesso modo i cittadini della Venezia Giulia non poterono partecipare alle elezioni della nuova Assemblea Costituente. Il 10 febbraio del 1947 venne firmato il trattato di pace dell'Italia, che istituì il Territorio Libero di Trieste, costituito dal litorale triestino e dalla parte nord occidentale dell'Istria, provvisoriamente diviso da una linea confinaria passante a sud della cittadina di Muggia ed amministrato rispettivamente dal Governo Militare Alleato (zona A) e dall'esercito jugoslavo (zona B), in attesa della creazione degli organi costituzionali del nuovo stato.

 

Il T.L.T.

Il Territorio Libero di Trieste fu previsto nel 1947 all'interno del trattato di pace con l'Italia alla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo l'articolo 21 del trattato, il TLT sarebbe stato riconosciuto dalle Potenze Alleate e dall'Italia, e la sua integrità ed indipendenza sarebbero state assicurate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La mancata entrata in vigore dello statuto permanente e la mancata nomina del governatore e degli altri organi di governo del TLT determinarono uno stallo che mise in dubbio fra gli studiosi di diritto internazionale l'effettività dell'esistenza stessa di uno stato denominato Territorio Libero di Trieste, carente di uno degli elementi costitutivi per essere definito tale – la sovranità – e soggetto perennemente ad un governo provvisorio militare.

Nell'ambito di questa situazione, si svilupparono delle teorie internazionalistiche minoritarie, che ritennero che non essendo mai sorto un TLT indipendente come previsto dal trattato di pace, l'Italia non avesse mai perso la propria sovranità su tutto il territorio. Di contro, la teoria predominante considerò parimenti l'insussistenza di uno stato definibile come Territorio Libero di Trieste essendo quindi il territorio assoggettato a un regime di occupazione militare, senza essere nel frattempo soggetto a una sovranità statale. La situazione di stallo trovò de facto una soluzione con gli accordi di Londra del 1954, e de iure definitivamente nel 1975, quando col trattato di Osimo Italia e Jugoslavia incorporarono formalmente le zone A e B.

Il TLT era diviso in due zone:

la Zona A di 222,5 km² e circa 310 000 abitanti (di cui, secondo stime alleate, 63 000 sloveni) partiva da San Giovanni di Duino (slov. Štivan), comprendeva la città di Trieste e terminava presso Muggia; era amministrata da un Governo Militare Alleato (Allied Military Government - Free Territory of Trieste - British U.S. Zone);
la Zona B con la parte nord-occidentale dell'Istria, di 515,5 km² e circa 68 000 abitanti (51 000 italiani, 8 000 sloveni e 9 000 croati secondo le stime della Commissione Quadripartita delle Nazioni Unite – vedi tabella sottostante) che era amministrata dall'esercito jugoslavo (S.T.T. - V.U.J.A). La Zona B fu, a sua volta, divisa in due parti: il distretto di Capodistria e il distretto di Buie, separati dal torrente Dragogna (che successivamente segnerà il confine tra la Slovenia e la Croazia). Capodistria divenne la sede dell'amministrazione militare e civile jugoslava della zona.
Il vizio all'origine del TLT stava nell'asimmetria delle amministrazioni. La Zona A era affidata in amministrazione a potenze non confinanti (inglesi e statunitensi), la Zona B ad uno stato confinante, la Jugoslavia, che aspirava ad annettersi l'intero territorio. In pratica mai funzionò come un vero stato indipendente. Il suo funzionamento dipendeva dalla nomina di un Governatore da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La scelta del Governatore si protrasse per vari anni e i diversi nomi proposti furono sistematicamente oggetto di veto sia da parte degli Alleati che da parte dei sovietici.

Nel 1952 nella Zona A alcune competenze (fra cui il Direttorato delle finanze e dell'economia), vennero affidate a dirigenti nominati direttamente dal Governo italiano. Il 5 e 6 novembre 1953 vi furono a Trieste violenti scontri di piazza da parte di coloro che reclamavano la riunificazione della città all'Italia. Nei disordini vennero uccisi sei cittadini, cui è stata successivamente conferita un'onorificenza dal governo italiano.

 

Il Territorio Libero di Trieste (in sloveno: Svobodno tržaško ozemlje, in croato: Slobodni teritorij Trsta, in inglese: Free Territory of Trieste), spesso colloquialmente abbreviato in TLT, era uno stato indipendente previsto dall'articolo 21 del trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate del 1947. A norma dello stesso trattato il Territorio Libero di Trieste sarebbe dovuto essere demilitarizzato e neutrale, governato inizialmente secondo le previsioni normative di uno Strumento per il regime provvisorio, redatto dal Consiglio dei Ministri degli Esteri e approvato dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Tale Strumento sarebbe rimasto in vigore fino alla data che il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto determinare per l'entrata in vigore di uno Statuto Permanente, allegato al trattato di Parigi. In immediata successione si sarebbero dovute creare le forme di governo necessarie per il funzionamento dello stato (un Governatore, un Consiglio di Governo, un'assemblea Popolare eletta dal popolo del territorio Libero ed un Corpo Giudiziario), nonché eleggere un'assemblea costituente che avrebbe dovuto approntare la nuova costituzione del TLT. L'ONU avrebbe comunque mantenuto dei poteri di controllo sul TLT, per il tramite del proprio Consiglio di Sicurezza.

Il TLT avrebbe compreso nei suoi confini circa 375 000 abitanti (264 000 italiani, 85 000 sloveni, 11 000 croati e 15 000 di nazionalità diverse), comprendendo la città di Trieste (capitale del TLT), a nord il litorale fino al Timavo, e a sud parte dell'Istria fino al fiume Quieto, nonché un Porto Libero a sua volta amministrato da uno Strumento internazionale.
Il 5 ottobre 1954 venne firmato a Londra un memorandum d'intesa in cui Italia e Jugoslavia si spartivano provvisoriamente il Territorio (testo), con il passaggio della Zona A all'amministrazione civile italiana e la Zona B a quella jugoslava: la linea di demarcazione fra le due zone venne però spostata a favore della Jugoslavia. Precedentemente essa tagliava l'abitato di Albaro Vescovà (Škofije) e proseguendo all'interno della penisola muggesana arrivava sino ad Ancarano, lasciando nella Zona A le frazioni di Valdoltra, Elleri, Crevatini (Hrvatini) e Plavia (Plavje): a seguito della stipula del Memorandum d'intesa anche questi centri abitati furono assegnati alla Jugoslavia.

Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana avvenne il 26 ottobre 1954.

Nel 1975 un nuovo trattato firmato a Osimo dava copertura giuridica allo status quo tra Italia e Jugoslavia. L'ordine del giorno dell'ONU per la nomina del Governatore del TLT venne quindi rimosso il 9 gennaio 1978, a seguito di esplicita richiesta dei rappresentanti italiano e jugoslavo.

Comandanti di zona del TLT
Lista dei comandanti di zona del TLT suddivisi nelle due zone d'occupazione:

Zona A
16 settembre 1947 - 31 maggio 1951: Sir Terence Sydney Airey (Regno Unito)
31 maggio 1951 - 26 ottobre 1954: Sir Thomas Winterton (Regno Unito)
 

Zona B


15 settembre 1947 - marzo 1951: Mirko Lenac
marzo 1951 - 26 ottobre 1954: Miloš Stamatović
Comandante della polizia jugoslava (zona B): Anton Ukmar
Lingue e gruppi linguistici
Zona A
Ecco le lingue ed i gruppi linguistici nella zona A, secondo le stime approssimative del Governo Militare Alleato fatte nel 1949:

Etnia Numero di abitanti Percentuale
Italiani 239 200  (79%)
Sloveni 63 000   (21%)
Totale 302 000  (100%)
Inoltre erano presenti 5 000 soldati statunitensi della TRUST (TRieste United States Troops) e 5 000 soldati britannici della BETFOR (British Element Trieste FORce). Al censimento italiano del 1971 si dichiareranno di lingua slovena soltanto 24 000 persone, pari all'8% della popolazione.
 


Zona B


 
Stemma utilizzato nella zona B.
Secondo le stime della Commissione internazionale inviata dalle quattro potenze nel 1946, le lingue e i gruppi linguistici nella Zona B erano costituiti da:

Etnia Numero di abitanti Percentuale
Italiani 51 000 70 %
Sloveni e croati 17 000 30 %
Totale 68 000 100 %
Inoltre erano presenti 5 000 soldati dell'Armata Popolare Jugoslava.

Forze armate e di polizia del TLT

Il confine tra Italia e Territorio libero di Trieste sulla SS 14 tra Monfalcone e Duino-Aurisina.
Zona A
Polizia militare alleata Stati Uniti Regno Unito
TRUST (TRieste United States Troops) Stati Uniti
351st Infantry Regiment, su:
Comando e Compagnia Comando
Compagnia Servizi
Compagnia Mortai Pesanti
Compagnia Carri
Tre battaglioni di fanteria, ciascuno su Compagnia Comando, tre compagnie fucilieri e compagnia armi pesanti.
Nella regione la situazione si fece incandescente e numerosi furono i disordini e le proteste tra gli italiani: in occasione della firma del trattato di pace, la maestra Maria Pasquinelli uccise a Pola il generale inglese Robin De Winton, comandante delle truppe britanniche. In occasione dell'entrata in vigore del trattato stesso (15 settembre 1947) corse addirittura voce che le truppe jugoslave di stanza nella zona B avrebbero cercato di occupare Trieste. Negli anni successivi la diplomazia italiana cercò di ridiscutere gli accordi di Parigi per chiarire le sorti di Trieste, senza successo.

Nel frattempo continuavano scontri e disordini a Trieste:
l'8 marzo 1952 una bomba uccise alcuni manifestanti di un corteo di italiani; nell'agosto-settembre 1953 il governo italiano inviò truppe lungo il confine con la Jugoslavia; nel novembre del 1953 in occasione di altri scontri con le truppe Angloamericane si registrarono ulteriori vittime (Pierino Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil), che ricevettero in seguito la Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
« ...Animato da profonda passione e spirito patriottico partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Nobile esempio di elette virtù civiche e amor patrio, spinti sino all'estremo sacrificio. ... »
L'accordo del 5 ottobre 1954
La situazione si chiarì solo il 5 ottobre 1954 quando col Memorandum di Londra la Zona "A" del TLT passò all'amministrazione civile italiana: contestualmente l'amministrazione jugoslava della Zona "B" passò da militare a civile. Gli accordi prevedevano inoltre alcune rettifiche territoriali a favore della Jugoslavia fra cui il centro abitato di Albaro Vescovà / Škofije con alcune aree appartenenti al Comune di Muggia (pari a una decina di km²). Il 4 novembre 1954 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi si recò a Trieste. Nel corso del suo breve discorso egli fra l'altro affermò:
« ... Voi triestini, per giungere alla meta, avete discusso clausola per clausola, parola per parola, per lunghi mesi l'accordo or firmato. Avete difeso metro per metro quel territorio che nella vostra convinzione doveva rimanere unito a Trieste.
Consentitemi di congratularmi con voi per aver dato prova di coraggio. Operando così, in silenzio, voi vi siete resi benemeriti della patria italiana."... »
Il 9 novembre 1956 venne conferita alla città la Medaglia d'Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione:

« Protesa da secoli a additare nel nome d'Italia le vie dell'unione tra popoli di stirpe diversa, fieramente partecipava coi figli migliori alla lotta per l'indipendenza e per l'unità della Patria; nella lunga vigilia confermava col sacrificio dei martiri la volontà d'essere italiana; questa volontà suggellava col sangue e con l'eroismo dei volontari della guerra 1915 - 18. In condizioni particolarmente difficili, sotto l'artiglio nazista, dimostrava nella lotta partigiana quale fosse il suo anelito alla giustizia e alla libertà che conquistava cacciando a viva forza l'oppressore. Sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria. Contro i trattati che la volevano staccata dalla Madrepatria, nelle drammatiche vicende di un lungo periodo d'incertezze e di coercizioni, con tenacia, con passione e con nuovi sacrifici di sangue ribadiva dinanzi al mondo, il suo incrollabile diritto d'essere italiana. Esempio d'inestinguibile fede patriottica, di costanza contro ogni avversità e d'eroismo. 1915 - 1918, 1943 - 1947, 1948- 1954 »
Trattato di Osimo
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Osimo.
Fu però necessario attendere il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 per la firma di un regolamento definitivo tra Italia e Jugoslavia, che sancì la sovranità jugoslava sulla zona B e quella italiana sulla zona A. Il trattato implicò la rinuncia formale da parte dell'Italia a qualsiasi pretesa sulla Zona B, ma fu un passo molto gradito alla NATO, che valutava particolarmente importante la posizione sul piano internazionale della Jugoslavia in quel momento.
 

 

 

 

L'Arte a Trieste

Carlo Wostry


     La gloria d'arte per cui splendette Venezia lasciando un'orma luminosa nei paesi del Friuli, dell'Istria e della Dalmazia a lei soggetti, si arresta alle porte di Trieste, da una parte a Monfalcone, dall'altra a Muggia. Zaule segnava il confine della repubblica: la nostra città ne rimaneva esclusa. È vero che Trieste era allora un piccolo borgo e si trovava sempre in antagonismo con Venezia; ma questa non sarebbe ancora una buona ragione, perché i suoi negozianti arricchiti non sentissero lo stesso bisogno dei loro concorrenti veneziani di fabbricarsi delle dimore sontuose, arredandole con suppellettili d'arte che, naturalmente, avrebbero dovuto risentire di quella scuola e di quell'esempio, mentre la nostra città non poteva e non voleva subire l'influsso di una civiltà di carattere etnico del tutto diverso dal suo, cioè del paese dal quale politicamente dipendeva. E in ciò consiste il miracolo della sua italianità: l'influenza tedesca, che per esempio lasciò tracce notevolissime a Lubiana si da darle una spiccata impronta di città alemanna, avrebbe potuto benissimo far quattro passi di più e arrivare fino a noi. Tentò di farli, ma non trovò mai il terreno adatto al suo sviluppo. Se togliamo dunque qualche singolo edificio che ha l'aria e il tipo di molti consimili veneziani del tardo Seicento o Settecento, è necessario arrivare fino all'Ottocento per riscontrare da noi il primo soffio dell'arte. Giuseppe Caprin nei Nostri nonni » ne parla esaurientemente. Ma non uno degli artisti che avevano lavorato in quel periodo era triestino! Il Molari, che disegnò l'edificio della Borsa e la facciata della Casa Chiozza, era di Macerata; il Selva, che edificò l'interno del teatro Verdi, era veneto; di origine tedesca il Pertsch che ne disegnò la facciata e poi il palazzo Carciotti e la casa Panzera. Gli scultori che collaborarono a queste fabbriche sono il Bosa padre, Bartolomeo Ferrari, il Banti e lo Zandomeneghi, tutti veneti.
La fabbrica che occupò poi maggior numero di artisti fu la Chiesa di S. Antonio Nuovo, eretta su disegni di Pietro Nobile, un architetto di origine svizzera. Le statue dell'attico e gli angeli della tribuna sono del Bosa figlio. I pittori che ne decorarono l'interno sono anch'essi forestieri : il Politi da Udine, il Grigoletti da Pordenone, il Lipparini da Venezia.
Tedeschi sono il Tunner e lo Schönemann. Solo più tardi i quadri della Via Crucis furono eseguiti da alcuni nostri artisti, come Augusto Tominz, l'Acquarolli, il Polli, il Guerini, su disegni di Giuseppe Lorenzo Gatteri.
Sebastiano Santi che dipinse la tribuna dei Gesuiti, la cappella dell'Addolorata di S. Giusto e l'abside di S.Antonio Nuovo, era veneziano. Anche la maggior parte degli scalpellini, fabbri e falegnami che attese a tutte queste opere ci venne dal Friuli, dalla Svizzera, dalla Lombardia. Forestieri sono i decoratori e gli scenografi dei nostri teatri: Domenico Camisetta, Lorenzo Scarabellotto e il valentissimo Sanquirico. Questo primo sviluppo edilizio fece si che molti artisti, i quali avevano collaborato a queste fabbriche, si accasassero da noi. Il Pertsch divenne triestino d'adozione e così i due figli del Bosa, Eugenio e Francesco, e il Bianchi, autore di uno dei due gruppi delle facciate del Tergesteo. Giovanni Bernardino Bison da Palmanova viene quasi considerato triestino per i tanti anni che dimorò a Trieste. E a Trieste nacque il pittore Felice Schiavoni, figlio di Natale Schiavoni, il quale, vissuto a lungo fra noi, era riuscito a farsi una fortuna con i suoi ritratti. Il risveglio economico pronunciatosi allora aveva moltiplicato il benessere e l'agiatezza dei cittadini. L' amore per le belle arti era cresciuto. Sorsero palazzi e lussuose abitazioni. Il danaro passava dalle tasche dei negozianti in quelle degli artisti. Gli artisti sono come i seminatori, dice Giuseppe Caprin : dietro di loro avviene la germinazione.
Nel 1826 - 27 per la prima volta l'Accademia di Belle Arti di Venezia premiò i giovani triestini Lorenzo Butti, Giuseppe Solferini e Gaetano Merlato. La nostra « Società di Minerva » bandiva nel 1830 la sua prima esposizione di Belle Arti. I partecipanti triestini furono il Poiret, il miniaturista Luigi de Castro, lo Sforzi, il Goldmann, il Merlato, il Butti e Anna de Frattnig Salvotti, nipote di Domenico Rossetti, il quale in una lettera all'architetto Pietro Nobile aveva annunziato il sorgere di questo nuovo astro con le seguenti parole: (Vedete, anchè dal sangue dei Rossetti può nascere un'anima pittorica, e più mi consola, che se ne fossero usciti sei presidenti e ventiquattro consiglieri aulici. « Se costei in questa proporzione progredisce fino alla mia età, Trieste avrà almeno da « gloriarsi di una pittrice che lascierà viva memoria di sè. Ma il tutto sta nel progredire « veramente. Le donne sono in tutto come le rose : fioriscono all' improvviso per incantare, « poi restano li per appassire.» Intorno al 1840 convenivano nella casa del mio nonno materno Giovanni Battista Artelli, giunto qui da Venezia con la famiglia intorno al 1800, tutti gli artisti di quell'epoca. Egli era amantissimo d'arte e collezionista. Conservo ancora un vago ricordo de' miei primi anni, il ricordo di grandi teloni che pendevano alle pareti di casa e che per dissesti familiari e molti altri, che poi questi ve ne sono riunioni, le quali erano improntate a sano umorismo. Il primo rappresenta un'adunanza del Consiglio direttivo della Società, l'altro un ricevimento in onore del pittore Zoccos. Tre gallerie di quadri antichi, delle quali due aperte al pubblico, contenevano gemme fulgenti furono dovuti vendere. Egli era stato il fondatore di una piccola società o, meglio, di un cenacolo di artisti che si radunava in casa sua e dal quale era stato nominato Console delle Belle Arti, con patente scritta in latino maccheronico. Vice Console era il pittore Dionisio Zoccos da Zante che viveva per lo più a Venezia, ma veniva spessissimo a Trieste dove lasciò anche qualche ritratto non disprezzabile. Conservo una distinta dei soci che componevano quella società; erano in buon numero: Cesare Dell'Acqua e i due Poiret da Trieste, Giulio Carlini da Venezia, Bartolomeo Gianelli da Capodistria, l'architetto Giovanni Berlam, i due Gatteri, Giuseppe Capolino, Edoardo Baldini, Raffaele Astolfi, Domenico Marconetti, tutti da Trieste; Raphael Jacquemin da Parigi, Giovanni Simonetti da Fiume, Annibale Stratta da Cagliari e molti altri che poi lasciarono traccia del loro ingegno in un albo ricco di disegni. Fra due del triestino Giovanni Polli, che danno testimonianza delle loro riunioni, le quali erano improntate a sano umorismo. Il primo rappresenta un'adunanza del Consiglio direttivo della Società, l'altro un ricevimento in onore del pittore Zoccos.


 

 

Ricevimento in onore di Dionisio Zoccos.

 

 

 

Tre gallerie di quadri antichi, delle quali due aperte al pubblico, contenevano gemme fulgenti dei secoli d'oro dell'arte.
Nicola Lazovich possedeva un Giambellino, un Tiziano, un Caravaggio, un Guercino e un Claudio Lorenese. Carlo Girardelli vantava altre preziosità del Moroni, di Guido Reni, di Davide Tèniers, di Rosa da Tivoli, del Cignani, del Padovanino e del Parmigianino. Alessandro Volpi contava fra le molte tele di grandi maestri anche un Velasquez. Ma purtroppo tutti questi quadri esularono dalla nostra città.

Molto importanti erano le raccolte di quadri moderni, e numerosi i mecenati: Salomone Parente, Leone Hierschel, Pietro Sartorio, G. G. Sartorio, M. Sartorio, L. Gechter, la contessa Wimpffen, I. N. Craighero, Carlo Antonio Fontana, G. Haynes, F. C. Carrey, il conte Waldstein, il barone Lutteroth, Gracco Bazzoni, Carlo di Ottavio Fontana, Ferdinando De Coll, Cristo Ranieri.
A loro volta altri artisti vennero a dimorare nella nostra città: Carlo Gilio da Milano, il ferrarese Giovanni Pagliarini, i tedeschi Augusto Tischbein, Augusto Seib e il bavarese Mayerhoffer.
Francesco Dall'Ongaro fu nel campo artistico il continuatore dell'opera della Minerva Fondata la Società Filotecnica in unione con Cristo Ranieri, un greco che a suo tempo aveva frequentato la casa della regina Murat, col capo della Comunità inglese Giorgio Haynes e con lo scozzese O. Carrey, promosse esposizioni artistiche che si susseguirono per otto anni. Ne era presidente il conte Waldstein. Alla prima Mostra del 1840 figurarono più di cinquecento opere con la partecipazione di Francesco Hayez, di Massimo d'Azeglio e d' Orazio Vernet. Ma la germinazione artistica era avvenuta e aveva portato i suoi frutti. A questa mostra si erano presentati altri valenti triestini: oltre al miniaturista Luigi de Castro e a Lorenzo Butti, Giovanni Madrian e il capostipite di una dinastia di pittori, i Tominz, l'ultimo rampollo della quale, Alfredo, della terza generazione, vive sano e vegeto tra noi, nonchè un fanciullo di nove anni, Giuseppe Lorenzo Gatteri. L'Accademia di Venezia preparava intanto un'altra covata: i pittori Augusto Tominz, Raffaele Astolfi, Francesco Guerini, Cesare Dell'Acqua e Giovanni Polli; e ancora Giuseppe Gallico, Domenico Marconetti, che divennero poi insegnanti, gli scultori Edoardo Baldini e Giuseppe Capolino, un forte artista che aveva dato sicura promessa di sè ma che fu colto dalla morte a trent'anni. E poi l'architetto Giovanni Berlam, capostipite lui pure di una generazione di egregi artisti : gli architetti Ruggero, suo figlio, e il nipote Arduino ; inoltre il goriziano Antonio Rotta, il pittore poi tanto in voga per i suoi interni domestici, e il capodistriano Bortolo Gianelli, pittore di marine. Con Giuseppe Lorenzo Gatteri, Cesare Dell' Acqua, Giuseppe Capolino e Giovanni Berlam incomincia la nostra era artistica. La famiglia dei Tominz apre la serie dei pittori triestini, per quanto il più vecchio, Giuseppe, fosse nato a Gorizia nel 1790; ma stabilitosi nel 1820 a Trieste, considerò questa la sua città adottiva. Terminati gli studi a Roma, si dedicò quasi esclusivamente al ritratto nel quale diventò maestro insuperato. Fu straordinariamente fecondo. Si racconta che durante la permanenza a Trieste della squadra inglese nel 1830, dipingesse venticinque ritratti di quegli ufficiali eseguendone uno al giorno. Fra i ritratti suoi più notevoli vanno annoverati quello del Re di Napoli Gioacchino Murat e quello del Papa Pio VII, che dovrebbe trovarsi in Vaticano. Alla Mostra del ritratto tenutasi a Firenze nel 1911 figurarono il suo tanto decantato ritratto del « Nano ostricaro » e quello della signora Smart di Trieste. Egli fu anche ottimo miniaturista. Suo figlio Augusto nacque a Roma nel 1818 e mori a Trieste nel 1883. Studiò a Venezia col Lipparini e col Politi. A loro volta furono suoi scolari i triestini Giovanni Rota (appartenente a un' altra triade di artisti, il musicista Giuseppe e il cantante Giacomo) che prese poi dimora a Parigi, e Antonio Valdoni che esercitò a Milano. Il Museo Revoltella conserva tre quadri di Augusto Tominz ed è pure dipinto da lui il soffitto della sala da ballo nel palazzo dove ha sede il Museo, del quale il nostro artista fu conservatore dal 1873 fino alla sua morte. Era pure segretario della Società di Belle Arti che annualmente continuava ad allestire le sue mostre e che ebbe vita fino al 1882. Opere sue di genere sacro si trovano a S. Antonio Nuovo: una S. Lucia e tre quadri della Via Crucis.
Era opera sua anche il Martirio di S. Lorenzo nella Chiesa di Servola che bruciò nel 1880. Nella Chiesa dei Cappuccini si conserva una Beata Vergine con varii Santi; a Villa Vicentina dipinse l'Assunta per la cappella Baciocchi. Lasciò molte opere a Villaco e a Vienna. Esegui un rilevantissimo numero di quadri di soggetto romantico, in gran voga al suo tempo, che avevano lo scopo di tener desta la fiamma dell' italianità. Di ritratti ne esegui un' infinità: si può dire che ogni famiglia ne possieda qualcuno, oltre alle fotografie, in quel tempo rinomate, che uscivano dallo studio fotografico che aveva aperto in Piazza della Borsa.
Augusto Tominz era un mordace burlone. Una volta aveva eseguito un S. Giuseppe per una chiesa dell'Istria. Pare che prima della consegna del quadro vi sia stato fra lui e il parroco una divergenza che credo concernesse una diminuzione del prezzo pattuito. Per vendicarsi il Tominz pasticciò malamente la testa del Santo, poi inviò la tela a destinazione. Il prete fece qualche protesta intorno a quel particolare, al che il Tominz rispose che si provasse a ripulire la testa con un po' di acquaragia. Il parroco esegui l'istruzione e, dopo una buona pulitura, ne usci fuori un S. Giuseppe con la testa di Garibaldi. Un'altra volta fu un negoziante montenegrino, l'Opuich , che protestò per un suo ritratto ordinatogli e che poi non volle accettare. Il Tominz se ne stizzì. Sul ritratto dipinse delle sbarre di ferro che si incrociavano a quadrati. L'Opuich figurava in prigione: e cosi fu esposto sotto il pronao della Borsa, dove allora il Rose, il Rieger, il Grubas, il Malacrea e altri mettevano in mostra i loro quadri. L'Opuich ne fu avvertito e non frappose indugi nel mandare a comperare il ritratto. Una bella gli toccò nel 1848, mentre usciva dal Teatro Corti insieme con suo fratello Raimondo, ch'era stato in origine maestro di musica, ma poi, divenuto troppo pericoloso per le sue allieve, aveva dovuto cambiar mestiere e diventare ispettore delle pubbliche piantagioni. Molti devono ancora ricordarlo. A ottant'anni ne mostrava trenta di meno. Pareva uno zerbinotto.  Era di una vitalità sorprendente, di un umore indiavolato. Marciava d'inverno in giacca con un  bastoncino in mano: pareva che andasse sempre alla conquista di allori femminili. Mori a ottantasei anni cantando un'aria della Traviata. Costoro dunque uscivano dal Teatro Corti dopo una riunione patriottica che pare avesse dato ai nervi del presidente della Camera di Commercio, Vicco. Questo diede incarico a certo Accerboni di aspettare i due Tominz all'uscita col mandato speciale di bastonarli. I due, sopraffatti, si buscarono qualche cazzotto. Intervennero i bochter (specialissimo vocabolo triestino di quei tempi, storpiatura del tedesco Wächter, cioè poliziotti).
Bastonati e bastonatori furono scortati al Direttore di Polizia. Gli assalitori furono condannati a qualche giorno di oscurità, ma dopo qualche ora liberati. I due Tominz furono consigliati di esulare per qualche tempo. Partirono per Udine. A Prosecco si incontrarono con lo stesso Vicco e con l'Accerboni. Scesero dalla carretta, si precipitarono sui due malcapitati e si presero una rivincita ad usura. Arrivati poi a Udine, il Gazzoletti li accolse e furono festeggiati. A un banchetto egli lesse una sua poesia che ricordava l'episodio irredentista del Teatro Corti, i cazzotti e la rivincita. Intanto il gusto e l'interesse per le arti si accentuavano maggiormente, e aumentavano gli amatori e i mecenati. Dal 1840 al 1880, oltre a Pasquale Revoltella, del quale parlerò poi diffusamente, i mecenati furono molti.
Il palazzo Brambilla in Via SS. Martiri era divenuto proprietà dei baroni Elio e Giuseppe de Morpurgo che vantavano nella loro raccolta opere insigni, fra cui tre quadri di Palma il Giovine.
Raccolte d'arte tenevano pure i baroni Rittmeyer e il barone Lutteroth, l'Oblasser, il barone Zanchi, il De Coll, il Bontempelli, Giuseppe Sartorio, Giorgio Galatti, il Kalister, il barone Parisi e Marco Amodeo.
La Società di Belle Arti continuava ad allestire le sue mostre annuali che si tenevano nella sala della Borsa e poi nel palazzo Revoltella.
Ma un'altra istituzione sorse con intendimenti affini : la Società per l'Arte e l' Industria. Ne era presidente il barone Reinelt e segretario l'architetto Giovanni Berlam. Essa promosse l'esposizione che si tenne nel 1871 su quell'area denominata « Campagneta che dal giardino pubblico andava fino alle alture di Via Chiozza dove oggi sorge il Politeama Rossetti. In questa esposizione vi era un po' di tutto e non vi mancava un padiglione per le Belle Arti. Giuseppe Caprin nel suo periodico intitolato « Libertà e Lavoro » aveva segnalato tra i quadri dei nostri triestini l'opera di un giovane al quale auspicava un brillante avvenire.
Il quadro, intitolato Amleto era di Eugenio Scomparini. Il Makart vi aveva mandato un enorme telone di soggetto fantastico e Antonio Rotta il suo « Ciabattino, che furoreggiò.

 

 

La mostra sotto il pronao della Borsa. Giuseppe Rota.


Gli amatori trovarono poi nei due tedeschi Vendelino e Giuseppe Schollian i fornitori di quadri per i loro appartamenti. Ambidue tenevano dei locali di esposizione, l'uno al Corso e l'altro in via del Ponte Rosso, ora Via Roma, e vi accoglievano le opere dei  nostri artisti. Tuttavia la mostra caratteristica rimaneva ancor sempre sotto il pronao della Borsa. Quel posto era il preferito dagli artisti e anche non dai più modesti, perché a tutte le ore vi passavano gli uomini d'affari e... il resto si capisce.
Oltre al Malacrea, vestito alla fiamminga, che esponeva le sue frutta e i suoi fiori, v'era il Grubas che dipingeva vedute di Venezia, il Rose autore di quadretti satireggianti i nostri contadini e certo Tumme che faceva il paio col Malacrea descritto dal Caprin.
Questo Tumme era un tedesco e parlava un triestino sassone composto di voci peregrine di un'armoniosità poco comune. Il nostro dialetto che più di una volta aveva dovuto subire le carezze linguistiche dei nostri padroni d' un tempo e dei nostri vicini, dovette certo meravigliarsi delle proprie elastiche qualità di adattamento nel servir da incrocio a un gergo che rassomigliava molto all'abbaiar dei cani e a certi suoni che parevano uscir dalla bocca del Tumme come da una catapulta. Egli abitava una soffitta rischiarata da un grande abbaino. Di mobili non vantava un gran lusso: un canterano, nei cui cassetti erano riposti alla rinfusa sacchetti di colori, fiaschette d'olio, un macinino, dei frammenti di budella per insaccare i colori preparati, dei pennelli induriti; un tavolo aveva chiesto l'equilibrio a una parete alla quale era addossato; alcune scranne capaci di tradimento verso chi si fidasse troppo delle loro staticità. Un'abbondante nevicata di polvere dava un' intonazione grigia a tutti gli oggetti, perfino a un vecchio cane che sonnecchiava in un canto; un panchetto faceva argine a un mucchio di rifiuti. Sulla parete triangolare del fondo stava inchiodata una lunga fascia di tela, divisa in tanti rettangoli. In ognuno di questi egli dipingeva un quadretto. Non era specialista in un genere solo ma, da eclettico, eseguiva paesaggi e marine, nature morte, fiori, scene campestri, allegorie. Procedeva cosi : preparava diversi pentolini di colori che servivano per l'acqua, per l'aria o per il color locale e li distendeva simultaneamente su tutte le parti che quei dieci soggetti richiedevano. Poi finiva ciascuno a sè con un' abilità e rapidità straordinarie, curiose a constatarsi ancora oggi. Terminato il quodlibet lo portava tutto d'un pezzo al posto dell'esposizione e vi si metteva di fianco rimanendo in attesa come fa l'uccellatore. Il cliente, prima o dopo, ne era adescato ed egli con le forbici tagliava fuori a richiesta sia la natura morta, che il paesaggio o l'allegoria.
Francesco Beda conobbe da ragazzo questo bel tipo, che andava a trovare di quando in quando. Era un pezzo d'uomo alto e forte e già oltre la settantina. Da buon tedesco era entusiasta della musica e quando l'ascoltava, per godersela meglio, si ficcava il dito pollice della mano destra in bocca e lo succhiava e, come correva sempre in cerca di delizie musicali, il suo dito portava visibili tracce di corrosione. Viveva solo, ma oltre al vecchio cane che gli faceva compagnia dormendo, teneva un merlo che saltellava per lo studio e aveva una spiccata predilezione per quel mucchio di scopature che talvolta diventava montagna. Era là che l'uccello si spassava e un po' col becco, un po' con le zampe si ingegnava di far ritornare al posto di origine ciò che la scopa aveva avuto cura di ammucchiare. I veri padroni di casa erano però i topi che vi regnavano dispoticamente. Per rabbonirseli e perché non gli rosicchiassero le tele, aveva gran cura di far trovar loro ogni terzo giorno dei saltimpanza (panini dolci) freschi. In cambio le bestiole non trovavano altra maniera di dimostrare il loro gradimento che saltando insolentemente sulle ginocchia di quei visitatori che si soffermavano più di un quarto d'ora nello studio. Il suo orologio a pendolo era un capolavoro d'ingegnosità. I cilindri metallici che lo facevano camminare, col tempo, chi sa come, erano spariti. Il Tumme, da uomo di metodo, insofferente di inesattezze, alle quali la mancanza di un orologio avrebbe potuto farlo incorrere, li aveva sostituiti con due bottiglie di forma differente che già avevano contenuto del vino Terrano » per il quäle aveva una spiccata predilezione, e l'orologio non si era punto accorto di essere messo in moto dai due fiaschetti d'acqua, ai quali il Tumme dava la piena quando necessitava. Aveva poi una fisionomia caratteristica: le labbra incorniciate da due grossi mustacchi bianchi, che portavano costantemente tracce di umidore anche nei giorni di gran bora. Per un difetto delle glandole, aveva una salivazione abbondante, e distribuiva a destra e a sinistra costantemente delle spruzzatine, senza far caso se a riceverle fosse la sua grande tela o il canterano o il malcapitato visitatore che si trovava a portata. Tanto è vero - raccontava il Beda - che più di una volta rincasando dopo una visita fattagli, portavo le tracce di quel secondo battesimo ed era mia madre ad accorgersene, perché mi redarguiva : «Ti xe sta ancora da quel vecio pitor tedesco, xe vero ?, e prendeva una pezzuola e mi asciugava.. Non aveva delle abitudini speciali nel vestire, portava la giacca del taglio di quel tempo abbottonata fino al mento. Appariva decente. Solo forse i suoi indumenti intimi accusavano qualche leggero inconveniente. Mutava di camicia solo quando aveva bisogno di uno straccio per pulire i pennelli. Vendeva abbastanza bene i suoi quadretti. Da ultimo trovò uno che ne fece incetta insieme con quelli del Malacrea, cioè quel libraio Czerwinsky, al quale successe poi lo Schimpff in Piazza della Borsa.
Dopo il 1860 il numero dei nostri artisti si era accresciuto di molto. Oltre al Gatteri, al Berlam, al Capolino e a Cesare Dell'Acqua, che lasciò Trieste in quel torno di tempo per stabilirsi nel Belgio, si notavano il Collamarini, il Moretti, il Fabretto, lo Hönigmann, lo scultore Cameroni, l'Acquarolli, lo Zuccaro, il Marconetti, il Cortivo e gli scultori Spaventa e Depaul: tenevano convegno al Caffè Chiozza. Altri vivevano separati, come l'Astolfi, il Mayerhofer, il Baykoff, l' Haase, il Fiedler, l' Höning, questi ultimi tutti stranieri.
Giulio Carlini da Venezia vi faceva annualmente delle soste abbastanza prolungate ed eseguiva ritratti. Cosi fu poi di altri due ritrattisti: il Sorio, veronese, e il pastellista Della Valentina.

 

 

Pasquale Revoltella. (Da una litografia di Kriehuber - Vienna 1855).

 


Pasquale Revoltella, mecenate e filantropo per eccellenza, fu il più gran signore che abbia avuto Trieste. Nato a Venezia nel 1795, apparteneva a una famiglia umile e poverissima di macellai, nella parrocchia di S. Geremia. Rimasto orfano di padre fin da bambino, fu la madre Domenica che con stenti lo allevò, supplendo come potè alla sua istruzione che allora era troppo difettosa nelle scuole. La sua infanzia fu rallegrata da questo affetto materno, che gli lasciò memoria di gratitudine e di venerazione e impresse un tratto caratteristico alla sua vita.
Venne qui nei primi anni del 1800. Dopo dure prove, seppe farsi strada da sè, fondò una casa di commercio che importava legnami e granaglie e col tempo si arricchì a dismisura.
Vado debitore di gran parte di queste notizie all'amico Alfredo Tominz, che le seppe per bocca di suo padre il quale visse molto vicino al Revoltella, come pure da suo zio Carlo Marussig, che fu uno dei procuratori della ditta. Abitò la casa Fontana in Piazza del Sale fino a che non fu compiuto il palazzo che stava costruendogli l'architetto Hitzig di Berlino, autore del teatro reale di Dresda Il palazzo fu inaugurato nel 1858 con un gran ballo al quale intervenne anche l'arciduca Massimiliano, allora governatore della Lombardia. Fu un animatore di tutte le arti; letterati, artisti e scienziati furono da lui splendidamente onorati. Fu un impareggiabile suscitatore di energie. Fondò con Francesco Gossleth la Scuola Triestina di disegno che prese poi il nome di Banco Modello. Francesco Gossleth era falegname edile. Gran parte del mobilio del palazzo Revoltella e del castello di Miramare è opera sua. Abitava nel suo palazzo di via Bellosguardo, oggi proprietà del barone Leo Economo nel Viale della III Armata. Armonia, ribattezzato poi Teatro Goldoni e malauguratamente demolito ai nostri giorni. Creò e finanziò la Compagnia Drammatica Bellotti-Bon e si era quasi accordato con Gustavo Modena per istituire a Trieste un teatro stabile di prosa, progetto questo che poi, non so per quale ragione, non potè essere effettuato. Nel suo palazzo si succedevano feste, balli, grandi ricevimenti ai quali partecipavano le famiglie più cospicue della città. Balli, feste e fiere di beneficenza a pagamento si alternavano con grande larghezza ed il ricavato andava per lo più devoluto all' Istituto di Beneficenza del quale fu uno dei fondatori e per il cui incremento nessuno contribuì quanto lui.

Ebbe sempre parte attivissima come presidente nelle esposizioni annuali della Società di Belle Arti. Erano di casa sua i pittori Butti, Haase, Augusto Tominz, lo scultore Bottinelli, Pizzolato, Gioacchino Hierschel (in arte Van Hier), ottimo pittore di marine, e lo scultore Depaul.
D'estate partiva per le spiagge nordiche di Ostenda, del Belgio, della Francia e terminava solitamente a Parigi, viaggiando sempre nella sua berlina, fornita persino della cucina e di ogni sorta di comodità. Talvolta villeggiava al "Cacciatore", nel suo casinetto rustico, in mezzo al magnifico parco, affidato alle cure di un sapiente e rinomato giardiniere, Severino Milanese, che fra le piantagioni più rare coltivava nelle serre quei famosi ananas che comparivano ai grandi pranzi del signore. In questo parco fu terminata di costruire nel 1867 la cappella dove dovevano riposare i suoi resti mortali accanto a quelli della madre, provvisoriamente collocati sotto l'altare della Beata Vergine delle Grazie da lui fatto erigere nella Chiesa dei Gesuiti (S. Maria Maggiore).
Tutto ciò che questo magnifico e munifico Signore operò - scrive l'abate Luigi de Pavisich - fu a incremento e decoro della sua città di adozione. Fu per sua iniziativa che sorse il grande albergo Hôtel de la Ville, dapprima nominato Metternich. Fu uno dei promotori e il più forte azionista nella costruzione del Tergesteo, della Villa Ferdinandea, del Bersaglio, del Teatro Armonia, dello Stabilimento Tecnico Triestino e della fabbrica di birra Dreher.
Alle chiese non diede soltanto il suo obolo, ma molte devono a lui gran parte delle ricchezze in esse custodite. Contribuì con ingenti somme all'erezione della Chiesa dei Cappuccini. Donò un ostensorio e molti arredi sacri, che erano stati rubati poco prima, alla Chiesa di S. Maria del Soccorso, facendovi pure il pavimento di marmo. Fu munifico verso i Conventi delle Monache Benedettine di Trieste e dei Francescani di Capodistria, nonchè verso altri dell'Istria, della Dalmazia e della Bosnia e verso quelli delle Servite Eremitane Scalze di Venezia e di Chioggia. Si deve pure alla sua generosità se la Chiesa di S. Geremia a Venezia, dove il Revoltella fu battezzato, può vantare quella magnifica facciata ed il sontuoso pavimento. Volle che la Chiesa dei Mechitaristi di Trieste avesse il suo organo. Donò lampade d'argento e un baldacchino alla Chiesa di S. Giacomo Una lampada ricchissima donò pure al convento di Ramie in Terra Santa. Altre chiese del Friuli, del Goriziano, del Trevigiano, di Spalato, di Prevesa, di Antivari, della Turchia, della Svizzera, quella votiva di Vienna, ebbero da lui doni e contributi.
Ma sopra tutto gli istituti di beneficenza furono sempre da lui prediletti. Contribuì largamente all'erezione del nostro Civico Ospedale. A lui devono riconoscenza 1'Ospedale Infantile, la Società di Mutuo Soccorso per Infermi, l'Istituto dei Sordomuti di Gorizia, quello delle Pericolanti di Venezia, degli Orfani dei Pescatori di Chioggia e delle Convertite e Scarcerate. Fece generose elargizioni per il riscatto dei fanciulli cristiani in Turchia e per i neofiti maomettani ed israeliti.
Molte cose utili alla cultura morale e intellettuale della sua cara Trieste ideò e compi, e fra le altre menzionate è, si può ben dire, opera sua la Scuola Superiore di Commercio oggi Regia Università di Scienze Commerciali, che, secondo il suo testamento, doveva intitolarsi « Fondazione Pasquale Revoltella ». Da lui venne edita in 10.000 esemplari l'elegante Guida in lingua italiana, tedesca e inglese Tre giorni a Trieste, scritta dal Formiggini, dal Kandier, dallo Scrinzi e da lui stesso e pubblicata in onore dei delegati della Società delle Ferrovie che nel settembre 1858 si riunirono a Trieste. Apprezzando i sommi vantaggi che alla nostra città apportava il Taglio dell' Istmo di Suez, ne fu a Trieste il primo e caldissimo propugnatore : perciò la Società lo acclamò riconoscente suo Vice Presidente, e quindi, quale Presidente della Camera di Commercio, fece parte della Commissione che doveva riunirsi in Egitto col Lesseps per trattare di quella grande impresa.
Pasquale Revoltella era celibe: un bellissimo uomo, alto e imponente di persona e vivacissimo di modi. Pareva una figura napoleonica, elegante e irreprensibile nella sua redingote color noce, i calzoni attillati, il panciotto a fiorami e la tuba di castoro. Suoi amici inseparabili erano il barone Hierschel, Pietro Kandier, i Sartorio e de Minerbi. In sul mezzogiorno arrivava al suo posto di osservazione dinanzi al negozio Tropeani, in Piazza della Borsa. Non conosceva il francese, ma al passaggio di qualche bell'esemplare femminile faceva scappar di bocca due o tre paroline in quella lingua. Fu un grande conquistatore di cuori femminili e vuolsi che di molti abbia avuta assoluta padronanza. Ai suoi pranzi ristretti conveniva anche quell'ineffabile e dotto medico che portava il nome di dottor Alessandro de Goracuchi e che quarant'anni or sono camminava ancora per le vie di Trieste a tutte l'ore in marsina, con largo sparato della camicia e i polsini a bracchette.
Costui faceva sempre molto onore alla tavola del Revoltella, che quand'era di buon umore si spassava delle sue trovate più o meno scientifiche. Il dottor de Goracuchi, quando s'assideva a tavola poneva il suo gibus a terra, fra i piedi. Ciò che non arrivava ad ingoiare, lo faceva pian pianino scivolare dal piatto nel suo cappello. Il Revoltella mandò a studiare all' Accademia di Venezia i pittori Francesco Beda e Alberto Rieger e fu il protettore di Cesare Dell'Acqua e di Giuseppe Lorenzo Gatteri.
Mandò la figlia del suo maggiordomo, Rosina Voena, cremonese, a studiare il canto al morte di lui, vennero a mancare alla protetta i mezzi necessari per la continuazione degli studi, fu il barone Giuseppe de Morpurgo che continuò a sussidiarla. Essa divenne una cantante celebre e con la famosa Kupfer esordi all'Apollo di Roma. 
Durante la catastrofe del 1860 e lo scandalo delle forniture nella guerra d'Italia del 1859 sorse un sospetto di correità anche su Pasquale Revoltella che fu deferito al Tribunale di Vienna; egli però fu assolto da ogni imputazione per mancanza di prove, e un anno dopo nominato barone.
Pasquale Revoltella mori nella sua villa «al Cacciatore » nel settembre del 1869 a 74 anni. La salma venne trasportata in città ed esposta nella grande sala del secondo piano del suo palazzo, convertita in cappella ardente. Tutta Trieste prese parte ai suoi funerali.
In lui la città nostra perdette un distinto e benemerito cittadino, - scrive un giornale del tempo - che anche dalla tomba con la generosa eloquenza delle sue beneficenze e dei suoi provvedimenti pare che imponga silenzio a ingiusti avversari, ed ecciti i migliori a seguire il suo esempio. Ultimo monumento che egli pose a se stesso è il suo testamento. Da esso vedesi come egli amava la nostra città, come ne desiderava il progresso, la prosperità, il decoro. Quanti seppero, quanti sanno fare altrettanto? La pratica delle mercature fu il campo dove egli colse tesori. Con la moderazione e con la rettitudine arricchì per arricchire gli altri, per largheggiare coi poveri, per promuovere utili e pratiche istituzioni, e da vero mecenate, allogando lavori d'arti belle, incoraggiando chi per l'arte sentiva in sè ardere la scintilla dell' ingegno. Ebbe per la madre un potente affetto e fu la sola donna che egli amò davvero. Al posto della casa meschina ove egli passò con essa i primi anni di vita nella più pura armonia di affetti, elevò più tardi all'Armonia: un elegantissimo teatro, e la casetta prossima ai suoi magazzini fu poscia da lui convertita in un palazzo che per magnificenza, splendore e sontuosità è il gioiello della nostra città. La solennità alla quale andiamo incontro, quale è appunto l'inaugurazione del canale di Suez, ricorderà a onore e speranza di Trieste la parte vivissima che egli prese in quest' opera di civiltà. Fu sua madre che sempre lo incitò e incoraggiò a non disperare di se stesso, a ripromettersi tutto dalle proprie risoluzioni ed a formarsi quella temprata energia dell' indole che lo distinse poi in tutto il corso della sua vita. Fu acclamato padre dei poveri e con gentile pensiero li volle sempre partecipi nelle feste della carità. Fu religioso ma senza ostentazione ed egli si era preparato già da lunga pezza con filosofica e cristiana rassegnazione a rinunciare alla vita presente.
Egli lasciò erede il Comune del suo palazzo con tutte le collezioni d'arte, numismatiche, libri, mobili, a condizione che questo venisse convertito in un Museo di Belle Arti, e vi aggiunse una generosa dotazione. Mercé la generosità di questo suo figlio adottivo oggi Trieste può vantare una istituzione che è di gran lustro e decoro del paese: il Civico Museo Revoltella. Per la saggia amministrazione del capitale fondazione, dovuta ai suoi Curatori, esso potè arricchirsi in seguito di opere egregie.
Spero che questo Museo, - egli scrive nel suo testamento - prenderà gradatamente quello sviluppo, che è nelle mie migliori intenzioni, e che il Municipio non gravato da altre spese, tranne quelle d'imposta, di custodia, della conservazione dello stabile e degli oggetti, vorrà secondare le mie speciali raccomandazioni, dedicando la sua premurosa sollecitudine ad un istituto che tornerà ad ornamento e decoro di questa città tanto da me affezionata. Lasciò inoltre un capitale di tre milioni di fiorini in legati e opere di beneficenza a Trieste e a Venezia.
Non dimenticò la Chiesa di S. Geremia in quest'ultima città, lasciando un rilevante importo destinato all'ultimazione della medesima. Il podestà dott. Massimiliano d'Angeli, commemorando il trapassato in una seduta del Consiglio Comunale, deplorò la perdita di un uomo sotto ogni titolo meritevole della riconoscenza della città, il quale, sebbene non nato a Trieste, diede le più ampie prove di affezione e di simpatia a questa città, ed anche morendo volle darle testimonianza del suo affetto.

(C.W.)

 

 

 

 

"Isolato dei Berlam". Grattacielo di Arduino e Palazzo Gopcevic di Giovanni Andrea

 

 

 

Arte a Trieste tra Otto e Novecento

Paolo Marini

 


Alla metà esatta del XIX secolo Giovanni Andrea Berlam fissa l'esordio dello storicismo eclettico in Trieste, elargendole il primo prospetto rinascimentale sul Canal Grande nel colorismo veneto del Palazzo Gopcevic. Radioso e conciliante, inaccessibile alla banalizzazione, sarà lo stimolo esemplare per gli architetti delle generazioni successive, almeno fino a quella del nipote Arduino, che un'ottantina d'anni più tardi salderà a questo fabbricato il fervore policromo del suo 'Grattacielo' sancendo un'ideale continuità di visione trascendente l'evolversi dei modi e delle mode. Che sono stati tanti.

 

 

Trieste, Chiesa Evangelica Augustana

 

Trieste, Tempio Serbo-ortodosso

 

 

Il revival del Gotico – ortodosso o composito – e la fascinazione per l'Oriente (testi essenziali: la Chiesa Evangelica Augustana, il Castello di Miramare e il tempio Serbo-ortodosso) preparano la strada al più coraggioso intervento monumentale nella città: il progetto della nuova Piazza Grande.

 

 

Trieste, Municipio

 

Trieste, Palazzo Modello

 

Così, nel 1875, Giuseppe Bruni, dopo il brillante assaggio angolare del Palazzo Modello, darà al Municipio il magnifico apparato di chiaroscuri e torre che resterà per sempre a sigillo della prosperità dell'emporio nel pieno della sua ascesa.

 

 

Trieste, Palazzo Lloyd Triestino

 

 

Trieste, Prefettura

 

 

Sulla platea, finalmente aperta al mare, ulteriori istanze stilistiche metteranno poi a confronto le sedi del Lloyd Triestino e della Luogotenenza; ma affinché questo accada si dovrà oltrepassare la soglia del nuovo secolo. Nel frattempo, Ruggero Berlam onora il padre dando corpo al sogno della renovatio urbis tra colpi di teatro (comunque perdonabili come peccati di generosità) e atti di autentica poesia architettonica. Nutrito dell'insegnamento neomedievalista di Camillo Boito all'Accademia di Brera, sarà ricordato dagli storici soprattutto come l'artefice del risarcimento italianizzante per una città che – come è noto – languiva nell'inazione mentre la civiltà dei Comuni stava fornendo al Paese il suo lineamento edilizio forse più genuino (quella che il Boito definiva la 'maniera municipale del '300'). Casa Leitenburg (1889) avrà in tal senso la forza di una dichiarazione d'intenti, oltre che di stile: lo si definisca fiorentino o centroitalico, resta in grado di operare una vera e propria sospensione d'incredulità, tanto più straniante quando se ne valuti l'impatto nella sua ubicazione assai lontana dal centro storico. Il merito specifico delle creazioni del Berlam risiede a ben guardare in questa loro singolarissima capacità di irradiante integrazione dialettica nell'assetto urbano. Progressivamente, e in una continua diversificazione delle proposte stilistiche che accetteranno via via il lessico rinascimentale, manierista e barocco, i suoi progetti tenderanno a conferire tono e atmosfera ai luoghi cittadini quasi a prescindere dal rispetto o dallo sprezzo delle preesistenze, e come se possedessero il dono d'improntare i rioni con risorse di gran lunga maggiori rispetto a quelle limitate nella mera dimensione catastale. Il fascino di questi progetti nasce dalla loro concezione intimamente medievaleggiante – apporti a una città da comporre, da dipingere pezzo per pezzo – e non da una verniciatura indistinta, o proditoria, di secondo livello.

 

Trieste, Case Aidinian, via Benedetto Marcello

 

La 'città della' Aidinian (cinque fabbriche sulla pendice occidentale del colle di san Vito culminanti in un blocco-fortezza munito di quattro inconfondibili torrette di spigolo),

 

Trieste, Palazzo Vianello

 

il palazzo Vianello con la sua cornucopia di applicazioni scultoree, la Scala dei Giganti modellata in una sorta di antropomorfismo presurreale, sono le tappe fondamentali di questo itinerario.

 

 

Trieste, Palazzo RAS

 

Trieste, Sinagoga

 

 

In seguito, nel periodo della piena maturità, il contributo del figlio Arduino sarà prezioso per l'elaborato più calibratamente spettacolare di organismi in cui la magniloquenza delle facciate varrà da preludio a una coltissima orchestrazione cromatica e ornamentale degli interni: il Tempio Israelitico (1912), dove la vena storicistica si avvale di sapienti recuperi archeologici, e la sede per la Riunione Adriatica di Sicurtà (1914), curata in ogni singolo dettaglio d'arredo, dai ferri battuti agli stucchi, dalla boiserie alla mobilia, per non parlare della formidabile fontana col Gladiatore realizzata in marmi assortiti dal fedele collaboratore Gianni Marin.

 

 

G. Marin, Fontana del Gladiatore
 


Forse anche in ragione di tale patronato ( Raimondo D'Aronco ebbe a definire i Berlam "padreterni dell'architettura") il gusto Art Nouveau s'inserì nella facies urbana con spirito più di protocollo burocratico che di effettivo ammodernamento, a meno che il demone dell'horror vacui non moltiplicasse i segni convenzionali dello stile in un parossismo decorativo abile a ritrovare proprio nell'eccesso una paradossale freschezza (Casa Smolars di Romeo Depaoli, 1907).

 

 

Trieste, Casa Smolars

 

Trieste, Narodni Dom

 

Ma le voci dei giovani forti di un bagaglio culturale aggiornato all'indirizzo viennese della Wagnerschule fanno da contraltare all'eclettismo in una maniera appena poco meno che sorprendente; ed ecco in Max Fabiani, Giorgio Zaninovich e Umberto Fonda la declinazione dello Jugendstil secondo cifre di volta in volta ascetiche (la Narodni Dom che porge la guancia al citato Palazzo Vianello;

 

Trieste, Casa Bartoli

 

Trieste, Casa Valdoni, particolare

 

Casa Bartoli che – perlomeno nell'aspetto odierno – si ricorda di essere floreale giusto nei festoni che scrosciano dalla cimasa), 'debussiane' (Casa Valdoni in via Commerciale, sognata con un piglio vagamente fantascientifico) oppure, ed è il meriggio più terso, di aurea prosodia

 

 

Trieste, Casa Fonda, angolo via Navali via Segantini

 

(case Fonda agli incroci Carpison/san Francesco, Testi/Galleria e soprattutto sull'angolo Navali/Segantini, baciato dall'ispirazione del capolavoro).

Come nell'architettura, così nella pittura. Smessa l'attrazione per la classicità, la nuova generazione, per un certo tempo non ancora incline a seguire percorsi di formazione alternativi al collaudato magistero delle accademie veneziana e viennese, attinge agli spunti trovati ora in un passato più recente e ricco di linfa coloristica, ora più semplicemente nella realtà, apprezzata in quanto tale e indagata con crescente amore della verosimiglianza ottica.

 

 

E. Scomparini, Il Genio incorona la Musica


Eugenio Scomparini (1845-1913) può considerarsi l'iniziatore di questa nouvelle vague; di fatto, sarà la figura dominante nell'ambiente artistico triestino, quella con cui, in un modo o nell'altro, si sarebbero dovuti fare i conti. Una pittura, la sua, che agli occhi della committenza altoborghese o istituzionale doveva apparire il non plus ultra del 'bel decoro', tra pompa e circostanza, sfondati tiepoleschi - opportunamente modernizzati con un pittoricismo dedotto dal Fortuny – e ritrattistica delle grandi occasioni.

 

E. Scomparini, Se mi vedesse

 

E. Scomparini, L'Odalisca

 

E. Scomparini, Ritratto di Margherita Gauthier

 

 

Malgrado la sua fama riposi in particolare sulle sgargianti icone femminili (sia pure per opposte ragioni, è difficile non cedere al fascino della Margherita Gauthier o della fraschetta che maliziosamente fantastica Se mi vedesse...) e i cicli allegorici di un Olimpo sempre piuttosto bene in carne, gli spiragli di maggior interesse sulla sua anima di pittore sono concessi dalle opere a dimensione di miniatura o poco più, dove la tecnica sempre squisita si rende traslucida a un soffio di poetica intimità (la Signora in abito bianco con cane, l' Odalisca).

 

 

G. Barison, Autoritratto


Meno sofisticato e più raffinato al tempo stesso si manifesta Giuseppe Barison (1853-1931), nei cui dipinti – essenzialmente ritratti, marine, scorci paesaggistici e d'interno – circola un lume adamantino che asseconda gli accordi di fragranti cromie, nella concentrazione di un silenzio da controra. Artista assennato per il quale l'insorgere dell'Impressionismo dovette apparire assolutamente logico e doveroso, piuttosto che scandaloso e inintelligibile.

 

 

G. Barison, Quasi oliva speciosa in campis (particolare)

 

L'occasionale frequentazione del soggetto sacro gli farà inoltre consegnare alla città (per una volta sia consentita l'iperbole) la più bella e intensa immagine devozionale dai tempi della vestizione musiva capitolina, quella Quasi oliva speciosa in campis esposta a Monaco nel 1899 e ivi acquistata dall'architetto Giacomo Zammattio.

 


G. Barison, Veduta di Pegli


Monaco, appunto. Agli inizi degli anni '80 alcuni ragazzi cui i consueti circuiti di apprendistato risultavano ormai troppo ristretti, compiono il gran salto e scelgono la capitale bavarese per il perfezionamento degli studi. Vi menano, com'è prevedibile, vita bohemienne e assorbono le suggestioni dell'Impressionismo attraverso la vulgata fattane da pittori quali Max Liebermann, oltre al richiamo courbetiano verso la raffigurazione del vero come recepito da un Wilhelm Leibl; né trascurano l'esempio degli illustri modelli seicenteschi, da Rubens a Velazquez a Rembrandt, interiorizzato oltre che per visione diretta anche grazie alle fiammeggianti revisioni del von Piloty o del Lenbach.

 

I. Gruenhut, Caricatura di Carlo Wostry

 


Tre sono i pittori che dal soggiorno monacense trarranno speciale partito: Carlo Wostry (1865-1943), Isidoro Gruenhut (1862-1896) e Umberto Veruda (1868-1904).

 

 

C. Wostry, Autoritratto

 


Figura quanto mai versatile, ricca di un talento che avrà modo di esprimere con la penna oltre che col pennello (sua la Storia del Circolo Artistico di Trieste), Wostry incontrerà tuttavia nel suo stesso eclettismo l'ostacolo principale a fissare un proprio canone d'individualità.

 

 

C. Wostry, Caricatura di Isidoro Gruenhut

 

C. Wostry, Caricatura di Marcello Dudovich

 

C. Wostry, Caricatura di Umberto Veruda

 

 

Per giunta, una disposizione conservatrice molto meno recondita di quel che potrebbe sembrare gli impedirà di mettere a frutto le ulteriori esperienze straniere (quella parigina in primo luogo), che non varranno a superare la qualità dei risultati raggiunti dalle opere compiute entro il penultimo decennio del secolo.

 

 

C. Wostry, Ritratto di Giuseppe Garzolini

 

C. Wostry, Ritratto di Pietro Sartorio

 

 

Licenziate nel 1887 le quattordici vaste tele della Via Crucis per Santa Maria Maggiore, invero degne di nota per il costruttivo svolgimento della materia chiaroscurale, stabilisce il suo primato in alcuni vigorosi ritratti 'larger than life' (Giuseppe Garzolini, buia sagoma ritagliata all'impiedi contro tenue fondale, Pietro Sartorio nerovestito, assiso fra un tripudio di tappeti e broccati) e sfiora il capolavoro nel modernissimo Autoritrattoin controluce.

 

 

C. Wostry, Martirio di san Giusto

 

Da questo momento, sfrangia il percorso in un'esuberanza un poco fine a se stessa, per quanto non venga a mancare la possibilità di isolarvi attimi di indiscussa riuscita, come nel toccante Martirio di san Giusto, cui spetta l'onore dell'ostensione basilicale, o nella maliarda grazia neorococò della Scena boschereccia, o ancora nella calorosa istantanea del Quartetto triestino.

 

 

C. Wostry, Scena boschereccia

 

C. Wostry, Fede servita da Penitenza e Carità

 

 

Eccezioni a una torpida regola. Quando poteva già essere troppo tardi, eccolo però escogitare un riscatto retrospettivo quanto meno curioso. 1924, chiesa di San Vincenzo de' Paoli: se per l'anagrafe stilistica l'affresco della Fede servita da Penitenza e Carità non esce dalla tassonomia di un generico preraffaellismo all'italiana, la sincera contrizione d'una mano messa al cuore prima ancora che agli strumenti del mestiere compie il piccolo miracolo, arresta l'obsolescenza e accorda all'impresa la Salvezza di un equilibrio finalmente atemporale.
Tempra più coerente quella rivelata dal Gruenhut, morto a Firenze a soli trentadue anni, non prima, comunque, di aver profuse le sue doti eccezionali in pitture dove semplicità e pregnanza di visione concertano una sintesi altrove irreperibile nella pittura nostrana dell'epoca, e forse non solo.

 

I. Gruenhut, Ritratto di Umberto Veruda

 

 

I. Gruenhut, La bambola

 

 

Due sono sufficienti a definire la grandezza di questo artista che Wostry con ironico affetto soleva soprannominare 'il Gobbo': il Ritratto di Umberto Veruda, essenziale quanto erudito, omaggio tra i più spettabili mai tributati a Velazquez, e La bambola, il cui fatato stupore non sarebbe dispiaciuto, si può credere, al giovane Edvard Munch.

 

 

U. Veruda, Sii onesta!

 

U. Veruda, Terzetto

 


Vita breve e talentuosa, quasi atto di solidarietà col destino dell'amico Gruenhut, toccò pure al Veruda, salutato ai tempi come il più audace innovatore tra i locali. Sodale di Svevo, cui fungerà da modello per lo Stefano Balli di Senilità, dandy irrequieto, delizia dei caricaturisti, sarà in grado di destreggiarsi con slancio appassionato tra le sirene della mondanità (la perfetta fotografia belle époque del Terzetto, i fruscianti ritratti di dame e maggiorenti – servano a esempio quello di Nina Janesich Rusconi per le prime;

 

U. Veruda, Ritratto di Nina Janesich Rusconi

 

U. Veruda, Ritratto di Delfino Menotti

 

U. Veruda, Ritratto di Guido Grimani

 

del baritono Delfino Menotti per i secondi – oltre che di colleghi, tra i quali è doveroso ricordare la sopraffina effigie di Guido Grimani) e un patetismo 'larmoyant' sempre e comunque temperato dalle ragioni della pittura autentica: si apprezzino la sorprendente litote del Sii onesta!, acquistato con lungimiranza dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, e la bruna massiva partitura del De profundis.

 

 

     

U. Veruda, Fondamenta a Burano

U. Veruda, Nudo di schiena

 

Nelle ultime opere si accentua l'emancipazione del tocco: conquista ben visibile in modi virtuosistici nelle Fondamenta a Burano, ma affatto inediti nel frazionamento pulviscolare del Nudo di schiena, impegnativo ed enigmatico saggio di gusto addirittura sperimentale, quasi caleidoscopio postimpressionista, non a caso raccolto, alla morte dell'artista, dall'amico Italo Svevo.

 

A. Fittke, Fanciulla con bimbo


La scomparsa altrettanto prematura di Arturo Fittke (1873-1910) fu tragedia anche più dolorosa: incapace di pervenire a un armistizio con i suoi fantasmi, si diede la morte con un colpo di pistola. Schivo, modesto, rimase ignorato da quel successo di cui, in diversa misura, poterono invece beneficiare parecchi suoi colleghi; sfibrato dall'assillo di carpire alla natura i segreti della luce, circonfuse d'un alone tutto introspettivo la visione impressionista, appresa, come oramai era prassi, in quel di Monaco. Impressionismo sussurrato a fior di labbra, crepuscolare persino in pieno sole, e carico di trattenuta afflizione. Stringata la gamma dei soggetti: ritratti (per lo più teste, e in massima parte di bambini), cantucci fioriti, spicchi di paesaggio.

 

 

A. Fittke, Funerale del bambino (1909)

 

 

Se insorge la tentazione della 'scenetta', originalità compositiva unita a struggente lirismo di illuminazione scongiurano il rischio del disimpegno interlocutorio: il Funerale del bambino (1909), col suo taglio fotografico accarezzato di chiarore 'plein air', sta a provarlo in umile solennità.


"Aristocratico distacco" è formula nel complesso azzeccata per inquadrare la figura di Arturo Rietti (1863-1943), a patto che la si spogli di connotati snobistici e la si riconduca all'elezione di una nobiltà schiettamente sentita.

 

 

A. Rietti, Donna che legge

 

Pastellista provetto (poca pittura a olio nella sua produzione), attratto dalla Scapigliatura lombarda, trae da questo medium difficile ed elitario effetti di soggiogante ricercatezza, in una trama d'atmosfere prossime al versante più psichico e notturno del Simbolismo europeo: la Donna che legge ne sonda con scaltrita affabulazione gli esoterici territori.

 

 

A. Rietti, Dalla terrazza di Palazzo Carciotti

 

La concretezza tutelare dell'ammiratissimo Degas lo riaccompagna, talora, verso esiti meno capziosi. Come capitava agli stessi simbolisti, Rietti è poi anche in grado d'intuire l'avanguardia: un cosino di quadretto (parlando beninteso di dimensioni!) quale Dalla terrazza di Palazzo Carciotti, trattato a grossi fiotti di materia, proclama un abbandono pressoché astrattista;

 

 

A. Rietti, Veduta di Barcola

 

la Veduta di Barcola incorniciata entro il controluce d'una balaustra si approssima al Balla delle prove precedenti d'un millimetro la sintesi futurista. Coincidenze? Sicuro. Per singolare presa di posizione, il nostro si professa infatti ostile sia all'accademia sia agli "ismi" di rottura.

 

A. Rietti, Statuina giapponese inginocchiata

 

Non che ciò esaurisca le sorprese; la presenza della Statuina giapponese inginocchiata (culmine a un ciclo tardivo – siamo nel 1935 – di eterodosse nature morte) non può dirsi, a essere obiettivi, Metafisica in senso stretto, eppure non ci si troverebbe tanto facilmente a corto di prove se si volesse legittimare un qualche vincolo di parentela. 
 

 

M. Dudovich, Novità estive, 1908

 


     Ad una generazione per la quale il mo(vi)mento Jugend rappresenta, ormai, soltanto una tappa giovanile appartiene Marcello Dudovich (1878-1962): a rigore, egli farà fruttare appieno le sue qualità di cartellonista negli anni '20. Nonostante questo, gli affiche che inventa, ad esempio, per la Federazione Italiana Chimico-industriale di Padova (Fisso l'idea, 1899) o per i Magazzini Mele & C. di Napoli (Novità estive, 1908) valgono come interpretazioni tra le più intelligenti di quella temperie; nella prima, segnatamente, agisce anzi una distillazione del messaggio pubblicitario che, pur accettandone in tutto la fisionomia – Beardsley è a un passo – travalica in ultima analisi le istanze dello specifico momento stilistico incarnando una modernità senza aggettivi.

(P.M.)

 

 

Ruggero Berlam nell'architettura triestina

Paolo Marini

 

 

Nato a Trieste il 20 settembre del 1854, Ruggero Berlam è l'esponente intermedio di una dinastia di costruttori che dalla metà del XIX secolo al primo quarantennio del Novecento impresse un sigillo ineguagliabile alla fisionomia architettonica e urbanistica della città: il padre Giovanni Andrea (1823-1892) era stato il primo ad introdurvi i modi di un revival stilistico (quello che genericamente si conosce col termine assai equivocabile di 'eclettismo') valido a riprendere su tutt'altro registro l'insegnamento dello storicismo neoclassico, mentre il figlio Arduino (1880-1946) ne avrebbe perpetuata la lezione temperandola con le istanze più fresche della modernità, oltre a distinguersi nel campo del grande arredo navale.
Dopo una prima formazione compiuta presso l'Accademia di Venezia (1871-74), Ruggero perfeziona gli studi nel triennio successivo nella milanese Accademia di Brera, sotto la guida di Camillo Boito, all'epoca il maggior teorico del rinnovamento architettonico italiano, il cui esempio (elaborare un linguaggio nuovo coll'"annodarsi a uno stile del passato" perdendone però "il carattere archeologico" e ispirandosi al temperamento "incontestabilmente italiano" dell'architettura lombarda o delle "maniere municipali del Trecento") gli rimarrà imprescindibile fino al termine della carriera, pur allargando il raggio della rivisitazione stilistica ai modelli più maturi del Cinquecento o del Barocco, facilitato di suo da un talento grafico eccezionale. Vale sempre la pena ribadire la celebre osservazione di Pietro Sticotti secondo la quale "egli fece il pittore per tutta la vita, anche quando architettava".
Fin dal principio il nostro ha modo di confrontarsi con progetti di largo impegno, tra i quali vanno segnalati quelli per la sede della Cassa di Risparmio locale, per il rifacimento – che immagina in accenti goticheggianti – della facciata del duomo goriziano e soprattutto per il secondo concorso internazionale del Vittoriano a Roma.
L'esordio fisico in città coincide con l'arricchimento di due ambiziose imprese paterne, tra 1878 e 1880. La casa all'attuale civico 24 della via Carducci, all'epoca accolta dagli applausi della critica, integra il prospetto con un entusiastico prontuario di soluzioni tardorinascimentali: sarebbe sufficiente citare le specchiature a graffito e la parte inferiore delle semicolonne giganti cinta da putti in carosello, ma è difficile tacere dei gruppi leonini chiamati a sostituire il fogliame in tutti i capitelli maggiori. Se, com'è prevedibile, patisce d'un eccesso di severità da parte della bibliografia più recente, le rimane, per consolazione, il primato della fantasia tra i prospetti che fanno ala a questa importante strada di scorrimento. Gli interventi su palazzo Hermanstorfer (via Battisti 6), dal canto loro, giocano sulla promiscuità contraddicendo l'archiacuto nelle aperture del pianterreno con stratagemmi chiaroscurali di stampo manierista nel comparto centrale (protomi di nuovo leonine per i mensoloni sfaccettati sotto il balconcino del secondo piano; ghirlande, rivestimenti embricati e testoni intorno alle quattro finestre mediane dello stesso).
In una decina d'anni (1884-1893), Ruggero sparge altrettante costruzioni sul colle di san Vito: quattro risultano commissionate dai Bazzoni. All'incirca come un segnale d'allarme trilla il villino al civico 4 della via omonima (1888); le munizioni cilindriche d'angolo e soprattutto gli slittamenti affannosi imposti agli strombi delle finestrelle toscaneggianti palesemente non sono estranei a trame caricaturali. Un anno dopo, comunque, eccolo riacquistare disciplina nella ferma impostazione volumetrica della villa Haggiconsta, ritirata in un parco sul viale Romolo Gessi. La redazione finale del progetto sfronda gli accenti fiabeschi del concepimento e affida al corpo occidentale l'intensificazione d'un torretta appena leggermente capricciosa, il cui modulo verrà ripreso di lì a una quindicina d'anni per i rinforzi del quinto caseggiato Aidinian in via dei Giustinelli.
Casa Leitenburg (1889) ha la perentorietà del capolavoro e il carisma del simbolo. Affermazione di piena consapevolezza artistica non meno che ideologica, è il reinvestimento definitivo del sempre presente auspicio boitiano nel contesto congenitamente ricettivo della città irredenta. Incunabolo locale di uno stile che Pietro Sticotti appellò 'fiorentino' ma che secondo l'analisi degli studiosi successivi si inclina a recepire suggerimenti da un più ampio circondario centroitalico, sospende l'incredulità e s'installa nell'indaffarato crocevia Giulia/Rossetti con felice voracia appropriativa. Tonante, piena di grazia e maestà, si fa forte di una deferenza mimetica personalissima che non incrinerebbe l'assetto di via de' Tornabuoni a Firenze, Piazza Tolomei a Siena o Corso Vannucci a Perugia. Tutti i caratteri della famosa 'maniera municipale' agiscono a piena potenza spazzando via ogni imbarazzo: la sfida è decisamente vinta da questo palazzo 'in stile' tra i pochi a non avere il birignao e dove non si annusi la polvere dell'accademia. Le due fronti – più rappresentativa quella su via Giulia – accoppiano o isolano finestre architravate nel primo piano e a pieno centro nel secondo e terzo, ove sono rimarcate, di contro lo sfondo minuto del cotto, da estradossi a conci più larghi che le assecondano in un quasi impercettibile dirottamento archiacuto; la cimasa, infine, riceve la calda stesura dell'affresco e proietta degli sporti in legno a sostenere la rustica linea di gronda. I ferri battuti che scandiscono il prospetto in riccioli di disegno araldico sono richiamati nella affilata lucerna appesa allo spigolo, arieggiato più su dalla stupenda loggia a pianta pentagonale: questa si esalta nello stacco cromatico delle balaustre e del fusto in pietra bianca che illuminano il profilo della portafinestra, ancora distintamente affrescato a fiorami (e bianco sarebbe, a onor del vero, anche il partito di pietra svolto nei primi due livelli, ovvero fino all'altezza della loggia, se gli scarichi dei veicoli in traffico costante non l'avessero intriso con una spessa patina di nerofumo).
Un equilibrio mai eguagliato dalla miriade di imitatori o infatuati (fino al 1940 sorgeranno oltre duecento fabbricati in quest'ispirazione, specie nel distretto di Barriera Vecchia), ma nemmeno dallo stesso ideatore. Berlam ritenterà il colpo nel 1906, di nuovo sfruttando un incrocio, e questa volta oltremodo decentrato (vie Piccardi/dell'Eremo). Brachilineo cassettone asperso d'ingentilimenti sottili sottili, il palazzo scala la fronte secondaria sul dislivello di via dell'Eremo, ciò che comporta un effetto ponderale rovinoso, da piombo nelle ali, anche se questa stessa pesantezza, da un altro punto di vista, può trasformarsi nello spettacolo di una potenza selvaggia, espressivamente oltre la portata di tanti altri interventi architettonici del periodo. Ritorna l'incantamento e l'insegnamento specifico di Casa Leitenburg a disegnare un Medioevo più vero del vero, e le finiture poche volte sono state altrettanto intonate: le cartelle a saporite sfumature d'affresco sull'attico, il balcone foggiato alla veneziana, i listelli marmorei che striano in orizzontale la densità della massa, ecc.; malgrado tutto, qualcosa di importante si è perso, o non è riuscito a filtrare. Così, la ricchezza di concetti che aveva presieduto alla creazione del prototipo adesso si traduce in una spoglia senza dubbio evocativa, ma ormai vacua e scaricata, orfana del significato iniziale.
In rapporto al filone, quest'opera può dirsi la battuta d'arresto. Fino a questo momento (per non dire di quello seguente), comunque, le strade intraprese saranno quasi sempre costellate di riuscite, in una gamma di proposte, per giunta, sorprendentemente ampia; come se in effetti l'artista potesse operare in modo davvero proficuo solo a patto di praticare la differenziazione sistematica della cifra linguistica. 
Tornando agli anni 1890, vediamo che lo spirito in qualche modo pacificato così come espresso nella villa Haggiconsta, fissa uno standard di eccellenza per il versante più classicista dello storicismo eclettico con un progetto a beneficio del Circolo Artistico di Trieste, consistente in un salone elevato sopra il caffè del Teatro Fenice e schermato da una facciata (via san Francesco) di aureo senso proporzionale, esemplare per nitidezza e semplicità. Sarà necessario attendere lo scadere del decennio perché il Berlam ripristini una analoga felicità d'ispirazione. Tornando all'isolato Leitenburg, eccolo quindi contrassegnarne il capo opposto, all'angolo con la via Piccolomini, col marchio di un caseggiato che Marco Pozzetto annoverava tra i più belli costruiti in città alla fine del secolo. Difficile dire, tra parentesi, se per l'apprezzamento delle sue linee il massiccio maquillage cui è stato sottoposto da poco sia meno nocivo dello scadimento cromatico e dell'immancabile annerimento da smog subiti in precedenza. Il palazzo (via Giulia 5) resta prodigo di sottigliezze. Al pianoterra, sfilata di arconi sorreggenti un'indovinatissima teoria di oculi circolari, per la cui valorizzazione è di rigore un mezzanino in sordina; piano nobile arbitro d'eleganza con finestre e portefinestre (tre i balconi) rimarcate dal cesello delle candelabre, non concesso invece alle aperture rettangolari nel livello superiore, che l'assenza di marcapiano rende compositivamente partecipi dello stesso settore; ripasso di ghiere intorno alle finestre dell'ultimo piano, siglato col grafismo erudito del cornicione rinascimentale.
Se anche a Trieste sono maturi i tempi per la fioritura del Liberty, il nostro si dichiara avverso alle sue novità. Le due villette edificate per i Modiano sulla via Rossetti (civici 77 e 79) provano ad adattarne qualche locuzione, ma l'esercizio appare svolto controvoglia. L'unica maniera, del resto, che Ruggero (almeno in ambito cittadino) trova per attuarlo con profitto è quella di contraddirne gli assunti saggiandone l'applicabilità al suo bagaglio storicista. Risultato, quella bizzarra creatura che è la casa al numero 36 di via Piccardi. Decorata in libertà, zeppa di consapevoli incongruenze (il derisorio parato floreale dalla qualità meno che scolastica, l'impiego dei mattoni a vista), sa chiaramente di truffa. Indicativo comunque dei suoi gusti e disgusti, sorta di confessione burlesca, anzi, il lavoro sarà rettificato nel palazzo adiacente sopra descritto (civico 38), non a caso senza troppa soluzione di continuità nella scelta dei materiali, per riaffermarne la correttezza d'uso.
Palazzo Vianello (1905) cerca la meraviglia a qualsiasi costo. Lo stentoreo manto orchestrale che lo affardella di obelischi, statue, concrezioni, applique e arzigogoli rasenta la perversione, segnando il punto di non ritorno nella ricerca ornamentale del nostro. Diamo atto che la costruzione non assomiglia da vicino a nessun'altra di quelle che l'hanno anticipata, così da non accusare alcun segno di stanchezza e vanificare la spinta a eventuali confronti. Per quanto ingombrante possa risultare, vive in effetti di personalità propria. I motivi della facciata fioccano con tutta l'energia possibile e distolgono l'attenzione dal repertorio profuso sugli altri lati, dove pure non mancano occasioni d'interesse: quasi sconosciuto, infatti, il fianco su via XXX Ottobre, sul quale si apre un portone stravagante per esubero di marmi, nel cui tettuccio due medaglioni dipinti con le effigi di Leonardo e Michelangelo alludono ancora una volta al 'genio italico'. Sarà questa connotazione, insita nel barocchismo flamboyant del complesso, che la critica strumentalizzerà per contrapporlo ideologicamente all'ascetica proposta 'jugend' della Narodni Dom di Max Fabiani, edificata nello stesso momento quasi dirimpetto, prima che un'insulsa replica del Vianello venisse piazzata all'altro capo dello slargo, dirimendo in modo irrimediabile la vitalità del contrasto. 
Nel biennio 1903-1905, Ruggero, avvalendosi per la prima volta della collaborazione del figlio Arduino, architetta su commissione del maggiorente armeno Giorgio Aidinian una vera e propria cittadella, sfruttando una balza del colle di san Vito. Sfugge la leggerezza di battezzarlo appunto 'quartiere armeno', questo paraggio residenziale che nel ricordo e persino alla visione diretta trascolora in un esotismo Romantico col quale in realtà non ha niente da spartire. L'insieme, sincretico, è articolato in cinque blocchi. Come si presenta? Il primo lotto (via Giustinelli 3) sta appresso la già esistente chiesetta dei Mechitaristi. Procurando di non rubarle la scena, inventa a tergo un prospetto, aperto sul pendio, con bifora centrale entro arcone a sesto pieno sovrastato dal cornicione su cui siede una coppia di sentinelle leonine, il tutto concluso da un fastigio mistilineo; la seconda casa (civici 2 e 4 della stessa via), impersonale, si presta come complemento volumetrico; lungo la sottostante via Benedetto Marcello s'inerpicano due palazzi gemelli, temporaleschi nella loro progressione di bifore 'in maggiore' – il marcapiano degli attici, fittamente dentellato, prevede il rinforzo di mensole scalate e colonnine che insistono a loro volta su mascheroni in rictus. Troneggia per finire (via Giustinelli 5) un casamento fiero delle sue astruse torrette angolari: lo si scorge da più e più zone della città.
Il permanente rispetto del dettato boitiano (torna la propensione 'medievalista' nelle case gemelle) e il vincolo della citazione (il manierismo del Sanmicheli e dell'Alessi – palazzo Marino a Milano - rivisitato dall'edificio-fortezza) non inibiscano l'ammirazione, ché sono proprio questi a permettere lo sfogo di umori insospettati: una reverie pseudoepica, nella cui concertazione al portamento guerresco si aggiunge una sottolineatura iniziatica, quando non deliberatamente sinistra.
Se un simile effetto non si attiva con la Scala dei Giganti (1907), la colpa va addossata unicamente alla funzione urbanistica che il manufatto deve assolvere: saldare cioè il colle di san Giusto con lo snodo viario cruciale della Città Nuova (piazza Goldoni). Le rampe ammantano il traforo, e il frastuono, della Galleria Sandrinelli, sacrificando giocoforza le loro risorse poetiche, d'indubbia originalità; una vigorosa stimolazione ancora una volta neomanieristica modella il progetto su connotati vagamente antropomorfi.
Entro la Prima Guerra Mondiale, i Berlam – adesso associati a tutti gli effetti – firmano la maturazione del loro programma comune con due imprese che s'impongono a consuntivo e superamento di un'intera concezione estetica.
Inaugurato nel 1912, dopo un avvicendarsi di traversie burocratiche non poco ambigue, il Tempio Israelitico di Trieste ha fama di essere il più grande d'Europa. Vero o no, qua importa evidenziare che si tratta dell'architettura meno neo-qualcosa compiuta in città da oltre un secolo in quella parte (escludendo le realizzazioni liberty degne di essere definite tali, beninteso). Le deduzioni storiche sono riassorbite in un discorso finalmente autonomo dall' 'eclettismo' come professione di fede, che anzi si vede convertire metaforicamente da Bibbia a vocabolario. I prestiti stilistici – a maggior ragione dotti e abbondanti come mai erano stati nelle edificazioni eclettiche del posto – ora valgono quali ideali medaglie al merito, esautorati dal ruolo di motivazione portante grazie alla quale (e a nient'altro) l'architettura poteva considerarsi degna d'essere praticata o dichiarare un senso.
Per scrupolo d'inventario ne vanno perciò citate le soluzioni decorative, dalla stella di David estrapolata a rosone (lato su piazza Giotti) al fermento elettrizzante del portale maggiore, dal dado merlato sullo spigolo del modulo principale, alla proiezione dell'organismo absidale nel lato su via Zanetti (memore dei modi normanni nella Palermo di Ruggero II) fino al paramento policromo per la parte interna dello stesso, designato a esaltare l'Arca Santa tra il nero marmoreo dell'emiciclo e la calotta indorata. Presumibilmente per volere di Arduino, domina e impone all'edificio il suo vero carattere una norma progettuale fondata sull'articolazione monumentale dei puri volumi.
La sede per la Riunione Adriatica di Sicurtà (tra 1911 e 1914) è davvero un imponente sforzo corale. La regia dei Berlam, infatti, spartisce, la riuscita con le maestranze all'opera nel completamento scultoreo e accessorio. Va ammesso che almeno in parte quest'ultimo non gioca a favore dell'impresa: mentre il Palazzo Vianello accettava come necessità strutturale l'apparato di Gianni Marin, ora le sculture in facciata (piazza della Repubblica), dovute allo stesso autore, cui si affianca Giovanni Mayer, sembrano messe là per dovere d'ufficio. Convenzionalità tuttavia riscattata dal lavoro di Domenico Calligaris, 'mago' del ferro battuto cui spetta il corredo d'inferriate che schermano le finestre su tre lati del pianoterra, oltre alla regale cancellata in bronzo e gli ingabbiamenti delle colonne all'ingresso sulla piazza. Questa griglia d'ammirevole artigianato prelude allo spettacolo che Ruggero teatralizza superbamente con l'imbotte trapuntata di stucchi puro Rinascimento, l'alternarsi del bianco e rosa per il marmo delle colonne nel vestibolo avanti fino alla quinta sgargiante del disegno per la fontana del Gladiatore, nella cui realizzazione il Marin riprende la sua vena migliore seducendo con la variopinta sinfonia del bronzo dorato, il rosso di Verona per i leoni e il bianco di Carrara per l'anatomia dell'eroe. Su per lo scalone d'onore (parapetto con dischi a traforo, scudi in bronzo alle pareti, soffio di stucchi sui soffitti) e gli ambienti di rappresentanza prosegue incessante la ricerca cromatica e formale, magnifica in tutti i particolari, come ininterrotto si svolge il fraseggio chiaroscurale su tutti e quattro i lati del palazzo, a mo' di parata, nel candore della pietra d'Aurisina, e con un gusto della grandeur attribuibile in tutto alla mano di Ruggero, per quanto il figlio non si esenti dall'alleggerirne il tono col freschissimo tassellato degli accessi secondari (vie santa Caterina e Dante Alighieri). Rispetto all'emancipazione tanto vistosa manifestata nel Tempio per la comunità ebraica, l'edificio in esame attesta un ritorno a posizioni decisamente più conservatrici. In ciò non è obbligatorio riconoscere una regressione della tempra inventiva da parte dei Berlam, ma piuttosto – soprattutto per quel che attiene a Ruggero – un monito esplicito e vagamente malinconico a non dimenticare, sull'orlo di una rivoluzione assoluta tanto per la storia quanto per l'arte, ciò che in passato è stato utile a costruire l'immagine della grandezza e dell'impulso ottimista di una città per molti versi unica.

(P.M.)

 

 

Muggia

Muggia, Muja in dialetto triestino, è un comune della provincia di Trieste con 13.140 abitanti, il comune più a sud della regione Friuli-Venezia Giulia, confinate con la Slovenia.
La popolazione è quasi per la sua totalità di madrelingua italiana. La minoranza slovena è concentrata soprattutto nella zona di Rabuiese-Vignano/Rabujez-Vinjan, Belpoggio/Beloglav e nella frazione di Santa Barbara/Korošci. Le origini di Muggia sono protostoriche (età del ferro, VIII-VI secolo a.C.), con l’insediamento dei castellieri. Dopo la fondazione di Aquileia, nel 181 a.C., il territorio subì la conquista Romana e Muggia divenne colonia, Castrum Muglae, presidio a difesa delle incursioni degli Istri e degli Avari. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, Muggia subì le dominazioni dei Goti, dei Longobardi, dei Bizantini e dei Franchi. Nel 931 i re d'Italia Ugo e Lotario la cedettero al Patriarcato di Aquileia. Nel 1420 passò alla Repubblica di Venezia e progressivamente gli abitanti dei colli circostanti si trasferirono sulla riva del mare, nel "Borgo Lauro", dove tutt'oggi è concentrata la cittadina. Con il dissolversi della Repubblica di Venezia (1797) e il decennio di conquista napoleonica (1805-1814), Muggia passò sotto il dominio asburgico, sviluppando una considerevole industria cantieristica navale, che continuerà la sua attività fino alla seconda metà del XX secolo, quando le nuove strategie produttive la resero poco competitiva. Nell'Ottocento il dialetto muglisano, dialetto di tipo istro-veneto che per lungo tempo convisse con l'attuale muggesano, si estinse. Alla fine della prima guerra mondiale il territorio di Muggia passò al Regno d'Italia. Nel 1923 il comune di Muggia cedette la frazione di Albaro Vescovà e parte della frazione di Valle Oltra al comune di Capodistria. Dopo l'8 settembre 1943 il territorio passò sotto l'amministrazione tedesca diventando parte dell'Adriatisches Küstenland. A seguito del trattato di pace del 1947 e delle definitive rettifiche territoriali previste dal Memorandum di Londra del 1954, Muggia dovette cedere alla Jugoslavia, Barisoni (Barizoni) Bosini (Bosinj) San Colombano (Kolomban) Crevatini (Hrvatini) Elleri (Elerji) Faiti (Fajti) Plavia Monte d'Oro (Plavje) Premanzano (Premančan) Punta Grossa (Debeli Rtič) e nuovamente Albaro Vescovà (Škofije) - più di 10 km² con 3.500 abitanti, quasi la metà del suo territorio. Il 10 novembre 1975 venne firmato il trattato di Osimo che sancì gli accordi riguardo i confini. Oggi la cittadina di Muggia poggia la sua economia sul turismo e sul commercio. Sull’antico colle di Muggia Vecchia, si trova l'antica chiesa dedicata a Maria Assunta, eretta su una precedente del VIII o IX secolo, della quale si conservano alcuni elementi sopravvissuti al rifacimento avvenuto nel secolo XIII: l'ambone, il leggio e due grandi pilastri, a destra ed a sinistra dell'ingresso. Vicino alla chiesa è stato realizzato un Parco archeologico (Castrum Muglae), dove sono venuti alla luce resti di un borgo medievale: una strada con cinta muraria, l'officina di un fabbro e diverse abitazioni private, una di queste conserva resti del piano superiore e della scala d’accesso.
 

 

 

 

Il Duomo di Muggia

La chiesa, dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, edificata sui resti di un precedente edificio di culto, venne consacrata nel 1263 dal Vescovo di Trieste Arlongo dei Visgoni. Nel XIV secolo subì lavori di ingrandimento e verso la metà del XV secolo, la facciata, che presenta la parte superiore trilobata, venne rivestita in lastre di pietra bianca d'Istria. Nella parte superiore venne collocato un imponente rosone sorretto da sedici raggi in marmo rosso e pietra bianca, in stile gotico, al cui centro si trova l'immagine della Madonna con il Bambino. Lo contornano tre epigrafi: quella di destra menziona il podestà Pietro Dandolo (1466-1467), che seguì il completamento dell'opera, quella di sinistra ricorda il restauro del 1865 e quella sopra l'inizio dei lavori della facciata sotto il Vescovo Nicolò. Nel 1873, venne costruito l'abside per allungare il presbiterio. Nella parte inferiore della facciata, due eleganti e slanciate finestre gotiche spiccano ai lati del portale a cui è sovrapposta una lunetta ad arco con la Santissima Trinità e i Santi Giovanni e Paolo. 
L'interno del Duomo, diviso in tre navate, separate con quattro archi a tutto sesto e copertura a capriate, alla fine del 1930, ha subito sostanziali consolidamenti e restauri, compresa l'asportazione degli altari barocchi laterali. Rimane un frammento dell’affresco del XIV secolo che occupava la navata centrale. Il tesoro del duomo conserva alcuni lavori in argento. Il campanile è in stile veneziano, a base quadrata con cuspide ottagonale.


 

Muggia Vecchia

Paolo Marini

 

Sugli affreschi che decorano le navate della piccola basilica dell'Assunta sul colle di Muggia Vecchia esiste ormai una ben nutrita bibliografia. La pionieristica indagine di Pia Frausin aprì nel 1947 la strada ad una serie di studi che sono serviti a gettare luce - ma forse in maniera non ancora definitiva - sulla datazione e sul complesso retroscena culturale di queste pitture, che continuano ad affascinare come un piccolo ma terribilmente intricato enigma storiografico, nonché per il loro valore artistico, che agli occhi di chi scrive regge e risponde magnificamente con tutta la classe della sua araldicità al reiterato rimprovero di 'provincialismo' che salta fuori ad ogni piè sospinto nell'eventuale confronto con altri documenti della cultura pittorica romanico-bizantina.
Molto è stato scritto e molto è stato chiarito, dunque; quasi sempre ferma restando l'acquisizione di completezza dei frammenti - si perdoni l'ossimoro - che dei vari cicli ci sono pervenuti: a parte il rinvenimento di un larvato strato ornamentale preesistente alla stesura delle figure e delle scene sui pilastri e la parete di sinistra nella navata centrale, sembra che non rimanga altro da scoprire su questi muri dai quali tanta pittura è caduta sparendo per sempre. È vero che, comunque, la nostra cultura ancora tardoromantica sovente ci predispone a un interesse più accorato verso la rovina che verso il monumento intatto: pur premettendo di dovere il siparva licet componere magnis mi sento di affermare che, appunto in virtù del loro stato lacunoso, queste vestigia acquisiscono una qualità suggerente non dissimile da quelle della sepoltura tebana della regina Nefertari. E così, accanto a campiture che hanno superato piuttosto bene la prova del tempus edax (ma qui si tratterebbe di determinare una volta per tutte l'esatta entità risarcente dei restauri più volte effettuati nel corso degli ultimi cent'anni), specie negli episodi mariani e martiriologici della nave principale, permangono, nel mutismo assoluto della calce, brandelli dall'aspetto d'essudato salino, evanescenti lemuri che conservano trepidanti un qualche ricordo di colorazione e conformazione. A che cosa, per esempio, potrebbero riferirsi quel pesce e quel remo che chiazzano l'imposta dell'arcata sul quarto pilastro della navatella a destra? Contentiamoci di rilevare il più che discreto indugio ittiologico qua e là dispiegato nel nostro santuario, dal ricco campionario acquatico del torrente guadato dal san Cristoforo alla misteriosa traversata di quel barchino affollato di testine romaniche, la cui pagaia affonda in profondità ben pescose (sarà quindi forzatura il citare la terminazione pisciforme del pastorale retto dal san Zeno a memoria delle sue origini marinare?).
Eppure, quanto a rinvenimenti, potrebbe non essere stata detta l'ultima parola.
Nel citato saggio della Frausin si trova in nota, infatti, un'indicazione di riporto circa la sussistenza primonovecentesca di una scena raffigurante il Battesimo di Gesù, ubicata genericamente nella navata di destra. Ma l'autrice riferisce di seguito che di tale affresco "ora non è traccia". Rimanendo in questo settore della chiesetta, la studiosa non fa comunque menzione dei resti, in sé decisamente vistosi, di un' immagine - che Giuseppe Cuscito ipotizza possa trattarsi di un Albero della vita - stesa sulla parte interna del pilastro addossato alla controfacciata, piuttosto ben conservata nonostante il drammatico accartocciamento della muratura; ma è da credersi che all'epoca il cantuccio fosse ingombrato da qualche arredo. La porzione s'interrompe a circa due metri d'altezza dal pavimento; più in alto permane una chiazza con tracce colorate e nulla di più. Ecco che però se volgiamo lo sguardo sul muro attiguo (contro il quale è attualmente sistemato il confessionale), verso l'alto, noteremo un'ulteriore chiazza che a dispetto della sua davvero esigua estensione, pare, al confronto, assai più eloquente.

 

 

1.  Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

2. Muggia, basilica dell'Assunta, parte sinistra della controfacciata.


 

Alla tangenza della parete col pilastro di cui sopra emergono i tratti di quello che sembrerebbe proprio un braccio sinistro piegato a "V" e con la mano aperta (fig. 1): il pollice e le altre quattro dita sono nettamente distinguibili, con in più, a mo' di bisettrice dell'angolo formato dalla "V", un elemento verticale che potrebbe essere un bastone. Per il resto si direbbe che la parete taccia del tutto: nient'altro che traspaia alla sua superficie. Superficie tuttavia in gran parte celata da un quadro entro semplice cornice in legno, rappresentante, per quel che la densa penombra di quest'angolo di navata permette d'intuire, l'Assunta con il Bambino e santi nei modi alquanto rudimentali dell'arte provinciale (fig. 2). Ombra fitta, difficoltà per l'indagine muraria ravvicinata. E se in effetti fossero stati per lungo tempo i custodi involontari di un qualche segreto? Se il santuario volesse ricompensarmi per gli assidui pellegrinaggi - sia pur prettamente laici - che da una dozzina d'anni non mi stanco di tributargli, con una emozione che di volta in volta non si affievolisce, ma si sviluppa articolandosi, per così dire, in un'architettura emotiva sempre più salda, a modo suo progressiva acquisizione di fede?

 

3 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.
4 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.


  
Non deciso a rassegnarmi (un po' come David Hemmings in Profondo rosso, sempre si parva licet) m'impongo un supplemento d'indagine e monto sulla seggiola messa accanto al confessionale per por-tarmi il più vicino possibile - la mano saluta dall'alto di almeno tre metri e mezzo - e quindi con la dovuta cautela provo a scostare il vecchio quadro sacro, manovrandolo per l'angolo in basso a destra della cornice; ed ecco la ricompensa: quasi in linea con l'incorniciatura stessa, quel tanto che basta per essere sottratto alla vista, scopro col naso all'insù un altro brandello di muro dipinto, un'area approssimativamente triangolare al cui lato (lo definirei un triangolo equilatero, ma non potendo beneficiare d'una visione frontale potrei sbagliare) attribuisco la lunghezza d'una sessantina di centimetri, ed entro la quale si sviluppa un triplice sistema di linee, alquanto elaborato (fig. 3): fluide quelle nella parte più bassa (fig. 4),

 

 

5 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

 

6 - Frescante duecentesco, lacerto. Muggia, basilica dell'Assunta.

 

più brevi e componenti una sorta di schema a marezzatura quelle verso il centro (fig. 5), e convergenti al margine 'polarÈ di una forma tondeggiante che ricorda il disegno d'un globo con tracciati i meridiani quelle più in alto (fig. 6, a sinistra) - alla sinistra delle prime, ancora qualche pennellata a uncino: tutte a contorno di tinte delicate che richiamano all'istante - così come accade per il lacerto della mano sopra descritto - quelle che i visitatori del santuario possono apprezzare nei preziosi affreschi che ben conosciamo; caratteri, questi, di linea e colore che mi paiono inequivocabili, a dispetto della gibbosità che affligge anche questo tratto di parete.
Ma questi due frammenti da soli non potrebbero certo inverare quell'informazione di un secolo fa che sembrava purtroppo irrimediabilmente smentita già ai tempi dell'analisi della Frausin. La mano mozzata e i reticoli di strie semiastratti, non si dimostrano affatto sufficienti per comporre la sia pur remota ossatura grafica di una rappresentazione come quella di cui la studiosa aveva preso nota, compiangendone lo smarrimento. Perlomeno, non ancora ... o dovrei dire invece non esattamente? La Frausin, per la cronaca, citava anche un'antica osservazione di Max Dvorak su "un frammento di rappresentazione dell'ultimo giudizio nella facciata interna, di cui ora non c'è più traccia"
7. Nulla di singolare, a livello iconografico: la scena era di prammatica nelle controfacciate dell'epoca - si pensi soltanto all'esempio preclaro di Santa Maria di Torcello, o, più tardi, a quello giottesco dell'Arena. Ebbene, a rigor di logica l'ubicare il battesimo di Cristo nella navata destra e il succitato brano nella facciata interna non significa, ai fini del nostro problema, violare il principio di non-contraddizione, siccome la facciata interna comprende, ovviamente, i termini di tutte e tre le navate, destra inclusa. I due insiemi s'intersecano in coincidenza della famosa parete: se mai affresco ancora visibile a Muggia Vecchia all'inizio del Novecento deve essere rintracciato, ebbene questo va cercato proprio qui. E, pur essendo gli appigli quasi infinitesimi, non comincia forse a convincere sempre meno la conciliazione di quella mano aperta con la necessità finora intravista di integrarla - anche se con la pura e semplice immaginazione - nella scena cristologica cui dovrebbe appartenere? Come mano del Battista persuade punto o poco, e il braccio risulta per di più panneggiato: san Giovanni non è sempre figurato a braccia nude? Quanto a mano di Gesù non è neppure il caso di discutere in tale contesto: è retorica la domanda sul perché non avrebbe dovuto svestirsi. In tale contesto, attenzione! Dimentichiamo un attimo la composizione standard del Cristo come asse di simmetria nella scena del Giudizio, e proviamo invece a immaginarcela decentrata, magari fino al margine del quadro o dell'affresco; proviamo addirittura ad adattare, a questo punto, il modello medievale del Cristo giudice a quei pochi resti oggetto della scoperta di cui stiamo riferendo. Potrebbe quadrare? Non intendo affatto rinunciare a procedere coi piedi di piombo, ma non posso trattenermi dall'avvertire un fortissimo sospetto di congruenza: ora sì che la disposizione del braccio acquisterebbe un senso in rapporto alla falsariga dell'ipotetico soggetto (e quindi quel 'bastone-bisettricÈ di cui dicevo andrebbe riqualificato come parte dello schienale di un trono), tanto più che quelle 'linee a meridiano' nella zona superiore del lacerto sotto il quadro ritmano una porzione che collima cromaticamente con la manica (un tono mattonoso), assumendo l'aspetto del gomito panneggiato del braccio destro; i meridiani sarebbero perciò le pieghe della tunica (fig. 6). Sulla scia di questo spunto, andiamo avanti: finiremo coll'assegnare a quelle `linee fluidÈ della zona inferiore la funzione d'alludere al ricadere della veste del Redentore tra i suoi piedi, uno dei quali - il destro - parrebbe adesso decisamente ravvisabile in quelle pennellate 'a uncino' (alias il contorno della dita), che suddividono due campiture cromatiche tra cui una dall'intonazione carnicina. I tasselli disponibili per la soluzione del rompicapo finiscono qui, ma resta ancora da dire la cosa più importante: ossia, che su questa parete, e solo su questa parete della chiesa, i resti degli affreschi non costituiscono una pellicola rialzata rispetto la superficie della parete che li conserva, bensì appartengono a un film pittorico ad essa sottostante: in altre parole, i brani in questione sono soltanto quanto oggi emerge da uno strato d'intonaco steso al di sopra d'una superficie dipinta di ampiezza indefinita e che, in teoria, potrebbe anche interessare una vasta parte del muro da cui occhieggiano con la loro fin adesso inudita richiesta di liberazione.

 

7 - Ricostruzione grafica dell'affresco.

 


Se in effetti l'intonaco venisse scrostato, la parete potrebbe restituire nella sua (si spera) intatta nudità proprio quella scena escatologica che per il momento, nella mia idea (fig. 7), sarebbe potenzialmente allusa dal filo d'Arianna di quel paio di lacerti che, pure, sono sempre sfuggiti all'attenzione degli studiosi o, al limite, poichè da più parti si legge di non meglio precisati 'frammenti sparsi' che nella genericità della definizione potrebbero comprendere pure quelli di cui ho parlato, male interpretati nella loro realtà stratigrafica. Per concludere, mi ripropongo di tornare su quanto l'eventuale e fortemente auspicabile risarcimento delle tracce che ho descritte ricomporrà, ci si augura ricongiungendole, in una forma finalmente definibile da un qualsivoglia nome o titolo.

(P.M.)

 

 

 

 

 

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Alcuni testi sono ripresi da Wikipedia, 2016.

 

 

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Trieste, 23 ottobre 2016

 

 

 

 

 

 

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